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Processo ETERNIT

La battaglia di una città, perché la parola “giustizia” abbia un senso

“Valeva la pena, per incrementare un conto in banca che era già ricchissimo, causare la morte di 1600 persone?”

E’ stato un urlo di dolore questa frase, l’urlo di Romana Blasotti Pavese al processo che si sta celebrando a Torino contro la multinazionale dell’Eternit.

L’Eternit è la multinazionale dell’amianto che ha gestito un impianto a Casale Monferrato dal 1906 al 1986 e Romana è presidente dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto dal 1988, anno della sua costituzione.

L’amianto è un minerale noto dall’antichità per le sue proprietà eccezionali: resistente, flessibile, incombustibile, economico: “wonderful”, come recitava uno slogan pubblicitario degli anni ’60, se non fosse che le sue fibre, specie le più piccole, quando penetrano nei polmoni e si depositano in qualche anfratto della pleura, spesso da lì cominciano, silenziose e imperturbabili, un lavoro di distruzione che può andare avanti per anni, 20, 30, anche 40, per poi esplodere in uno dei tumori più devastanti e incurabili.

A Casale l’Eternit fu attiva per 80 anni e arrivò a dar lavoro a 2000 dipendenti.

Lavorare all’Eternit era considerata una fortuna: la società era grande, il lavoro sicuro, e organizzato a turni, per cui si poteva facilmente conciliare con il lavoro nei campi. La paga era più alta per via dell’indennità che veniva data a compenso di un ambiente di lavoro durissimo. Tutta la fabbrica infatti era caratterizzata dalla presenza della “polvere”. Così si diceva: l’amianto a Casale era “la polvere” e “la malattie della polvere” veniva chiamata anche la malattia che tantissimi operai si prendevano lavorando lì.

Il nome vero di questa malattia era “asbestosi”, di asbestosi si ammalarono centinaia di operai e quasi altrettanti ne morirono: soffocati, perché la polvere di amianto inalata sul posto di lavoro si depositava nei polmoni riducendone la possibilità di respirare. Si viveva per mesi, a volte per anni, a letto, respirando con l’aiuto di una bombola ad ossigeno ed infine si moriva, appunto, soffocati.

Si moriva anche d’altro, di tumore ai polmoni, ma non se ne parlava molto, non si sapeva molto, anche perché le morti erano un lento stillicidio, e il periodo di latenza del tumore era lunghissimo. Anche i medici del territorio non sapevano, finché qualcuno cominciò a sospettare, indagare, e capire.

Se si entrava in uno studio medico lamentando una tosse insistente, un dolore alla schiena, la risposta era evasiva, veniva diagnosticata una bronchite, si suggerivano una lastra, degli esami clinici, si invitava a smettere di fumare; a volte si consigliava la chemioterapia, a volte un’operazione che, se non risultava mortale, era comunque invalidante e dava una qualità di vita pessima.

All’interno della stabilimento, tra i dipendenti, le informazioni erano poche, e più che informazioni, si aggiravano sospetti. Sospetti per tutti i manifesti funebri che tappezzavano sempre più frequenti la bacheca all’esterno della fabbrica

Fino agli anni ’70 la politica sindacale tendeva ad una monetizzazione del rischio: anche nel sentire comune era normale che gli operai, lavorando, potessero ammalarsi e morire. La busta paga degli operai dell’Eternit era significativamente più alta delle altre per compensare un ambiente in cui la polvere rendeva l’aria irrespirabile, dove le donne lavoravano col fazzoletto in testa per evitare di avere i capelli sempre bianchi, dove le tute blu degli operai erano, la sera, completamente imbiancate. C’era un reparto, detto il “Kremlino” dove venivano mandati tutti quelli che protestavano troppo. Chi lavorò lì sostiene che lo si può paragonare ad una galera, che non è possibile descrivere in modo adeguato la fatica e il disagio di quell’ambiente.

Se qualcuno provava a discutere coi dirigenti locali, spesso la risposta era la minaccia di perdere il lavoro, e a volte era direttamente il licenziamento.

