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LA CRISI ECONOMICA NON È CRISI DEL DEBITO PUBBLICO ORIGINATA DA UNA SPESA PUBBLICA

La spending review del governo non è riqualificazione della spesa né lotta agli sprechi ma tagli lineari con effetto depressivo sull’economia

L’attuale crisi economica viene presentata come crisi del debito pubblico originata da spese eccessive di governi scialacquatori, ma, secondo i dati riportati da moltissimi autorevoli economisti come vedremo, i problemi europei sono conseguenza degli squilibri strutturali nei rapporti commerciali tra i diversi Paesi della zona euro dovuti al mercantilismo egemonista tedesco; derivano dal mancato ruolo della BCE di prestatore di ultima istanza e di sostenitore della crescita, dell’occupazione e della stabilità finanziaria (prof. J. Stglitz premio Nobel economia); sono causati dallo scoppio delle bolle immobiliari alimentate dai flussi di capitali dai Paesi più forti verso alcuni periferici (Spagna, Irlanda); e  provengono dalle politiche di austerità che hanno peggiorato infine la situazione. L’interpretazione falsa della crisi come crisi dovuta fondamentalmente alla spesa pubblica, è stata utilizzata (v. prof. P. Krugman ex Premio Nobel per l’economia e stretto collaboratore di Obama) dalle classi dominanti dei Paesi periferici per colpire i diritti sociali formali e sostanziali e smantellare ciò che ancora rimane delle riforme realizzate negli anni ’70 a tutela dei lavoratori e, più in generale, della sicurezza sociale.

 

1) Come hanno argomentato giustamente Joseph Stiglitz, De Grauwe, Martin Wolf, i proff. E. Brancaccio, S. Cesaratto, Dornbush, Feldstein, De Nardis, Richard Layard, Manasse e Roubini, Daniel Gros ed altri insigni economisti, ma pure il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione europea, l’ILO e molte altre istituzioni internazionali, la crisi dei bilanci pubblici è un mero riflesso, una conseguenza degli squilibri nella bilancia dei pagamenti, e non c’entrano le spese sociali. La Germania, infatti, praticando una sleale deflazione competitiva finanziata con spesa pubblica, ha accumulato sistematici eccessi di esportazioni rispetto alle importazioni, e il risultato è stato un accumulo di crediti verso l’estero da parte della Germania e una crescita dei debiti (sia pubblici che privati) verso l’estero da parte dei Paesi periferici tra cui l’Italia.

La Germania ha portato avanti riforme economiche senza coordinarsi con gli altri Paesi ignorando le regole europee, e in particolare il Patto di stabilità. Questo è avvenuto perché l’Unione europea, i suoi Trattati, non furono basati sulla solidarietà, su una politica economica comune, sulla cooperazione, ma ebbero paradossalmente come fondamento la competizione e la concorrenza fra capitali, fra le stesse Nazioni. Si è creata una moneta senza uno Stato, perchè un’Europa politica, genuina e sostenibile doveva per forza comprendere dei principi di riequilibrio economico fra Paesi. La teoria economica delle aree valutarie ottimali (AVO) insegna che, per evitare problemi, l’abbandono della flessibilità del cambio deve essere compensato (prof. A. Bagnai). Opportune politiche industriali dei singoli Stati - favorite anche da trasferimenti centrali - potevano evitare (prof. S. Levriero) gradi di specializzazione troppo elevati delle singole regioni europee, favorendo sia il mantenimento e sviluppo del tessuto industriale anche nelle aree più deboli ed anche in campi tecnologicamente avanzati, sia un processo di omogeneizzazione della legislazione sul lavoro e fiscale, oltre che la riduzione della dipendenza dall’estero dei Paesi “periferici”, permettendo tassi di crescita più elevati per il complesso dell’area dell’euro. All’interno di tutti i Paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ecc, esistono aree “ricche” e aree “povere”, e se la contraddizione non esplode è perché c’è il bilancio pubblico che funge da riequilibratore, bilancio che per l’UE ammonta appena all’1% del Pil dell’Unione, cioè nulla in termini pratici, considerando che ad esempio il bilancio federale negli USA arriva ad un quarto del Pil. Nella zona euro infatti, il compito di attenuare gli squilibri è stato affidato ai fondi strutturali per le regioni a basso reddito, ma questo fondo è sempre stato di dimensioni inadeguate, e l’accesso ai fondi è stato subordinato a meccanismi complessi non sempre alla portata delle amministrazioni locali delle aree in deficit.

È dunque indispensabile esercitare le pressioni necessarie sulla Germania e sui Paesi in surplus perché risolvano questa situazione:

a)  bisogna far capire a Germania e Paesi in surplus commerciale che un riequilibrio dal solo lato dei Paesi debitori verso l’estero genera “mezzogiornificazione” (prof. P. Krugman) dei Paesi periferici e depressione economica, accrescendo le probabilità di distruzione della zona euro.

b) “la Germania ha giocato sporco in questi anni” (v. proff. J. Bibow e A. Bagnai) non avendo voluto collaborare col prossimo, ma fregarlo facendo dumping fiscale e sociale per aggredire le economie circostanti, violando le regole europee attraverso la sua riforma di precarizzazione (col micro-impiego, ossia la proliferazione di contratti temporanei per un massimo di 80 ore al mese con stipendi limitati a 400 euro) e di abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto (nel periodo 1999-2008 è aumentato in media dello 0,4% all’anno in Germania, contro oltre il 2,5% all’anno in Italia e Spagna) mediante accordi governo tedesco-sindacati miranti a non tradurre in aumenti delle retribuzioni gli aumenti di produttività. È il cosiddetto “mercantilismo monetario” (prof. C.L. Holtfrerich) una sorta di violazione dei patti impliciti Europei che prescrivevano un obiettivo comune di inflazione del 2%, mentre la Germania ha perseguito un’ inflazione al di sotto di tale soglia (prof. P. Krugman). Le importazioni tedesche sono così diminuite mentre è aumentata la propria quota del mercato mondiale. Se l’inflazione crescesse in Germania un po’ più degli altri Paesi ciò non farebbe che riequilibrare anni di situazione sbilanciata.

