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A PROPOSITO DELL’ECCIDIO DI GHEDDAFI

ERODOTO E IL GIORNALISMO DEI NOSTRI GIORNI

Le immagini dello scempio che i libici hanno fatto del volto e del corpo del tiranno, orribilmente sfigurandoli, sono state pubblicate dai giornali in prima pagina e con l’onore della vistosità che in genere si attribuisce a fatti di epica ridondanza. In molti si sono sdegnati di questo crudele eccidio: il tiranno è stato un tiranno, è vero, così in genere si dice, ma è pur sempre un uomo ed è inammissibile la ferocia con la quale i ribelli hanno infierito sul suo corpo, imbelle ormai ed inerte.

Pur nel rispetto dell’opinione generale, non si può non sottolineare tuttavia la pretesa del mondo così detto occidentale di giudicare i fatti che avvengono nel resto del mondo, nelle altre parti del mondo, a partire da concetti propri della sua cultura, considerata superiore ad ogni altra, ed estranei alla cultura di altri popoli. Credo che alla base di ogni cultura ci sia quello che i Greci antichi chiamavano il nomos, ossia il complesso delle abitudini e delle tradizioni, che è sovrano, e nel quale coloro che appartengono ad una nazione si riconoscono accettandone  l’assoluta sovranità.

Si badi: non è la legge scritta ad essere sovrana, bensì la tradizione orale, la struttura morale della vita comune. Purtroppo la globalizzazione ha portato con sé la pretesa del più forte, economicamente più forte, di imporre agli altri non solo la sua merce e la sua lingua, ma anche la sua legge morale. E questo non è inammissibile. Nel pensiero sauvage (come affermava Lévi Strauss), ma anche in quello non “selvaggio”, l’immagine del corpo ha una centralità assoluta, così come sono importanti le metamorfosi del corpo.

Gheddafi, da vivo, si imponeva con il suo corpo. Il corpo del tiranno faceva parte del suo apparato e della sua sacralità. Sebbene non più giovane, egli appariva come giovane; l’eternità sembrava connotarlo. La tenda, sfarzosa alla maniera orientale, copriva, custodendolo, quel suo corpo, anche quando egli si trasferiva altrove, all’estero. Non solo nel pensiero sauvage, ma in quello occidentale, il corpo del re ha una funzione rappresentativa, come ci documentano le monarchie anglosassoni o il pontificato romano. Ma soprattutto la tenda: la spazialità della tenda aveva il compito di conferire al corpo di Gheddafi una sua atemporalità, come a proteggerlo dalla profanazione della storicità.

Quella tenda e non altra. Perché “quella” tenda era ormai diventata il simbolo essenziale e non accidentale della figura, ossia del corpo, del re. Del quale, già una prima profanazione era avvenuta allorché egli, costretto a fuggire e divenuto obiettivo delle incursioni aeree, aveva dovuto lasciarla, quella tenda, e scappare. Il corpo del re cominciava a perdere la carica ieratica del suo vario simbolismo. A sgretolarsi.     Dobbiamo purtroppo lamentare in noi tutti una certa ignoranza di antropologia, che dovrebbe essere insegnata nelle scuole, in cambio di qualche materia ormai inconcludente. Credo che pochi abbiano letto quel bel libro di  Ernst Kantorowicz  I due corpi del Re, o l’altro, più recente, di Diego Lanza, Il tiranno e il suo pubblico.

Erodoto, che per certi versi anticipa mirabilmente il concetto dei due corpi del re, duemila e cinquecento anni addietro, ci avrebbe raccontato la morte di Gheddafi in modo più convincente e moderno, rispetto a come è stato narrato da stampa e televisione, nello stesso modo in cui ci ha descritto altre stragi, altro sangue versato, nel contesto di una trama che congloba tutta la storia, tutto il complesso straordinario della vita dell’uomo. Kantorowicz ci ha parlato dei due corpi del Re, quello fisico e quello metaforico. E sì, perché antropologicamente e religiosamente il Re possiede due corpi, uno caduco e mortale l’altro metafisico e ideale.