Dopo le lotte del ’68 e lo Statuto dei Lavoratori le cose cominciarono a cambiare, e si prese in considerazione l’esigenza di migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro. A Casale si ottenne che in fabbrica venissero collocati degli aspiratori, ma il problema non fu per niente risolto: quando questi funzionavano a dovere, la polvere si diffondeva ancora di più all’esterno, coprendo vie, case, vigneti, quando i filtri si intasavano, e succedeva spesso, perché la manutenzione richiedeva tempo, la polvere si accumulava come prima all’interno dello stabilimento.

La polvere bianca non caratterizzava soltanto la fabbrica, ma tutta la città. Durante la 2’ guerra mondiale, i piloti delle truppe angloamericane chiamavano Casale “la città dai tetti bianchi” per come la vedevano dall’alto, di notte.

Nelle vigne e negli orti i pomodori e l’uva non avevano i loro colori smaglianti ma sembravano sempre coperti di borotalco, la strada che collegava la fabbrica al centro della città aveva uno strato di due, tre centimetri di polvere, sul quale le biciclette tracciavano un solco.

Nella zona compresa tra lo stabilimento e il Po, le ragazze andavano a godersi il sole stendendo l’asciugamano su una spianata di polvere d’eternit perché proprio lì, subito all’esterno della fabbrica venivano depositati gli scarti della lavorazione. E se qualcuno degli operai o dei cittadini voleva prendersi un po’ di questi scarti, il cosiddetto “polverino”, lo poteva tranquillamente fare: aveva in questo modo a costo zero materiale prezioso per isolare sottotetti, per pavimentare cortili.

Fu negli anni ’80 che si fece strada nel sindacato, tra le forze politiche, nell’opinione pubblica l’idea che l’amianto andasse bandito, che non dovesse più essere né prodotto, né usato. Certo c’erano i posti di lavoro, intere famiglie che dipendevano dalla presenza dello stabilimento Eternit a Casale. Ma la salute di tutti cominciò a diventare l’interesse principale, il diritto da affermare senza se e senza ma.

I dirigenti dell’Eternit capirono di dover rispondere a questa campagna e indissero un’assemblea all’interno dello stabilimento, aperta alla stampa e alla città. In tale occasione affermarono che l’amianto poteva rappresentare un pericolo per i lavoratori, ma solo se non veniva trattato in condizioni di sicurezza. Che si dovevano ricordare le migliaia di vite umane salvate dall’uso di questo materiale ignifugo, resistente ed eterno. Che se si dovessero abolire tutti i materiali che, mal usati, potrebbero costituire un pericolo, si tornerebbe all’età delle caverne. Che le tecnologie usate rendevano l’amianto sicuro e che sotto un’esposizione di due fibre/cm3 si poteva ragionevolmente affermare che non ci fossero rischi per la salute: l’Eternit era l’unica azienda italiana ad aver raggiunto il limite di una fibra/cm3. Era esclusa l’emissione all’esterno di questo materiale, perché non c’erano ciminiere, e questo era confermato dai tanti prelievi fatti. Sarebbe stato forse utile fare queste rilevazioni con strumenti più adatti, ma tutti i dati a disposizione erano tranquillizzanti.

Queste opinioni non furono rassicuranti per chi continuava a vedere operai e cittadini ammalarsi di asbestosi e morire di mesotelioma pleurico

Si chiese all’azienda che venisse attuata una riconversione produttiva, con la lavorazione di fibre alternative, ma l’azienda rispose, dopo promesse e smentite, con un’autoistanza di fallimento. Era il 1986, erano passati 80 anni dall’apertura. La multinazionale svizzero-belga lasciò uno stabilimento fatiscente, coi vetri rotti e sacchi di amianto aperti depositati ovunque, così che la polvere continuò la sua opera di invasione silenziosa della città.

Seguì dopo pochi mesi la richiesta da parte dell’Eternit France di riapertura di uno stabilimento per la produzione di lastre di amianto. L’Eternit sosteneva che fosse possibile lavorare l’amianto “in sicurezza”, come ancora oggi in varie parti del mondo viene teorizzato. I Sindacati e l’amministrazione Comunale dissero no.

Nel 1987 il sindaco di Casale, Riccardo Coppo, emanò un’ordinanza in base alla quale era vietato l’uso, la produzione e la commercializzazione di ogni tipo di manufatto in eternit.

