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PIANGI, O MIA TRISTE MADUNINA

Editoriale di Moni Ovadia, pubblicato nel 2007 sull'Unità, straordinariamente bello ed appropriato a descrivere quanto sta accadendo a Milano in questi giorni e da 10 anni a questa parte

La più celebre canzone milanese è sicuramente «O mia bela madunina» scritta dal grande Giovanni Danzi nel 1935. I suoi primi versi recitano così: «O mia bela madunina/che te brilet de luntan/ tüta d’ora e picinina/ti te dominet Milan...». La canzone dà orgogliosamente conto di una città laboriosa e aperta, pronta ad accogliere senza remore chi venga a cercare lavoro e prosperità. Per molte ragioni, fra le quali l’istituzione dei «martinitt» e le buone amministrazioni dei suoi sindaci socialisti - quando la parola socialista era onorata - , Milano si gloriava spavaldamente di avere «el coer in man» (il cuore in mano). 

Come sono tristemente lontani quei tempi. Il tessuto culturale ed umano della capitale meneghina si è progressivamente degradato a misura che le amministrazioni di centrodestra hanno tenuto il governo. Anche le forze del centrosinistra, si sono conseguentemente infiacchite e non hanno trovato la convinzione per esprimere un’opposizione progettuale convincente, da quattro lustri infatti non elaborano proposte che sappiamo sollecitare la partecipazione dei cittadini. La parte migliore dei suoi abitanti si è ritratta e vive la città con un senso di crescente estraneità, la sua intellighenzia, verosimilmente disarma già il giovedì sera o al massimo venerdì a mezzogiorno per trascorrere il fine settimana in località amene per trovare riposo e per sfuggire alla sempre più insensata bolgia del sabato sera con l’incubo dei suoi ingorghi stradali.

L’unica eccellenza che è rimasta alla capitale «morale» è quella finanziaria ma essa non ha alcuna ricaduta sulla vita culturale ed etica del suo tessuto sociale. L’esemplare rinascita innescata da alcuni dei momenti più alti della Resistenza antifascista, della grande cultura operaia e della borghesia progressista, aveva fatto di Milano una fucina di idee e di progetti. Fino alla fine degli anni Settanta la capitale lombarda, è stata guardata con ammirazione e interesse dagli osservatori internazionali per la qualità della sua vita sociale e culturale. Con la svolta degli anni Ottanta - segnata dalla scalata rampante di una borghesia incolta e arrivista con il mito del denaro facile, con il diffondersi della corruzione come norma e lo slogan nefasto della «Milano da bere» dietro la patina dei facili successi - la città - ha iniziato il suo inesorabile declino morale e culturale e l’evento di Tangentopoli, non trovando una classe politica all’altezza della sfida, ha dato l’astura all’arrembaggio berlusconiano che ha devastato sì l’intero Paese, ma in particolare la ricca Milano oramai sufficientemente involgarita, palestrata e lampadada al punto tale da lasciarsi sedurre senza ritegno fino a ritrovarsi con un’amministrazione razzista.

Non è un’iperbole: l’attuale amministrazione milanese è razzista, razzista, razzista. È arrivata l’ora di restituire alle parole la loro responsabilità morale. Come definire altrimenti chi vuole escludere dalle scuole materne, dei bambini colpevoli solo di essere figli di immigrati irregolari? Solo degli ignobili razzisti possono concepire un’infamia così indecente! Criminalizzare dei bambini, criminalizzare essere umani incolpevoli solo perché manca loro uno stato burocratico certo. Nessun sindaco, nessuna giunta municipale aveva trascinato così in basso la nostra Milano.

Io sono un ebreo agnostico, ma credo che se oggi ci avvicinassimo alla Madonnina che sormonta il Duomo con la sua esile figuretta, scorgeremmo che essa non brilla più e che forse, pensando alla sua desolata città, qualche lacrima di sconforto le sia spuntata a fior di ciglio. Fortunatamente fra le voci che si sono levate contro questa porcheria, c’è la Curia milanese che si è sempre distinta per la sua sensibilità sociale. In questo il cardinale Tettamanzi e i suoi collaboratori rilanciano quello che è stato il magistero del cardinale Martini.

 

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