c)  Sono poi le banche tedesche quelle che hanno lucrato di più sull’indebitamento pubblico e privato dei Paesi oggi stremati dal debito; e quei debiti hanno poi finanziato quasi metà dell’export della Germania, mentre l’altra metà di quell’export è stata facilitata da una moneta (l’Euro) svalutata grazie alla debolezza di altri Paesi dell’eurozona.

d) I tassi sui Bund a 10 anni (i titoli di Stato tedeschi, sulla base dei quali si misura lo spread) nonostante offrano rendimenti ai minimi, all’1,4% - il che, considerata un’inflazione tedesca che viaggia vicino al 3%, significa un rendimento negativo - attirano flussi di fondi dall’estero perché considerati rifugio sicuro: ma se questi titoli Bund fossero espressi in una moneta solo tedesca (il marco) l’afflusso di fondi dall’estero farebbe subito salire il cambio, come avviene per es. nei Paesi emergenti ad alta crescita (il Brasile) o nei Paesi anch’essi considerati sicuri (la Svizzera), e quindi col marco rivalutato, le esportazioni tedesche non andrebbero così bene! Non stiamo parlando di spiccioli: secondo Frank Mattern, capo di McKinsey, negli ultimi dieci anni un terzo della crescita dell’economia tedesca è dovuto all’euro (165 miliardi di euro nel solo 2010!). In un contesto di solidarietà europea bisognerebbe anche tener conto che in pratica l’Eurozona finanzia a tasso zero il surplus commerciale e il debito tedesco, mentre la Spagna paga il 6% di interessi, l’Italia il 5%. Dunque la Germania, che ottiene denaro in prestito a basso prezzo. potrebbe accettare per es. (v. prof. D. Strauss-Kahn) di pagare un sovrappremio, un prezzo supplementare, in modo da diminuire i tassi più elevati chiesti a Grecia, Spagna o Italia.

e)  Inoltre, secondo Patrick Artus di Natixis, la fuga verso i titoli di Stato tedeschi ne ha abbassato gli interessi di oltre il 2%, con un risparmio per lo Stato tedesco di quasi un punto di Pil (0, 9%). È chiaro che chi si finanzia a tassi negativi riducendo così il proprio debito pubblico non può che aver interesse a tenere gli altri Paesi sotto il ricatto della speculazione. La BCE potrebbe dunque intervenire (v. prof N. Roubini) usando la sterilizzazione (il drenaggio di liquidità per l’esatto importo della liquidità immessa attraverso l’acquisto dei titoli di Stato) del nuovo programma di intervento salva-spread per vendere titoli degli Stati core come la Germania, oppure usando i reverse repos (le operazioni di pronti contro termine all’incontrario) dei bond degli Stati core che hanno registrato rendimenti negativi. Anche perché chi ha basso costo della raccolta per le casse dello Stato rischia bolle immobiliari o bolle sugli asset.

f)  La Germania è in surplus per ciò che concerne il suo import/export e vanta un avanzo commerciale del 5,9%: se ci fosse il marco, si rivaluterebbe in corrispondenza, perché la legge economica vuole che se esporti tanto la tua moneta si rivaluta di un eguale ammontare e il conto delle bilance commerciali tende a tornare in equilibrio. Poiché invece c’è l’euro, che è svalutato grazie alla debolezza di altri Paesi dell’eurozona, la Germania e le sue esportazioni volano.

g) Dietro la costruzione dell’Euro c’era un interesse sicuro, quello della Germania e dei suoi Stati satelliti, che volevano porsi al riparo dalle svalutazioni competitive dei paesi del Sud Europa, meno virtuosi, ma ugualmente pericolosi. L’euro in pratica ha funzionato in favore della Germania, consentendole di assorbire l’unificazione con i lander dell’Est e tranquille ristrutturazioni e innovazioni. Una unificazione, quella tedesca, di cui tra l’altro si fecero carico tutti gli Stati europei, compresi gli italiani, che sopportarono i costi indotti e impliciti di un cambio fra la moneta tedesca occidentale e quella orientale di 1 a 1.

h) la Germania ha proposto ai Paesi periferici europei la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’adozione di un tasso di cambio fisso, e poichè nei Paesi periferici i tassi di interesse erano più alti, ha ottenuto il vantaggio di poter prestare propri capitali, lucrando la differenza senza patire rischio di cambio perché il cambio è fisso. Questa liquidità prestata a buon mercato, ha poi alimentato in numerosi Paesi europei (Spagna, Irlanda) bolle immobiliari pagate ora a caro prezzo, ma soprattutto ha assicurato un profittevole mercato di sbocco alla Germania per i propri beni, perché la liquidità prestata non si è tradotta per i Paesi periferici in investimenti dal momento che la Germania, con la sua politica mercantilista volta ad esportare moltissimo ed importare il meno possibile, mantenendo tassi d’inflazione minimi, ha reso più conveniente far importare i propri beni di consumo, col risultato paradossale che ora i Paesi più poveri si trovano a dover restituire ai paesi ricchi soldi che, in sostanza, sono andati ad acquistare merce esportata dagli stessi.

