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Finito Berlusconi, finirà il berlusconismo?

In queste ore in cui sembra definitivamente segnato il destino politico di Silvio Berlusconi, non sono pochi a chiedersi se il tramonto dell’uomo porterà con sé il tramonto del berlusconismo. Per capire che cosa ci aspetta, si tratta innanzitutto di distinguere: esiste un berlusconismo economico, un berlusconismo culturale, un berlusconismo strettamente politico. E non sono la stessa cosa.

In queste ore in cui sembra definitivamente segnato il destino politico di Silvio Berlusconi, o almeno del suo governo in carica, non sono pochi a chiedersi se il tramonto dell’uomo porterà con sé il tramonto del berlusconismo. Il problema è che, dopo due decenni di incombenza del detestato cavaliere, che cosa sia esattamente il “berlusconismo” è tutt’altro che chiaro agli occhi dei più.

Non è chiaro soprattutto agli occhi dell’opposizione istituzionale, che si è sempre rifiutata di comprendere la vera natura del fenomeno berlusconiano. Un grave errore di analisi, che ha pesato fin dall’inizio sulle scelte e sul comportamento del centro-sinistra e che rischia di pesare ancor più negativamente oggi sulle scelte strategiche da compiere per garantire una fuoruscita definitiva dal quasi-ventennio dell’uomo di Arcore.

Il berlusconismo è stato scambiato per un fatto di centro-destra. La sinistra “ragionevole” lo ha costruito e presentato come nient’altro che la normale versione italiana del thatcherian-reaganismo, condita soltanto con una fastidiosa nota di colore etichettata “conflitto d’interessi”, con la quale, peraltro, si poteva in fin dei conti convivere. Oppure, alternativamente, l’opposizione ha negato a Berlusconi il possesso di qualsiasi progetto politico, per interpretare la sua “discesa in campo” e tutte le sue scelte come dettate esclusivamente dai suoi personali interessi all’impunità giudiziaria o alla salvaguardia del portafoglio.

Ci si è rifiutati di riconoscere che il berlusconismo non è né una semplice versione italiana del neoliberismo anglo-americano, come sembra credere Napolitano, né, come crede Travaglio, la semplice acrobazia politica personale di un piccolo despota assetato di denaro e di potere.

E’ invece un peculiare disegno politico di largo respiro, che pretende di incorporare il neoliberismo, inquadrandolo in un assetto istituzionale di stampo profondamente autoritario. Per comprendere il berlusconismo bisogna tenere ben distinti i tre elementi cardine che lo compongono: esiste un berlusconismo culturale, un berlusconismo economico e un berlusconismo politico.

Il berlusconismo economico non ha assolutamente nulla di originale. Non è altro che la meccanica trasposizione del verbo neoliberista anglo-americano, condita solo con la puntuale quanto incoerente deprecazione di tutte le scelte neoliberiste compiute da parte avversa, cioè dal centro-sinistra. Per il resto la ricetta è quella standard, che tutti conoscono: privatizzazioni, compressione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni e alla spesa sociale, fisco leggero coi ricchi e pesante coi poveri, e così via. Gli unici lampi di originalità sono venuti a suo tempo da Tremonti, in particolare quando, dopo la crisi dei subprime, mise sotto accusa una serie di meccanismi-chiave della struttura dei mercati finanziari, come il ruolo delle banche, i derivati e i contratti atipici, la supremazia del dollaro, le agenzie di rating, lo short selling degli hedge funds. Ma quello non era berlusconismo: era tremontismo, un peculiare pensiero economico di destra, non allineato col versante finanziario del neoliberismo globale, che si sarebbe forse potuto conciliare con l’ottusità teorica del berlusconismo economico convenzionale, se non fosse stato travolto troppo presto dall’alluvione dell’attacco al debito sovrano. Il berlusconismo economico in sé non aveva il minimo sprazzo di fantasia.

Diverso è, in parte, il caso del berlusconismo culturale, dove l’aggettivo va inteso in senso antropologico (poiché altrimenti è solo in chiave ironica o, tutt’al più, iperbolica, che si potrebbe applicare all’oggetto in questione). Antropologicamente, la cultura è fatta di tre cose: modelli di cognizione, modelli di valutazione e modelli di comportamento.

Sono i modelli di comportamento e di valutazione, ossia i valori morali ed estetici, i concetti di giustizia, di utilità, di merito, di virtù e di vizio, le visioni del bene e del male, insieme alle forme e alle norme di comportamento che ne derivano, quelle su cui il berlusconismo culturale ha inciso più profondamente, sfruttando con diabolico metodo le formidabili potenzialità condizionatrici del mezzo televisivo.

Anche qui l’originalità è limitata. Fa parte del peggiore immaginario americano ammettere che sfilino sullo schermo schiere di fanciulle con le cosce di fuori e i fiocchetti addosso, pronte a sfoderare i più sgargianti sorrisi artificiali mentre spiegano per l’ennesima volta che il marito ideale prima di tutto dev’essere ricco. A questo il berlusconismo aggiunge tuttavia un sostanzioso carico di tare peculiarmente italiane, per le quali l’ideologica avversione americana per le tasse si trasfigura in culto dell’evasione fiscale, la concezione plutocratica del potere straripa in connivenza o contiguità con le peggiori plutocrazie criminali, la libertà di comunicazione del pensiero si rovescia in monopolio televisivo, l’ammirazione del merito si svilisce in ammirazione incondizionata del successo, la gioiosa spregiudicatezza della morale sessuale anglosassone degenera in volgare compravendita del sesso.