In parole povere, poverissime, il corpo sfigurato di Gheddafi non è solo il suo, quello fisico, ma quello della sua Libia, anche della Libia dei ribelli, che non potevano fare a meno, soprattutto in questa realtà (che per molti aspetti assomiglia a quella terribile degli anni del nostro dopoguerra e dei tanti piazzali Loreto), in cui è necessario, perché ci sia un reale cambiamento, distruggere tutti e due i corpi di Gheddafi: quello fisico e quello ideale. Che ci sia una totale metamorfosi dei due corpi del re. Una sola non sarebbe bastata. La forza istintuale dell’uomo fa parte della storia e merita la dovuta attenzione. Anche se produce effetti all’apparenza terrificanti. 

ALFONSO SCIACCA, già preside del Liceo classico “Gulli e Pennisi” di Acireale; autore del saggio Il filo della trama. Novellando con Erodoto, Giarre 2009

Azioni sul documento

L'Occidente ha preferito così

Inviato da albertocacopardo il 25/10/2011 23:11
Come antropologo mi disturba moltissimo che il predicato antietnocentrico dell'antropologia sia asservito alla giustificazione di crimini orrendi come questo. Attribuire ai libici la penseée sauvage di Lévi-Strauss è veramente fuori luogo. I libici fanno parte di un'alta civiltà, quella musulmana, che per molti secoli ha superato quella europea su tutti i piani, che è nata sulla scrittura e di quella ha vissuto per oltre un millennio. Anche al di là di questo, sostenere che un nebuloso nomos (definito nei termini in cui Tylor definiva la cultura) sia "sovrano assoluto" di qualcuno significa esser rimasti alla preistoria dell'antropologia. Anche le culture senza scrittura cambiano, cambiano le norme, i modelli cognitivi, le tradizioni e le abitudini. Figurarsi una cultura musulmana modernissima come quella della Libia. L'Islam non è né "selvaggio", né "sauvage". E', tutt'al contrario, l'appoggio incondizionato dell'Occidente ai ribelli, senza alcuna preoccupazione per le loro eventuali violazioni dei diritti umani, della morale e della legalità, che ha consentito questo misfatto. Questa è soltanto la logica della guerra. Una logica che appartiene al passato di tutte le culture e non deve appartenere al futuro di alcuna, in primis quella occidentale. Gli egiziani si attennero alla nonviolenza, i libici no. Perché? Perché l'Occidente ha preferito così.

Eccessi

Inviato da albertocacopardo il 25/10/2011 23:36
Chiedo venia per l’eccesso di indignazione, poiché capisco le buone intenzioni dell’autore, che credeva di criticare l’etnocentrismo occidentale. Ma queste sono cose che mi stanno troppo a cuore: il pregiudizio sull’Islam, la pretesa intraducibilità delle culture, la giustificazione della violenza e della guerra.

Il diritto all'indignazione.

Inviato da palinuro il 26/10/2011 10:16
Credo che l'indignazione, in quanto prodotto di un ethos proprio, sia uno dei pochi sentimenti di cui non ci potranno privare.

Se dici che rifiuti la violenza tout court, se tutto va bene ti accusano di pacifismo, senza capire che la violenza è l’essenza stessa dell’autoritarismo così come il ripudio della violenza è l’essenza stessa dell’anarchismo. Che non è - come credono gli incolti e gli stupidi - caotica assenza di regole ma invece la piena consapevolezza di chi, singolarmente e in quanto comunità, ha introiettato dentro di sé la consapevolezza della propria Umanità, quella che non richiede d'essere guidato se non dalla propria coscienza e e dalla propria maturità.

Si pecca

Inviato da albertocacopardo il 27/10/2011 00:13
A pensar male si pecca, ma spesso ci si azzecca: se mi accusano di pacifismo, hanno ragione.
"Più assurda del TAV è la rissa sui calcoli"

Il patto sporco, Le verità che molti volevano nascondere"

PERCHÉ NON TI FANNO RIPAGARE IL DEBITO - Marco Bersani"

 
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