i)  La fragilità dell’euro deriva soprattutto dal suo stesso vizio d’origine, imposto dalla Germania, che ha assegnato alla Banca Centrale Europea il solo compito della lotta all’inflazione, con la totale assenza di un impegno a sostenere la crescita economica (e quindi di salari e occupazione), che è invece il principale compito per es. della Fed, la Banca Centrale statunitense. Questo ruolo della Banca Centrale Europea (BCE)  è stato voluto dalla Germania per avere una valuta forte, in modo da ridurre il costo delle materie prime (trattate in dollari), poter acquistare più facilmente imprese e fare investimenti produttivi all’estero. Se la Banca Centrale Europea avesse le funzioni proprie di tutte le altre Banche Centrali del mondo, cioè per es. di sostegno ai Paesi attaccati dalla speculazione e di finanziatore di ultima istanza dei deficit dei Paesi aderenti, la crisi (prof. S. Cesaratto) avrebbe anche seguito altri percorsi, come la crisi americana: il governo avrebbe imposto il riequilibrio delle finanze locali, la ristrutturazione, nazionalizzazione o chiusura delle banche insolventi, ma anche ridotto i danni con trasferimenti dalle regioni più affluenti a quelle più povere.

j)  nel Governing council della Bce i Paesi dell’area del marco (Austria, Belgio, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Olanda) hanno fatalmente avuto il sopravvento: più Europa ha quindi significato ancora più Germania

k) Costringere, come fa la Germania, i Paesi periferici della zona euro ad attuare politiche di austerity significa aggravare la loro crisi e peggiorare la loro posizione debitoria: “l’austerità non è la soluzione” (prof. Joseph Stiglitz). Infatti le politiche di austerity imposte ai Paesi periferici, basate sulla diminuzione dell’indebitamento pubblico, l’abbattimento della spesa pubblica, l’aumento dei carichi fiscali, la riduzione dei diritti dei lavoratori, hanno ridotto ulteriormente i redditi e le entrate fiscali, rendendo più difficile rimborsare i debiti, aggravando con la recessione i problemi di finanza pubblica e rendendo evidente che senza un rilancio della domanda aggregata non ci sarà mai ripresa dalla crisi economica. Perciò tali Paesi si vedono costretti a far fronte ai debiti per es. vendendo a prezzi di sconto gran parte del patrimonio nazionale, pubblico e privato: immobili, partecipazioni azionarie in aziende strategiche, banche, persino isole e altri beni artistici e demaniali. Basterebbe guardare all’esperienza italiana degli anni ’90 per capire che le privatizzazioni non portano sempre benefici (Ilva, Alcoa, Telecom, Autostrade, Ferrovie dello Stato ecc.) ma anzi possono fare molti danni al tessuto produttivo di un paese, distruggendo conoscenze e capacità industriali esistenti. Ma per chi dispone di molta liquidità come la Germania si creano invece grandi occasioni per fare shopping a buon mercato nei Paesi periferici.

l)  Se l’asse Merkel-Sarkozy avesse attuato un programma di rifinanziamento a basso costo del debito greco nel 2009, consentendo al Paese di uscire dalla recessione prima di risanare i conti, la crisi attuale non avrebbe avuto luogo. Invece il blocco degli aiuti europei alla Grecia, voluto dalla Merkel ha fatto degenerare la situazione, scatenando l’assalto speculativo della finanza internazionale, che si è poi esteso agli altri Paesi europei, compreso il nostro.

m)  Bisognerebbe segnalare ai tedeschi che se salta la moneta unica può rischiare di saltare anche il mercato unico (prof. E. Brancaccio). I Paesi periferici dell’Unione monetaria potrebbero cioè non soltanto abbandonare la zona euro, ma potrebbero anche vedersi costretti a mettere in discussione la libera circolazione dei capitali e delle merci su cui la Germania ha fondato per anni il proprio regime di sviluppo. Per tutelare gli interessi dei lavoratori e per difendere la propria struttura produttiva, i Paesi periferici potrebbero essere tentati di governare l’uscita dall’euro introducendo anche: 1) immediati blocchi alle fughe di capitali, 2) misure di regolazione dei flussi di merci e degli investimenti a lungo termine, 3) indicizzazioni salariali, 4) controlli amministrativi su alcuni prezzi “base” 5) vincoli alle acquisizioni estere in campo sia industriale che bancario (prof. E. Brancaccio).

n) l’abbattimento dei salari non riesce ad accrescere la competitività dei Paesi periferici, dal momento che anche la Germania insiste con una politica di contenimento dei salari in rapporto alla produttività, rapporto che è mediamente diminuito in Europa di circa mezzo punto percentuale, mentre in Germania è crollato di quasi tre punti. Dal 1999 al 2007 la Germania (prof. A. Bagnai) è stato il secondo paese a crescita più lenta dell’Eurozona dopo l’Italia (la crescita reale è stata dell’1.7% in Germania e dell’1.5% in Italia, contro una media del 2.7% nell’Eurozona), cioè la domanda interna per consumi e investimenti veniva sistematicamente repressa per evitare di far crescere le importazioni. Sarebbe quindi necessario che la Germania riducesse la competizione salariale al ribasso altrimenti sarebbe difficile non pensare che voglia una “annessione”, anziché una “Unione”.

