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PD e PDL all'ombra di Monti

Un obiettivo della maggioranza partitica consiste nel fare entrare possibilmente degli esponenti di PD, PDL, UDC nel governo dei tecnici per potere così riaffermare l’agognato ritorno del “primato della politica”, senza troppe interferenze dei cittadini.

Dagli ultimissimi sondaggi sembra confermata la prevedibile emorragia di consensi dal PD verso i partiti che mantengono una posizione critica nei confronti del governo Monti come IDV e SEL ed il movimento di Beppe Grillo.

Il PD ha fatto una scelta che nella situazione di obiettiva emergenza in cui versa il paese ha una sua ragion d’essere e non può essere liquidata a prescindere come inciucista o incompatibile con la propria rappresentanza elettorale, nonostante la mole della manovra e “lo strabismo” nella ripartizione dei sacrifici che finiscono per gravare sui soliti noti.

Ma quello che gli elettori probabilmente non vorrebbero ascoltare dai dirigenti del PD sono le dichiarazioni del genere “santa alleanza” come quelle in cui si è impantanato Dario Franceschini che si è spinto a sentenziare: “alla fine dell’emergenza sarà dimostrato come i due grandi soggetti politici PD e PDL reggono alla prova della storia”. Ma ce n’era bisogno? E quando si riferisce ai due partiti promossi addirittura dalla storia si riferisce proprio a quelli guidati, si fa per dire, da Bersani e da Angelino Alfano?

Forse gli elettori del PD avrebbero preferito che il loro partito avesse qualcosa da obiettare in risposta alle dichiarazioni abbastanza incredibili del ministro allo sviluppo del governo Monti, Corrado Passera, per qualche decennio banchiere di Intesa San Paolo di cui è tuttora azionista, che a proposito del suo conflitto di interessi ha detto sinteticamente “non c’è, perché so che non c’è”. Poi, per non dare adito a speculazioni ha anche aggiunto molto obtorto collo: “Venderò le mie azioni e basta.. E’ una cosa disonesta, è sbagliato, ma così ci togliamo il dubbio..”. E magari speravano che i loro leader avessero qualcosa da dire anche a proposito della strenua difesa delle banche in nome dell’italianità, di cui si fa tuttora promotore il ministro dello sviluppo, che fu tra l’altro con Berlusconi il principale protagonista dell’operazione Alitalia con cui la bad company fu addossata alla collettività e la good company andò ai noti capitani coraggiosi dell’imprenditoria nostrana, titolari di cumuli di conflitti di interessi.

Invece nel Pd ai massimi livelli “la responsabilità istituzionale” viene declinata, ancora una volta, nel senso di garantire l’esistente del peggiore trasversalismo di casta, come hanno dimostrato ad abundantiam le reazioni agli annunciati tagli per i parlamentari e le grandi manovre tattiche in vista del temutissimo sì della Consulta al referendum antiporcellum.

Il terrore per la pronuncia in senso favorevole della Consulta ai quesiti referendari, che spalancherebbe le porte alla consultazione tra aprile e giugno, ha fatto sì che ormai dentro il partito di Bersani non si trovi più quasi nessuno favorevole al maggioritario. Infatti con la bocciatura scontata e a furor di popolo dell’immondo Porcellum che andava bene ovviamente a tutti i nominati di tutti i partiti, sempre che nell’arco di due mesi dalla pronuncia il Parlamento non sia in grado di approvare una nuova legge elettorale che renderebbe superfluo il ricorso al referendum, rientrerebbe in vigore il vecchio Mattarellum tendenzialmente maggioritario e con i collegi uninominali.

E così il buon Franceschini che fino all’altro giorni spendeva le sue migliori energie ad attaccare Berlusconi ed “i soldatini della Lega che votavano tutte le leggi vergogna” adesso è tutto concentrato, per scaricare Di Pietro e Vendola, a demonizzare “i sistemi che ti obbligano con l’uninominale e il premio di maggioranza alle alleanze” e soprattutto a renderle chiare agli elettori prima del voto.

Poi, ma sarà solo una coincidenza, nella commissione Affari Costituzionali, il PD sempre con Dario Franceschini si è impegnato in una operazione che di fatto rende più difficile la raccolta delle firme per i referendum, attribuendo la verificazione oltre che a notai e cancellieri, solo ai sindaci e a funzionari da loro delegati. Al di là delle intenzioni e alla dichiarata ricerca di una maggiore regolarità nella raccolta, è facile intuire come i quesiti “sgraditi” possono così essere più facilmente ostacolati o boicottati dai primi cittadini. E se si va a vedere l’atteggiamento del PD, con l’esclusione di Parisi e pochi altri, nei confronti della campagna estiva per il referendum antiporcellum che ha avuto un esito travolgente grazie al “volontariato” e all’impegno di pochissimi partiti, si capisce ancora meglio la mossa.

Insomma parallelamente alla tabella di marcia di Mario Monti sul fronte economico si sta definendo quella della maggioranza partitica che ha pochi e semplici obiettivi: mantenere il sistema immutato; fare una bella bicamerale per una legge elettorale che comunque non restituisca la scelta ai cittadini; fare entrare possibilmente degli esponenti di PD, PDL, UDC nel governo dei tecnici per potere così riaffermare l’agognato ritorno del “primato della politica”, senza troppe interferenze dei cittadini.

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