Tutto questo ha a che fare con le corde più profonde dell’agire e del sentire degli umani: i semi di iniquità, di cattiveria, di sfacciato egoismo, di vanità, di avarizia, di vacuità e di intolleranza disseminati a piene mani dal berlusconismo culturale nell’ultimo quarto di secolo saranno duri da sradicare. Ma è anche vero che la cultura italica possiede certi anticorpi molto solidi contro quella miseria morale. La tradizione cattolica a destra e quella socialista a sinistra innalzano, al di là delle opacità dei loro attuali eredi politici, due baluardi potentissimi contro queste degenerazioni dell’etica. E’ probabile che il sentire autenticamente berlusconiano non sia mai stato maggioritario in Italia: certamente non lo è di questi tempi.

Il berlusconismo culturale non scomparirà comunque di certo con la caduta di Silvio Berlusconi. Si può sperare però che si eclissi, forse per sempre, la sua supremazia.

Molto dipenderà dal destino del berlusconismo politico. Poiché è questo il vero nocciolo, l’autentica architrave, del disegno di potere berlusconiano.

Richiamo qui in estrema sintesi i termini di un’analisi che ho sviluppato a suo tempo assai più estesamente sul blog “Politics, Poetry and Peace”, a partire dal post dedicato allo “sbaglio del grande Travaglio”. E’ un’analisi che ha vari punti di contatto con quella successivamente proposta da Flores d’Arcais nel suo saggio introduttivo al numero di MicroMega intitolato “Fascismo e berlusconismo”, ai primi di quest’anno. Nel quale, tuttavia, l’analisi del berlusconismo politico rimaneva ancora, per certi versi, a metà del guado.

Il disegno politico di Silvio Berluisconi è consistito nel proposito di assoggettare tutti i poteri dello stato al comando del potere esecutivo, rinforzato e reso inamovibile dal ferreo controllo sui media, soprattutto sullo strumento televisivo. L’assoggettamento del potere giudiziario, la neutralizzazione della corte costituzionale e del CSM, la limitazione dei poteri del parlamento, non erano il semplice frutto di una personale aspirazione all’impunità, ma tasselli di un disegno di potere che contava di condizionare attraverso i media il consenso elettorale, per poi chiudere il cerchio dell’autocrazia conferendo all’esecutivo poteri tendenzialmente incondizionati. Il problema qui non era il “conflitto d’interesse”: magari fosse stato solo quello. Un simile progetto, incardinato sul controllo dei media, era ed è in flagrante conflitto con le fondamenta stesse del costituzionalismo moderno e della democrazia matura, e si configura come una versione riveduta e aggiornata di quello che fu un tempo il fascismo. Con la grande differenza, fra l’altro, che mentre il fascismo fu un disegno politico scoperto e apertamente proclamato, il berlusconismo occulta il suo proposito autoritario dietro l’ostinata e mendace proclamazione del suo esatto contrario: le libertà, i diritti, la sovranità popolare.

E’ davvero sorprendente che un simile colossale inganno sia riuscito ad irretire la maggior parte dei suoi avversari, facendo passare Berlusconi per una forza di “centro-destra”, quando abbiamo a che fare invece con il peggior estremismo di destra della storia dell’Occidente contemporaneo. Se quel disegno autocratico non è mai riuscito a compiersi, non è certo per merito dei suoi confusi avversari istituzionali.

Ed è veramente desolante constatare che quando finalmente si prospetta la definitiva caduta del mancato caudillo, dopo che questi ha trascinato il paese sull’orlo dell’abisso con la sua arroganza, la sua vanagloria e la sua clamorosa incapacità, ci si proponga di scendere a patti con la trista schiera di colonnelli e ciambellani che lo hanno circondato e sostenuto, collaborando e profittando delle sue malversazioni e dei suoi oltraggi alla democrazia.

E’ improbabile che il berlusconismo politico sopravviva al catastrofico fallimento del suo piccolo despota. I fascismi, comunque travestiti, hanno bisogno del carisma di un capo. C’è il pericolo che si faccia avanti uno dei figli, ma è un rischio che per ora sembra scongiurato. Non c’è il pericolo che erediti la parte l’abito vuoto di Angelino Alfano.

Ma se si vuole che il berlusconismo politico sia davvero seppellito per sempre, l’ultima cosa da fare è fingere che non sia mai esistito. Si tratta di riconoscere finalmente la natura autocratica e liberticida del disegno berlusconiano e di fare, come fecero i padri costituenti col fascismo, tutto il possibile perché non si ripeta mai più. Per esempio, tanto per fare un piccolo esempio, ricordandosi finalmente che la televisione privata è erogatrice di un servizio pubblico di interesse strategico nazionale, gestito su concessione dello stato: non un impero indipendente che possa fare tutto quel che gli pare.

 

 

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