 

La Germania ha avuto dunque innumerevoli vantaggi e deve dare un contributo al riequilibrio della situazione. Per costruire fondamenta politiche più solide in Europa bisognava tener conto di un principio fondamentale, e cioè che per un Paese non è sostenibile né legittimo perseguire politiche nazionali che possano provocare danni economici ad altri Paesi. Radice di tutti i mali è l’avidità del denaro diceva San Paolo (I Timoteo VI, 10). La Germania non può imitare il Quarto Reich conducendo una guerra non guerreggiata e non dichiarata ma sotto forma di un conflitto economico-finanziario per egemonizzare l’intero continente, riducendo tutte le altre economie a diventare soggetto della sua subfornitura industriale e “mercato esterno” dove smaltire l’enorme sovrappiù tedesco. La costruzione europea doveva essere terreno di convergenza tra gli interessi dei ceti popolari dei diversi Paesi, servire a migliorare la qualità della vita dei popoli europei, ad assicurare più occupazione, meno precarietà, redditi reali più elevati, un’uniformazione verso l’alto dei sistemi di protezione sociale, mentre l’Europa che ci viene presentata oggi è quella dove prevale la legge del più potente, assume il volto del rigore, della contrazione dei redditi e dei diritti sociali, di continue politiche fiscali recessive e di progressivo impoverimento. L’euro sta pagando il suo peccato originale: aver costruito una moneta comune senza fondarla su una politica economica comune, su standard minimi nel campo della fiscalità, dei salari e dei diritti del lavoro, su politiche di bilancio e distributive volte al sostegno della domanda aggregata - in particolare nei Paesi centrali - che, unitamente alla politica espansiva della BCE (a cui la Germania si è sempre opposta) avrebbero favorito una crescita più equilibrata, appropriate e coordinate politiche monetarie e fiscali a livello centrale. Dunque il “mercantilismo monetario” praticato dalla Germania, tutto teso a rafforzare le esportazioni, è incompatibili con l’unione monetaria, e l’unica vera terapia (P. Krugman, S. Cesaratto, E. Brancaccio, A. Bagnai, A. Stirati et al) è che la Germania rilanci la propria domanda interna, consumi di più facendo crescere i salari reali in modo da recuperare il terreno perduto rispetto alla produttività, creando al proprio interno un boom simile a quello verificatosi nel Sud Europa tra il 1999 e il 2007, esportando di meno e importando nei confronti dei Paesi deboli, lasciando andare l’inflazione; insomma dovrebbe guidare una politica orientata alla crescita, all’unione politica e alla condivisione dei rischi e accettare i costi della leadership (prof G. Soros). La Germania ha le risorse per farlo, e facendolo contribuirebbe a sanare gli squilibri europei, a rilanciare crescita e occupazione, a stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi ove questo è più elevato.

Ma il governo Monti, anziché far pressione in questo senso, si muove in direzione diversa e contraddittoria, prendendo provvedimenti che hanno come obiettivo la riduzione della domanda aggregata (consumi interni ed esteri, investimenti privati e pubblici, ma anche spesa pubblica corrente per acquisti di beni e servizi per la Pubblica amministrazione), come  ad esempio la spending review. Una delle vie d’uscita dalla crisi che oggi il governo propone è infatti un riequilibrio della bilancia commerciale basata sul rilancio delle esportazioni. Ma se tutti i Paesi euro puntassero a imitare la tendenza della Germania ad aumentare le esportazioni nette e ad accumulare crediti verso l’estero, non vi sarebbe più una fonte di domanda interna alla zona Euro. E poi, secondo l’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia (luglio 2012), nei primi quattro mesi dell’anno in corso, c’è stato un disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti italiana rispetto allo stesso periodo del 2011, ma la riduzione delle importazioni, dovuta al crollo della domanda causata dalle politiche di austerità, non ha fatto diminuire il differenziale (spread) fra il tasso d’interesse sui titoli di stato italiani e l’analogo tasso tedesco, mentre la conseguenza è stata che il Pil, la produzione industriale e l’occupazione sono diminuiti, il rapporto fra il debito estero e il Prodotto interno lordo non è migliorato, c’è una consistente fuga di capitali italiani verso l’estero, e si è approfondita la depressione economica. Una bella “luce in fondo al tunnel” che ci viene addosso, Mr. Monti!

 

 

2) Come ha osservato il prof. Paul Krugman, Irlanda e la Spagna alla vigilia della crisi avevano conti pubblici in ordine, mentre l’Italia era un Paese più “virtuoso” della Germania stessa, poiché aveva un avanzo primario (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi) costantemente positivo dal 1992. Infatti, prendendo in esame (prof. G. Zezza) il debito lordo di alcuni Paesi dell’area euro - Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna
 risulta evidente che per la maggior parte di essi il livello del debito pubblico rispetto al PIL era simile nel 1995 (cioè prima dell’euro), nel 2000, e nel 2006 prima della crisi, dove era anzi diminuito ad esempio per la Spagna. In tutti i Paesi il debito è invece aumentato come conseguenza della crisi, nel 2011, perché il deficit pubblico aumenta automaticamente in una situazione di recessione, e nella zona euro l’aumento è stato aggravato dalla maggior spesa per interessi dovuta alla mancata capacità di gestione della crisi.

Del resto è lo stesso Ufficio economico dell’ONU a sottolineare che “i deficit dei Paesi avanzati sono stati causati dalla crisi e non viceversa”.

