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Panico

Il panico che si sta diffondendo in certi ambienti alla prospettiva della caduta del cavalier Berlusconi (magari proprio l'8 settembre) può giocare brutti scherzi.

Nei giorni scorsi qualcuno, per sostenere il ricatto delle elezioni anticipate e negare la possibilità che in Parlamento si formi una maggioranza diversa, ha usato un argomento ineccepibile: gli attuali parlamentari, a causa della legge elettorale vigente, non potrebbero esprimersi in dissenso rispetto alle posizioni del leader della loro coalizione.

Non sono infatti stati scelti dagli elettori, che non hanno potuto esprimere preferenze, ma designati dal 'capo', cui dunque debbono fedeltà assoluta. Inoltre, dato che un certo numero di essi rientra nel 'premio di maggioranza', che spetta alla coalizione vincente e non tiene conto delle reali proporzioni del voto, non sarebbero nemmeno veri e propri 'rappresentanti del popolo', ma solo 'dipendenti' della stessa coalizione.

Argomentazione ineccepibile, che conferma come la cancellazione della 'legge porcata' costituisca la condizione prioritaria e indispensabile di qualunque alternativa democratica, ma sorprendente se usata da chi abbia voluto o non si sia opposto alla attuale incostituzionale legge elettorale; o magari abbia cercato di peggiorarla ulteriormente sostenendo il fallito referendum-truffa del prof. Guzzetta.

L'attuale Parlamento poco avrebbe dunque a che vedere con quanto previsto dalla nostra Costituzione, o da qualunque sistema democratico. Sarebbe clamorosamente violato l'articolo 67 (Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato), ma anche gli artt. 56 e 58 (Camera e Senato sono '...eletti a suffragio universale..').

Anche l'art. 94, che prescrive che 'Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.' perderebbe evidentemente significato, così come la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica, che non disporrebbe più né del potere di nominare il Presidente del Consiglio (art. 92), né di quello di sciogliere le Camere (art. 88). Eccetera.

Soprattutto sarebbe stato violato l'art. 1 della Costituzione: 'La sovranità appartiene al popolo ....'.

Il Parlamento sarebbe dunque l'ennesimo 'ente inutile', il potere si concentrerebbe nelle mani del solo leader della coalizione che ha ottenuto un voto più delle altre (e non 'la maggioranza', come la propaganda governativa continua a ripetere ad uso dei tele-dipendenti), che non potrebbe essere contestato o contraddetto né dall'esterno (grazie alla ampia maggioranza garantita dal 'premio'), né dall'interno.

Saremmo dunque tecnicamente in regime di dittatura solo formalmente temporanea, che, in presenza di un monopolio dell'informazione di massa, potrebbe prolungarsi senza scadenza.

Ma perchè uso il condizionale?

Azioni sul documento

Perché l’uso del condizionale.

Inviato da palinuro il 11/08/2010 17:22
Penso che la domanda con cui si chiude l’articolo – “ma perché uso il condizionale?” - esprima lo scetticismo, sottinteso, con cui l’autore dice molte importanti, ed in parte inedite, verità e con cui palesemente proietta i desideri che ogni uomo autenticamente liberale e democratico non può non nutrire, perché avverte il baratro verso cui è velocemente avviato il Paese, devastato da una destra eversiva e da una sedicente (in senso etimologico: che da sola si definisce) sinistra inetta e collusa.

Cosa avviene quando le classi politiche dominanti, e la loro storia, mostrano chiaramente, come nel nostro caso, una così evidente opacità, cioè una buccia esterna che nasconde una polpa ed un nocciolo così marci? Credo che occorra ricorrere alla vecchia cara Estetica, intesa come protesi della ragione, per portare un quid di razionalità illuministica in una regione che non è altrimenti comprensibile.

Penso non basti che l’ordine sociale sia legittimo, occorre anche che appaia simbolicamente legittimo. Occorre che il corpo sociale - come insieme di liberi cittadini e non come massa di soggetti – avverta le norme sociali come norme proprie, le istituzioni del Paese come istituzioni proprie. Soltanto nel momento in cui la pulsione esterna e la verifica interna si saranno fusi in un’unica nuova entità si avrà ciò che va sotto il nome di “consenso”, di “legittimazione”.

Fino ad allora saremo sempre e solo un aggregato sociale e non certo una società. Come d’altra parte hanno cercato di ridurci - con tutte le loro forze e con finalità solo apparentemente opposte – le parti politiche che tuttora dominano il panorama italiano. Riuscendoci.
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