Questa ordinanza anticipò la legge 257 del ’92 in base alla quale l’Eternit veniva bandito in tutta Italia

Intanto si susseguivano le indagini epidemiologiche: il rischio di ammalarsi di mesotelioma a Casale era venti volte superiore alla media ed era correlato all’esposizione all’asbesto per motivi professionali, ma anche ad esposizioni indirette, cioè relative a persone che abitavano vicino ad una miniera o ad uno stabilimento, oppure famigliari venuti a contatto con le polveri accumulate sulle tute dei lavoratori.

Cominciarono ad esser presentati esposti alla Magistratura locale: prima azioni di tutela individuale, per il riconoscimento delle malattie professionali amianto-correlate; poi famigliari di vittime o malati denunciavano la responsabilità della multinazionale per omicidio colposo. Nessuno di questi esposti ebbe un seguito, finché, nel 2004, la Procura di Torino, nella persona del Dr. Guariniello, indagò in relazione ad un esposto riguardanti le morti di Cavagnolo, comune in provincia di Torino, sede di un uno stabilimento Eternit fino agli anni ’80, e alla morte per mesotelioma di alcuni operai torinesi, ex dipendenti della Eternit svizzera. L’indagine si estese subito agli oltre 1000 esposti presentati da Casale ed ebbe una dimensione ed una profondità senza precedenti: 220.000 sono le pagine di questa eccezionale l’inchiesta.

Nell’aprile del 2009 la prima udienza preliminare, a luglio il rinvio a giudizio e a dicembre la prima udienza del processo.

Gli imputati sono lo svizzero Stephan Schmidaeiny, 63 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 90 anni, responsabili della multinazionale che produceva lastre di cemento-amianto in Italia fino alla metà degli anni ’90. I due sono accusati di disastro ambientale doloso e permanente e di inosservanza dei dispositivi di sicurezza: capi d’imputazione che potrebbero valere fino a un massimo di 14 anni di galera. L’accusa più grave a loro carico è che il rischio non è cessato, perché gli imputati, dopo aver disperso materiale pericoloso nel territorio con la lavorazione dell’amianto e uno smaltimento criminale degli scarti di lavorazione (il “polverino” regalato a chiunque ne facesse richiesta), hanno chiuso la fabbrica senza fare nulla per limitare i danni o salvaguardare la salute dei cittadini casalesi.

Sono cifre da record e da incubo quelle che si registrano: quasi 3000 le vittime individuate come parti lese, 2000 morti e 1000 ammalati comprendendo gli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo (TO), Bagnoli (NA), Rubiera (RE). Tra questi solo a Casale 1000 sono i morti tra gli ex lavoratori e 500 sono cittadini, che mai avevano lavorato nello stabilimento.

E poi ci sono le cifre e i costi della bonifica: i primi interventi risalgono all’inizio degli anni ’90, e da allora sono stati raggiunti obiettivi importanti. Ora il 100% dell’amianto presente negli edifici pubblici e il 50% di quello presente nei privati è stato bonificato, resta però una quantità impressionante di “polverino” sparso un po’ ovunque. Secondo le cifre fornite dalla Regione Piemonte proprio in una recente udienza del processo a Torino, serviranno in tutto almeno 6 milioni di euro.

E poi c’è la ricerca: serve investire per trovare una cura efficace, per quello che è tuttora considerato un tumore “raro”, ma che per i casalesi rappresenta una vera e propria epidemia: 50 nuovi casi all’anno, di cui 40 tra i cittadini e 10 tra gli ex lavoratori, e la prospettiva concreta che il picco di mortalità si raggiunga solo tra una decina d’anni.

Nessuno cerca vendetta: ma i responsabili di un tale disastro devono essere riconosciuti come tali. Oggi lo svizzero Stephan Schmidaeiny si atteggia ad ambientalista, è stato consigliere di Al Gore proprio come esperto su tematiche ambientali e lavora a progetti di sviluppo sostenibile. Tutti possono cambiare idea, ovviamente, ma è troppo comodo voltar pagina senza assumersi le proprie responsabilità: si sapeva fin dagli anni ’60 che l’amianto è cancerogeno, ed è documentato, e speriamo che nel processo lo si possa provare, che anche “gli svizzeri” sapevano e tacevano, anzi facevano opera di disinformazione.

