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Popolo della Libertà: questa storia appena nata è già finita

Con le mani magre degli operai che gridano al cielo dall'isola dei cassintegrati e la Grecia che saluta con la manina l'Italia facendole il verso “una faccia una razza”, la notizia che insiste sui giornali è sempre la stessa. La guerra Fini-Berlusconi

Ma tant'è. E' inutile girarci intorno. A due anni dalla nascita, nel Partito del Popolo della Libertà siamo già alla resa dei conti. Berlusconi vuole la testa di Gianfranco Fini. Ha fatto fuori Bocchino per far fuori lui. Silvio non immaginava che nel congresso Pdl dello 22 aprile scorso facesse irruzione la verità in diretta tv. La verità – qualcuno ha detto – ci farà liberi, ma in questo caso ha anche mostrato nudo il re. Per Fini poi, dirla così a sorpresa ha significato essere libero – sì - ma di andarsene. E anche in fretta. Ma a Gianfranco Fini chi glielo fa fare ora di scendere dal piedistallo dove anni di potature, passaggi alla dogana della Storia e tanti “sì” a re Silvio lo hanno elevato? In più di sessant'anni di vita repubblicana non s'era mai visto un ex-fascista rinato alla democrazia in vetta a una delle tre cime istituzionali del Belpaese. E poi se uscisse dal Pdl, Fini finirebbe allo spiedo come è successo a Casini. Sarebbe costretto a metter su l'ennesimo partitino, magari ad personam, e giocare su logiche di piccolo cabotaggio. Intanto i media cortigiani, che corrispondono alla quasi totalità del mainstream, lo ridurrebbero in quattro-e-quattro-otto al silenzio. Parlerebbero del disertore per dargli del traditore, come d'altraparte stanno già facendo, e lui non potrebbe più far sentire bene la sua voce. Insomma. Condannato all'impotenza. A vita.

E questo Fini lo sa. Non è mica matto da scendere giù da solo e autodefenestrarsi da presidente della Camera. Dall'alto del suo scranno ora passa il tempo a impallinare e a farsi impallinare. Usa spada e scudo. Attacca e subisce. Pare di stare sugli spalti ad assistere alla finale del torneo di Champions League. E se la giornata del congresso di via della Mancata Riconciliazione fissava il primo tempo, lo scandalo della verità a sorpresa l'ha bruscamente catapultato al secondo. A ridosso di supplementari che Silvio non vuole e che Fini, invece, anela raggiungere con tutte le sue forze. Perché? Perché, ben pochi lo fanno notare, ma tra i due ci son quasi vent'anni di differenza. Il delfino traditore ha 58 anni. Il re d'Italia 74. E per quante pasticchine miracolose possa procurare al re l'amato dottor Scapagnini, il peso dell'età dovrà farsi sentire prima o poi. O no?

Questo per quanto riguarda la tattica. Della strategia abbiamo già detto in un articolo di qualche settimana fa.

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