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I 'poteri forti'

Così, nonostante gli sforzi del ministro Fornero di compiacerla con la modifica dell'articolo 18, il professor Monti pensa di non avere più l'appoggio di Confindustria.

In realtà è noto che l'appetito vien mangiando e ora, incassata la cancellazione di una norma priva di qualunque interesse economico, ma importante sul piano psicologico per far capire che in azienda comanda il 'padrone' (che può di nuovo licenziare liberamente), i nostri imprenditori hanno iniziato il pressing per ottenere i 'provvedimenti per la ripresa'.
Richiesta assolutamente condivisibile: fra gli economisti è infatti ormai quasi unanime la convinzione che le sole politiche di contenimento del disavanzo pubblico non siano sufficienti a salvare l'economia europea e siano indispensabili interventi per rilanciare le attività produttive e l'occupazione. Ma in una economia 'globalizzata' come la nostra, un semplice intervento di tipo keynesiano a sostegno della domanda interna perde parte della sua efficacia, perché nei fatti incentiva l'acquisto di beni di consumo prodotti in larga misura in Paesi extraeuropei.

E' probabile che una gran parte dei rappresentanti del mondo imprenditoriale pensi dunque essenzialmente a sgravi fiscali, ulteriore elasticità del mercato del lavoro, agevolazioni e contributi finanziari; tutto quello, insomma, che può contribuire a comprimere i costi aziendali e tenere bassi i prezzi di vendita.
Ciò che serve a imprese la cui competitività è, appunto, basata solo sul prezzo e che soffrono della concorrenza dei Paesi a basso costo della mano d'opera.
Qualcuno potrebbe anche pensare all'uscita dall'euro per un ritorno alle vecchie politiche di svalutazione della lira, che in passato hanno dato talvolta, per breve periodo, l'illusione di un aumento della competitività delle nostre esportazioni.

Si tratterebbe però comunque di interventi a difesa di un modello di sviluppo tradizionale, basato su produzioni 'mature' e su un tessuto economico in cui prevalgono imprese di sub-fornitura, spesso sottocapitalizzate e marginali, dipendenti dall'esterno sia dal punto di vista progettuale che commerciale; non in grado pertanto di reagire alle variazioni del mercato con strategie adeguate.
Il caso FIAT, che pure è una grande multinazionale, da questo punto di vista è emblematico: al calo delle vendite ha reagito essenzialmente sul piano della compressione del costo del lavoro e trasferendo la produzione, senza riuscire a immettere sul mercato modelli qualitativamente nuovi e più competitivi.

Questa è evidentemente la conseguenza di decenni di riduzione delle spese per la ricerca, di politiche di distribuzione di contributi 'a pioggia' e non concentrati solo sulle imprese che si impegnavano nell'innovazione, di scarsa propensione del sistema creditizio a investire sulle idee invece che sui soliti 'nomi', di assenza di interventi che penalizzassero il disimpegno dalla produzione in favore della finanza speculativa.

Ora la nostra economia fa più fatica di altre a intravedere una strategia di ripresa sul medio periodo. Nei giorni scorsi alcuni imprenditori emiliani vittime del terremoto hanno parlato del rischio che gli inevitabili ritardi nelle consegne dovuti all'inagibilità dei loro stabilimenti comportasse non solo il danno economico immediato della perdita di una fornitura, ma lo spostamento definitivo dei loro clienti verso altri mercati esteri di approvvigionamento. Questa deve essere la vera preoccupazione, perché significa riconoscere la assoluta mancanza di caratteristiche originali dal punto di vista formale o qualitativo dei loro prodotti rispetto a quelli realizzati altrove e che, quindi, la competizione si gioca sul prezzo, o sui tempi di consegna. Ma è possibile in Europa creare stabilmente condizioni per ottenere costi di produzione inferiori, ad esempio, alle piazze asiatiche? Vale la pena di investire massicciamente per un recupero di competitività probabilmente effimero? E quale ne sarebbe il costo sociale?

Il governo Monti sta predisponendo, non senza difficoltà a quanto sembra, i necessari provvedimenti, ma di una cosa possiamo essere certi: le scelte che ha di fronte non potranno essere neutramente 'tecniche'.
La scelta fra utilizzare tutte le nostre risorse, inevitabilmente scarse, per ricostruire margini di utile in favore di un sistema di imprese spesso immobile e passivo o,invece, investire (anche) in un rinnovamento basato su nuove produzioni eco-compatibili, frutto della ricerca e della fantasia di una nuova generazione di imprenditori è una scelta politica, una scommessa sul domani.
Così come decidere di disincentivare fiscalmente la speculazione finanziaria e immobiliare, per privilegiare quanti investono in produzione e servizi, assumono a tempo indeterminato, rispettano i contratti di lavoro.

Sarebbe una scelta politica anche pensare più alla benevolenza dei 'poteri forti' che al futuro del Paese.

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