 

 

3) In Italia all’origine del debito pubblico non c’ è la spesa pubblica:

 

a)  per ragioni politico-clientelari non si sono fatte pagare (v. F. Cavazzuti 1978) e non si fanno pagare le tasse a chi le dovrebbe pagare (v. L. Paggi 2011). Le legislazioni che si sono succedute dal 1973 hanno tenuto divise in due le categorie di contribuenti: da una parte lavoratori dipendenti e pensionati con ritenuta fiscale alla fonte sulla busta paga o certificato di pensione; dall’altra gli imprenditori, i liberi professionisti e gli autonomi che pagano l’IRPEF su redditi basati su studi di settore. Perciò (v. Ministero dell’Economia e delle Finanze marzo 2011) il 93% dell’intero gettito IRPEF è pagato dai lavoratori dipendenti e pensionati pur possedendo mediamente solo il 27% della ricchezza nazionale; l’altro 7% dell’intero gettito IRPEF è pagato dagli imprenditori, dai liberi professionisti e dagli autonomi che possiedono mediamente il 73% della ricchezza nazionale. Questo sistema fiscale squilibrato ha prodotto, legalmente, una colossale evasione fiscale quantificabile in 120 miliardi di mancato gettito erariale annuo, fra IVA e IRPEF ed altri tipi di evasione contributiva. La somma di questi importi è stata coperta nel tempo con emissione di debito pubblico. Moltiplicando per 10 anni una somma di almeno 100 miliardi annui, si produce un valore di 1000 miliardi, che rappresenta circa la metà del nostro debito pubblico.

b)  nel 1981 in Italia venne abolito l’obbligo per la nostra Banca centrale di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta, e da quel momento il debito italiano crebbe molto più che nel resto d’Europa (nel 1981 era pari al 58% del Pil, nel 1992 al 124% !) a causa della abnorme crescita degli interessi, e non della spesa della Pubblica Amministrazione, rimasta al di sotto o intorno ai livelli medi Ue.

c)  Gli squilibri commerciali dopo il 1999 hanno avuto come riflesso un aumento del debito pubblico, come si è visto sopra, a causa della volontà di predominio tedesca.

d)  il calo delle entrate in Italia è stato causato in parte anche dai salvataggi delle banche: come ha dichiarato il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, 4 trilioni di euro (!) sono stati spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari. Mario Draghi si è dato molto da fare, e in un anno ha stampato e regalato alle banche 1200 miliardi di euro - un valore quasi pari al Pil di tutta l’Unione europea. In Italia una gestione assai discutibile del patrimonio, che chiamerebbe in causa il ministero dell’Economia che vigila sulle Fondazioni, ora impegnerà quasi 4 miliardi di soldi pubblici per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. E ai contribuenti italiani il salvataggio delle banche spagnole è costato ben 19,8 miliardi di euro dei 100 miliardi stanziati. Soldi presi dalle tasche degli italiani attraverso i tagli operati dal governo Monti.

e)  il calo delle entrate è dovuto anche alla riduzione dell’onere fiscale, alle rottamazioni d’auto, ai crediti agevolati concessi in questi anni alle imprese, molte delle quali delocalizzavano pure le aziende pagando le imposte all’estero anziché nel paese d’origine. Due voci fondamentali indicano i fondi usciti dalle casse pubbliche e finiti in quelle delle aziende: “contributi in conto corrente” e “contributi in conto capitale”. Solo nel bilancio 2010 per es. la somma delle due voci fa 40 miliardi di euro. (v. Marco Cobianchi “Mani bucate” ed. Chiarelettere, 2011)

f)  è un debito pubblico dovuto anche a un crollo della domanda interna (e quindi una diminuzione di introiti fiscali per lo Stato) causata dalla riduzione della produzione, dell’occupazione e del reddito, dovuta alle insensate politiche di austerità dei governi Monti e Berlusconi. Se si mettono in atto politiche di austerità quando la crisi è di domanda allora non si vince la crisi, ma si approfondisce. 

g) il record di debito pubblico accumulato da un governo sono stati i 330 milioni al giorno accumulati dal governo Berlusconi (v. prof. O. Giannino)

h) la nostra spesa sociale è sempre stata storicamente inferiore alla media dell’Europa Occidentale e l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse per quota di finanziamento del welfare: la spesa sanitaria è sotto la media OCSE (9,3 % sul PIL, contro una media di 9,5, mentre Francia e Germania spendono l’11,6%); spendiamo meno degli altri in istruzione ; non abbiamo il reddito minimo garantito, le politiche per l’abitazione sono insignificanti e quelle per l’infanzia spesso inesistenti. Il nostro è un Paese che per la ricerca spende meno della media europea e si trova agli ultimi posti per la spesa pro-capite nei campi dell’assistenza e dell’ambiente.

i)  è un aumento del debito pubblico dovuto ad una stagnazione della crescita che può trovare soluzione:

1) riallineando la competitività di Berlino con quella dei Paesi della sponda Sud, perché (prof.ssa A. Stirati et al.) se tutti i competitori abbassano i salari, non vince nessuno, e l’unico risultato è una riduzione della domanda e della crescita.

2) Eliminando l’austerità autodistruttiva (prof. Joseph Stiglitz), nemica della crescita per la compressione del potere d’acquisto di massa,  conseguenza della pressione su occupazione e salari; per l’Ufficio economico dell’ONU il debito pubblico accumulato non si sta riducendo attraverso le politiche di rigore, ma al contrario continua a crescere perché l’austerità – spiegano gli economisti dell’ONU – indebolisce la crescita e quindi peggiora il rapporto debito/PIL, il che rende più difficile ripagare i titoli di stato alla scadenza

3) la deregolamentazione del mercato del lavoro (precarizzazione) e la spinta in basso dei salari hanno determinato anche la riduzione della produttività, perchè le imprese, potendo comprimere il costo del lavoro, erano meno incentivate a introdurre innovazioni tecnologiche (v. prof. Hanan Morsy e Silvia Sgherri; prof. Ian Dew-Becker di Harvard e Rober J. Gordon della Northwestern University), ma soprattutto innovazioni di prodotto.