“GIUSTIZIA, BONIFICA, RICERCA” sono gli obiettivi dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto, attiva dal 1988 a Casale. La Presidente, Romana Blasotti Pavese, nella città è diventata un simbolo di coraggio, di determinazione, di forza d’animo

Il marito di Romana aveva lavorato per 18 anni presso la stabilimento dell’Eternit di Casale Monferrato. A 57 anni scoprì di avere un mesotelioma, il tumore correlato all’esposizione all’ amianto, e morì dopo 19 mesi di cure inutili e di sofferenze.

Nei successivi vent’anni morirono per lo stesso male una sorella di Romana, poi una cugina e un nipote. Nel marzo del 2004 fu diagnosticata la malattia a Maria Rosa, la figlia di Romana: 5 mesi di inutili cure poi la morte.

Da allora Romana non è mai mancata ad un appuntamento o ad un intervento pubblico sul tema che le ha cambiato l’esistenza. E con lei c’è una città che, stanca di contare e piangere i morti, ha saputo reagire e si è data tre obiettivi: diventare una città totalmente deamiantizzata, trovare una cura per tutti quelli che ancora si ammaleranno di mesotelioma, chiedere giustizia per tutti quelli che non ci sono più a causa dell’ingordigia di qualcuno che ha anteposto alla salute di tutti il proprio interesse. A tutte le udienze del processo di Torino hanno partecipato sempre almeno due pullman di casalesi, erano 10 alla prima, storica per noi.

In questi lunghi anni a Casale spesso c’è stata anche la paura che per qualche motivo sfuggente e incontrollabile tutto stesse per finire nel nulla.

E’ l’estate del 2006 quando il governo approva un provvedimento di indulto per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno, proprio quando sembrava che i rappresentanti della famiglia Schmidheiny dimostrassero disponibilità a riconoscere i danni e a rifonderli in misura accettabile. L’accordo, che sembrava a un passo, sfumò e crebbe la paura che tutto il lavoro di indagine svolto fino a quel momento si rivelasse completamente inutile.

Nel gennaio di quest’anno il ddl sul processo breve sembra vanificare ancora una volta il lavoro della magistratura, poi si appura che il decreto riguarda l´estinzione dei processi relativi a fatti gravi anteriori al 2 maggio 2006, mentre i reati contestati ai due imputati sono permanenti e durano tuttora.

Luglio 2010: si discute della “legge bavaglio” e sui limiti e divieti che verrebbero posti alla cronaca giudiziaria. A Casale ci si interroga con preoccupazione perché, se questo decreto fosse entrato in vigore così come era nelle intenzioni, ci sarebbe stato il forte rischio che non si sarebbe saputo di questa tragedia fino al rinvio a giudizio. Se poi, per assurdo, i due imputati non fossero stati rinviati a giudizio, non si sarebbe saputo niente e non sarebbe maturata nel mondo la consapevolezza di questo disastro

Non possiamo dimenticare infatti che nel mondo l’amianto continua ad essere estratto, lavorato e utilizzato. Nei paesi più poveri, dove l’alternativa ad un lavoro pesante o rischioso è la disoccupazione e quindi la fame, l’amianto viene addirittura lavorato dalle donne a casa, tra i bambini che giocano e ne respirano le fibre.

I responsabili ribadiscono che il materiale viene trattato in condizioni di sicurezza, ma noi, cittadini di Casale, che queste parole le abbiamo già sentite e conosciamo la loro falsità, vorremmo che ovunque si diffondesse la consapevolezza dei rischi legati al suo utilizzo

Chiediamo un risarcimento, non perché questo ci possa ripagare delle persone che abbiamo perduto, ma perché, se risarcire i danni dell’amianto diventasse costoso, forse la sua lavorazione non verrebbe più giudicata conveniente.

Abbiamo bene in mente l’Art. 32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”

    Chiediamo che venga rispettato, ma troppe volte abbiamo l’impressione che più che le vittime vengano rispettati gli imputati, specie se eccellenti.

    Eternit2


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