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MAL…COSTUME E IN MEZZO CLAUDIO

La vicenda del ministro Claudio Scajola mostra per l’ennesima volta un’Italia in cui le regole vengono sistematicamente violate (e non all’insaputa), specie da chi dovrebbe dare il buon esempio: la legalità, nel nostro Paese, è un miraggio

Se Gianfranco Fini, davanti alla platea della ormai nota direzione nazionale del Pdl, ha parlato dell’importanza di difendere la legalità e della necessità di non dare all’opinione pubblica l’impressione di ricercare o creare sacche di impunità, un motivo ci sarà stato. Ed è pure valido. Il Pdl e il centrodestra finiscono troppo spesso al centro di indagini della magistratura, da cui poi talvolta riescono a uscire con prescrizioni o scappatoie ad personam, oppure nel mezzo di vicende imbarazzanti che, pur non costituendo reato, invadono il terreno di una moralità che a chi amministra la cosa pubblica non può e non deve mancare. Loro continuano a parlare di complotto, giocano il ruolo dei perseguitati, ma a volte lo fanno con meno convinzione, specialmente se i comportamenti scoperti sono indifendibili e manifestamente controversi.

Dallo scandalo delle escort che sollazzavano il tempo libero del premier al caso Scajola, l’annunciata assenza di reato o di un’iscrizione nel registro degli indagati non ha alcun valore di fronte alla violazione di quel codice morale che dovrebbe essere sacro nelle stanze e nei palazzi dell’amministrazione statale. In questo Paese c’è una legalità a scale colorate, con gradazioni che si attenuano man mano che si sale verso l’alto. In un’Italia in cui la gran parte dei cittadini affronta sacrifici enormi per acquistare una casa, con mutui lunghi ed estenuanti, senza favori di alcun genere e con al collo il cappio degli interessi, c’è chi invece riceve agevolazioni e regali per dimore lussuose in luoghi incantevoli. Mentre la gente comune viene stritolata dal caro affitti, c’è chi si fa regalare da costruttori coinvolti in numerosi appalti pubblici un appartamento con vista sul Colosseo. Indagato o meno non importa.

Per spogliare l’anima maligna di questo Paese non c’è bisogno di finire sotto processo. Ci sono atti immorali talmente evidenti che innanzitutto non vanno accettati culturalmente, prima ancora che ci sia l’intervento della magistratura. Certo, bisogna sempre dare all’accusato la possibilità di difendersi, di chiarire, non si deve mai dimenticare la presunzione di innocenza. Il ministro dello Sviluppo Economico non è diverso dagli altri esseri umani, quindi era giusto attendere che spiegasse, che dimostrasse di essere vittima di un errore, di un malinteso, persino del tanto abusato complotto. Quando, però, si è presentato dinnanzi ai giornalisti in una conferenza stampa-monologo, affermando di non aver mai saputo né sospettato che qualcuno avesse pagato una parte cospicua del suo affare immobiliare, penso che si sia andati oltre il ridicolo, scatenando l’incredulità di tutti, più per l’impudica e fantasiosa auto-difesa del ministro che per la gravità del fatto stesso.

Come si può pensare che ci sia un benefattore “anonimo” (non giocate con facili anagrammi perché non vi riusciranno…) che ti paga una casa con vista sul Colosseo? Le dimissioni erano il minimo e non meritano nessun applauso. E qui arriviamo al nocciolo della questione: come reagisce il Paese al passo indietro di Scajola? C’è chi apprezza la scelta di dimettersi come se fosse un merito (“Almeno lui si è fatto da parte”, “Gli va dato atto che quantomeno si è dimesso”, si sente dire in giro) solo perché altri, anche per cose più gravi, non lo hanno mai fatto. Il solito limite italiano di ragionare prendendo come punto di riferimento il peggio e non il meglio. Nelle altre nazioni democratiche, davanti a certi scandali le dimissioni sono normalità e non meritano né plauso né gratitudine, perché prevale lo sconcerto per ciò che si è commesso. Altro problema: secondo alcuni sondaggi diffusi in tv, gli italiani erano contrari alle dimissioni, non ne individuavano infatti la ragione, dato che il ministro non era indagato. Questo è l’elemento più preoccupante dell’Italia attuale. Non c’è più la minima distinzione tra ciò che è morale e ciò che non lo è, tra quel che è il buon governo e quel che non lo è.