4) L’equità va nella stessa direzione della crescita perchè la redistribuzione verso i redditi più bassi e da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno.

5) bisognerebbe promuovere una politica energetica ed industriale che orienti le scelte pubbliche e private su che cosa e come produrre; si dovrebbe combattere la corruzione su ogni passaggio dei processi autorizzativi alle imprese, contrastare la macchinosità e la lentezza della nostra burocrazia, l’arretratezza di infrastrutture, incentivare conoscenza, formazione, tecnologia, ricerca, innovazione di prodotto; portare avanti una seria lotta alla criminalità organizzata diffusa in certe aree del nostro Paese, migliorare il nostro sistema giudiziario lento.

6) È insensato e contraddittorio chiedere aumenti di produttività ai lavoratori per aumentare la crescita, come fa il governo Monti: 1)perché l’abbattimento dei salari non riesce ad accrescere la competitività dei Paesi periferici, dal momento che anche la Germania insiste con una politica di contenimento dei salari in rapporto alla produttività. Immaginare la possibilità di una cooperazione solidale europea e standard retributivi forse potrebbe aiutare a risolvere il problema. 2) perché dall’inizio degli anni ’80 la produttività ha continuato a crescere mentre il salario reale è rimasto fermo (v. grafico prof. A. Bagnai), e lavoriamo in Italia circa 200 ore all’anno in più rispetto alla media europea (v. dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro OIL), con retribuzioni del 20 % inferiori, dunque non è il costo del lavoro la causa dell’abbassamento del costo del lavoro per unità di prodotto, semmai la causa è il prodotto, il cui valore è del 35% inferiore a quello che con lo stesso costo del lavoro riesce realizzare la Germania. 3)chiedere aumenti di produttività ai lavoratori si risolverebbe in maggiori licenziamenti e disoccupazione, dato che manca il consumo, la domanda di beni e servizi. Sarebbe più sensato invece ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per aumentare gli occupati e redistribuire il reddito complessivo; detassare stipendi e pensioni per incentivare i consumi e quindi la crescita, o aumentare la domanda tramite un maggior ruolo della spesa pubblica. 4) le imprese anziché investire per rinnovare i macchinari e migliorare la tecnologia - dunque per aumentare la produttività – e innovare il prodotto, migliorare la ricerca e il processo produttivo, hanno preferito utilizzare la deregolamentazione del mercato del lavoro (precarietà) per comprimere il costo del lavoro, oppure dirottare i loro soldi verso la finanza e il mercato immobiliare, che garantiscono profitti più alti, È la Banca d’Italia a scrivere (aprile 2012) che la crescita della produttività del lavoro modesta è dipesa essenzialmente da un livello molto basso in investimenti in innovazione tecnologica per scelta poco perspicace delle aziende 6)conta il nanismo delle imprese nell’abbassamento della produttività, perché il valore aggiunto per addetto delle microimprese (che in Italia sono il 95% delle imprese), è pari a circa 25 mila euro l’anno, cioè metà di quello delle medie imprese e due volte e mezzo più basso di quelle grandi (60 mila euro).

7) Per la crescita è importante l’investimento diretto dello Stato nei nuovi settori emergenti e per le infrastrutture (finanziabile con tasse sui grandi patrimoni, sulle transazioni speculative, vera lotta all’evasione, riforma del sistema bancario ecc); conta il ruolo della Bce che potrebbe fare molto di più per la crescita e l’occupazione; pesano le privatizzazioni di alcuni rami dei servizi pubblici che hanno favorito lo spostamento degli investimenti dalla manifattura a quei rami dove possono essere chiesti prezzi da monopolio; conta un sistema universitario baronale che favorisce la fuga di cervelli; e infine i fondi per la ricerca, assolutamente inadeguati (la spesa in ricerca è ferma all’1,3% del pil, contro una media europea vicina al 2%) la cui stretta insensatamente persiste anche con questa spending review.

j)  Il prof. Paul Krugman ricorda che gli Stati Uniti uscirono dalla Seconda guerra mondiale con un ingentissimo debito pubblico, che tuttavia non fu mai restituito: infatti il dopoguerra statunitense fu caratterizzato da uno sviluppo economico talmente esteso e accelerato da arrivare a rendere del tutto irrisorio (o, se si vuole, del tutto compatibile) il rapporto tra debito e PlL. La stessa Italia - come ha annotato un autorevole ex ministro di passati governi quale Paolo Savona - ha fatto registrare per anni ragguardevoli livelli del debito, senza che ciò abbia comportato il tracollo dei suoi conti. Dunque politiche governative dirette a stimolare la crescita e l’occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che oggi vengono ritenuti accettabili.

 

 

4) Il decreto della spending review avrà un effetto depressivo sull’economia: “La Stampa” ha pubblicato sabato 25 agosto uno studio effettuato nell’ambito del Fondo monetario internazionale. Secondo questo working paper del Fondo Monetario Internazionale scritto da Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, un taglio della spessa pubblica equivalente all’1% del PIL provoca una caduta del PIL dall’1,4% all’1,8%, mentre molto più modesti sarebbero gli effetti contrattivi durante un’espansione.

Anche Lawrence Summers, già ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa Bianca, sul Financial Times del 30 aprile 2012 ricorda che il taglio della spesa pubblica ha un effetto distruttivo sul Pil pari a una volta e mezzo, cioè a ogni euro in meno di spesa pubblica corrisponde un euro e mezzo di contrazione del Pil, perchè la spesa pubblica rappresenta domanda per il sistema (ad esempio l’assunzione di nuovi docenti o personale medico genera un incremento nel reddito nazionale e quindi favorirà i consumi), e perciò ogni sua riduzione si ripercuote negativamente sull’intera economia (prof. G. Zezza). È stato quindi calcolato che a seguito della spending review avremo un’ ulteriore riduzione del PIL di circa altri 40 miliardi, rendendo ancora più squilibrato il nostro già pesante rapporto tra un Debito che continua a salire e un PIL che invece continua a contrarsi. La spesa pubblica finora è già strutturalmente diminuita di 103 miliardi di euro in tre anni (a cui si aggiungono oltre 50 miliardi da qui al 2014 se si considera l’effetto cumulato anche della Legge di Stabilità 2012 e del Salva-Italia. Siccome le uniche componenti a sostegno della domanda interna e della crescita potenziale sono rappresentate proprio dalla spesa pubblica corrente e dagli investimenti, peraltro già ridotti pesantemente nell’ultimo quinquennio, se viene tagliata ulteriormente la spesa pubblica, addio crescita!

L’idea che ogni forma di spesa pubblica sia un costo da contenere il più possibile è un’idea da liberismo selvaggio, che dimentica la ovvia verità che gli stipendi pagati dallo Stato, nonché gli acquisti di beni e servizi che effettua, sono tutti soldi che entrano nel circuito dell’economia al pari di ogni altra spesa, trasformandosi in domanda, crescita e occupazione. Così i nostri “tecnici” al governo, pur riempiendosi la bocca di crescita dalla mattina alla sera, lavorano alacremente contro di essa!

 

 

5) Nella cosiddetta “spending review” c’è ben poco in termini di contrasto alle spese superflue, lotta alla corruzione e agli sprechi che si annidano nel sistema di appalti, nelle esternalizzazioni improprie fatte solo per favorire gli amici, negli accreditamenti ai privati, negli stipendi d’oro dei dirigenti, nelle convenzioni e tariffe rimborsate (i DRG) ai privati, negli abusi di interventi chirurgici spesso non necessari, nelle consulenze d’oro (1,5 mld di euro!) magari pure in presenza di esuberi, nei privilegi della Casta politica e parlamentare, nelle spese militari e nelle assunzioni clientelari.

Quella del governo Monti non è una qualificazione bensì un taglio della spesa e tutto si riduce, come ha ammesso pure il Ministro dei rapporti con il Parlamento, “Dumbo” Giarda, ai “tagli lineari” di Tremontiana memoria:

1)  Viene abbassato il tetto di spesa, che è sempre un taglio assolutamente lineare.

2)  C’è un taglio lineare del 3,5% per la spesa “farmaceutica”, già sottoposta in questi anni a pesanti interventi, per cui si è passati dal 14% del 2008 all’11,35% del 2013 e, se continua così, ben presto saremo costretti a pagare i farmaci. Nessun intervento, invece, è stato previsto per ridurre la spesa reale all’origine, cioè esattamente dove si doveva lavorare ed in particolare sulle prescrizioni improprie, gli sprechi e le illegalità.

3)  La riduzione dello standard di posti letto ospedalieri è un taglio lineare. La rete ospedaliera non può essere ulteriormente tagliata, semmai riconvertita e riqualificata nell’offerta, con garanzia dei servizi di emergenza-urgenza e l’apertura di servizi alternativi nel territorio.

4)  è un taglio lineare la riduzione di spesa per il personale insegnante, collaboratori scolastici, precari, dipendenti pubblici, dipendenti di aziende di gestione e manutenzione di impianti e informatica in appalto pubblico, lavoratori delle società e multiservizi di tantissimi Enti locali.

5)  È un taglio lineare la riduzione del 5% per acquisti di beni e servizi del sistema sanitario e la ricontrattazione degli appalti per prezzi di beni e servizi superiori del 20% a quanto disposto dall’Osservatorio per i contratti pubblici. È un provvedimento che colpisce a fondo il sistema pubblico fino a renderlo incapace di agire. Gli stessi tagli al capitolo “fornitura di beni e servizi” rischiano di produrre effetti negativi sia nella produzione dei beni, distruggendo valore industriale e ricerca, sia, come nel caso dei servizi sull’occupazione in un settore che impiega non meno di 500.000 lavoratori, con rischi per un 15% degli addetti o su quello delle condizioni retributive e contrattuali oltre che delle condizioni di lavoro delle tante persone addette

6)  su altri beni e servizi, è previsto un taglio assolutamente lineare, non solo di difficile realizzazione ma che rischia di scaricarsi sui fornitori contrattualmente più deboli (per es. associazioni no profit, cooperative sociali ecc.) e di bloccare forniture necessarie

Dai “tecnici” ci si sarebbe aspettato uno sforzo di innovazione, tagli più mirati e oculati, non la solita ignobile e inutile macelleria sociale. A che è servito ingaggiare un consulente del Governo, pagato a peso d’oro?

La spending review rischia di distruggere un modello sociale che ha fondato i suoi architravi sull’universalità delle prestazioni, sull’inclusione e sulla tutela sociale; rischia di mettere in ginocchio il Paese sotto il profilo economico-sociale, dell’offerta formativa e di ricerca e della capacità dell’intervento pubblico di rispondere ai bisogni fondamentali della cittadinanza, perché avrà effetti disastrosi sui servizi ai cittadini, sul lavoro pubblico e sul lavoro precario, nonché sul restringimento dei perimetri e degli spazi pubblici, come pre-condizione per la completa liberalizzazione/privatizzazione delle attività pubbliche. È la fine del welfare, in ossequio alle direttive del Presidente della BCE Draghi, che il 24.02.2012 dichiarava al ‘Wall Street Journal’ che: “Il modello sociale europeo deve scomparire”. E infatti con questa spending review il governo Monti spalanca ancor di più le porte alla voracità e all’ingordigia dei capitali privati delle Banche d’affari (delle quali diversi membri del governo erano esponenti fino a qualche mese fa), a danno di settori delicatissimi come la sanità, la scuola (più di 10 milioni destinati ad Università non statali), i trasporti, sancendo il passaggio dal diritto universale al Bancomat.