Quegli stessi italiani feroci con chi è accusato di un delitto prima ancora che possa difendersi, diventano docili e permissivi con i potenti che umiliano la morale del buon amministratore, la legalità dei comportamenti e delle azioni. “Così fan tutti”, dicono, e quindi nella diffusione del malcostume tutti vanno assolti. Quando si pecca in massa si è tutti anonimi e, secondo il senso comune, i contorni del peccato si diradano. Non si pensa mai che se ne hanno beccato uno ce ne saranno di certo tanti altri del suo stesso rango che commettono identici misfatti. Non si pensa che, se si vuole la vera legalità, quella che attiene innanzitutto ai modi di agire e al rispetto della cosa pubblica, non si devono assolvere tutti ma al contrario scovarne il più possibile e pretendere che si facciano da parte, che lascino le poltrone del potere. E non parliamo di nuove Tangentopoli, di manette che tintinnano, dei rischi di un giustizialismo cieco che partorisce errori/orrori, ma parliamo di una cultura della legalità che respiri a pieni polmoni, che guardi verso l’alto, che costringa chi siede ai vertici di uno Stato a rispettare i cittadini, a dare l’esempio. Perché in Italia si ha la netta impressione che buona parte del popolo, oggi più di prima, disprezzi le regole, soprattutto quelle fondamentali per il progresso e per il vivere civile, cercando sempre il modo più breve per aggirarle, mentre al contempo pretende il rispetto assoluto di norme assolutamente sbagliate, disumane, ingiuste e incivili. Un popolo cloroformizzato che dimentica tutto e in fretta. Solo oggi qualcuno si accorge di chi sia Claudio Scajola.

In realtà la sua fama è arcaica. Nella sua carriera politica a fianco di Berlusconi, egli viene ricordato soprattutto per la sua carica di ministro dell’Interno, ricoperta (all’insaputa?) dal giugno 2001 al luglio 2002. In quell’anno, egli ne combinò talmente tante che in qualsiasi altra nazione europea lo avrebbero radiato dalla politica. Prima, nel luglio del 2001, fu colui che gestì (malissimo) il G8 di Genova, quello degli scontri feroci, della morte di Carlo Giuliani, delle violenze inaudite della Polizia. Meno di un anno dopo, fu investito da una rovente polemica in quanto venne assassinato il giuslavorista Marco Biagi, a cui il ministero guidato da Scajola aveva tolto la scorta. Non solo, ma sollecitato dai giornalisti sull’importanza di tutelare un uomo come Biagi, egli rispose malamente, screditando lo stesso Biagi e definendolo un “rompicoglioni”. Una volgarità morale che gli costò le dimissioni da ministro (è un habitué…). In mezzo a queste due vicende, va ricordata anche quella dell’istituzione del volo Alitalia per la tratta Fiumicino-Albenga (a due passi dalla sua Imperia), un volo a bassissimo numero di passeggeri e ad alto costo. Una sorta di aereo privato ottenuto con soldi pubblici. Tratta soppressa dopo le dimissioni di Scajola e poi riattivata (stavolta da AirOne) al suo ritorno all’esecutivo, nel 2003, come ministro per l’Attuazione del Programma.

Il volo viene poi nuovamente soppresso quando Scajola non è più al governo. Incredibilmente, appena entrato in carica il nuovo governo Berlusconi, nel 2008, viene ripristinato il collegamento Albenga-Roma, grazie allo stanziamento di un milione di euro ad opera dello stesso ministro ligure. Stavolta però niente coinvolgimento di Alitalia o AirOne, ma solo un finanziamento corposo all’aeroporto ligure. Insomma, dinnanzi ad una carriera così ricca di momenti di alta politica davvero non ci si può stupire troppo di Claudio Scajola e del suo modo di vivere il suo ruolo di amministratore pubblico. Stupisce di più guardare quegli italiani inebetiti che continuano a difenderlo, anche quando nemmeno i suoi compari di partito lo fanno. Uno scempio del buon senso, dei principi democratici e del pudore, in un Paese che vede legalità, civiltà ed uguaglianza soffocare nella melmosa palude del paventato complotto, del malcostume politico e dell’impunità strategica.

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