Dopo la crisi del 1929 il governo tedesco guidato da Heinrich Brüning tagliò la spesa pubblica e produsse 5 milioni di disoccupati. Sappiamo come finì: dopo 4 anni, nel 1933 Hitler vinse le elezioni facendo leva sul sentimento contro le banche e dicendo che avrebbe avviato lavori pubblici per occupare tutti…

 

 

IN CONCLUSIONE

I problemi europei non derivano dalla dissipatezza fiscale dei Paesi periferici, da eccessive spese sociali, ma sono conseguenza del mercantilismo egemonista tedesco e dello scoppio delle bolle immobiliari alimentate dai flussi di capitali dai Paesi più forti verso Paesi periferici (Spagna, Irlanda). La crisi si è poi scaricata da lì sulle finanze pubbliche, e qui la BCE ha avuto una responsabilità precisa per il mancato intervento immediato a sostenerle facendo scendere lo spread, perché il debito pubblico non costituisce un problema con bassi tassi di interesse, che sono venuti a mancare per la sciagurata inazione della Bce. Come disse il prestigioso economista Federico Caffè, se una politica sbagliata viene condotta per lungo tempo è perché fa comodo a qualcuno. La BCE ha agito così per ubbidire al diktat dell’elite europea di eliminare, attraverso una crisi fiscale, welfare state e sindacati. Si è volutamente lasciata libera la speculazione per costringere i Paesi più in difficoltà, come Italia e Spagna, ad approvare tagli e misure antisociali senza precedenti. In questo senso vanno anche le decisioni del Presidente della BCE Draghi di sostenere in maniera illimitata i titoli di stato a breve (l’impegno italiano nell’Esm sarà di 120 miliardi di euro!), ma sottoponendo i Paesi che usufruiscono degli interventi anti-spread ad un Memorandum il quale si tradurrà in rigide politiche di austerità che si ripercuoteranno sull’economia reale, con tagli alla spesa sociale, attacco ai diritti dei lavoratori e privatizzazioni, una vera “cura che uccide il paziente!” (prof J. Stiglitz). E il Financial Times sembra non avere dubbi che l’Italia chiederà gli “aiuti” europei entro l’anno, delegando le politiche economiche al pesante commissariamento della troika BCE-UE-FMI, il che toglierebbe all’Italia ogni sovranità economica, rendendo impossibile cambiare politiche da parte di un nuovo governo di centrosinistra e quindi praticamente inutile votare alle elezioni. Lo stesso discorso vale per l’acquisto di emissioni da parte della BCE, che sarà a 1 o 2 anni appositamente per alleviare un po’ la situazione debitoria del Paese che beneficia di questo intervento ma lasciando alta la pressione sui governi affinché realizzino drastiche politiche antisociali. L’interpretazione falsa della crisi come crisi dovuta fondamentalmente alla spesa pubblica, è stata utilizzata (v. prof. P. Krugman) dalle classi dominanti dei Paesi periferici per colpire i diritti sociali formali e sostanziali e smantellare ciò che ancora rimane delle riforme realizzate negli anni ’70 a tutela dei lavoratori e, più in generale, della sicurezza sociale. Come ha scritto anche l’economista conservatore, il “Nobel” Mundell, “l’unione monetaria è lotta di classe con altri mezzi”. currency union is class war by other means”.

Tutto ciò accade (v. prof. P. De Grauwe) tramite cessione di sovranità nazionale ad un sistema di Trattati e di Istituzioni non soltanto avulse, sostanzialmente, dall’ambito della rappresentanza democratica, ma addirittura dominanti su di essa, come la Banca Centrale Europea,  la Commissione europea, il Consiglio Europeo, una vera e propria oligarchia che detta legge senza alcuna legittimazione democratica e prevarica la volontà dei popoli non essendo mai stata eletta da nessuno. E così in alcuni Paesi come l’Italia si fa strada l’idea del superamento della democrazia parlamentare per affermare invece il progetto di una nuova oligarchia fondata sulla cosiddetta “democrazia di competenza” in cui i soggetti politici avrebbero solo il compito di raccogliere il consenso popolare a favore dell’élite dominante, con un Parlamento utilizzato in funzione di mera ratifica.

Ci vorrebbe invece una politica in grado di prendere decisioni finalizzate ad un efficace cambiamento della situazione in senso democratico, progressista, trasparente, solidale ed egualitario; una politica che in particolare sappia organizzare una revisione della spesa in modo da farne un piano economico volto a riorganizzare il bilancio dello Stato per spostare risorse da certi settori ad altri, in grado così di sostenere la domanda effettiva.

Ci vorrebbero economisti in grado di comprendere il fallimento del neoliberismo e delle politiche di austerity; economisti che in particolare non considerino tutto ciò che è pubblico uno spreco di per sé, ed analizzassero invece la spesa pubblica come strumento indispensabile in tempo di crisi per la ripresa economica, la produzione di beni e servizi necessari per accrescere benessere, coesione sociale, occupazione e uno sviluppo equo e sostenibile.

 

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