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Restaurazione all'italiana: da tangentopoli alla cricca

Chissà se diciotto anni è un periodo sufficiente per sancire finalmente il fallimento di una restaurazione perpetrata da una casta che si è “ingegnerizzata” nella corruzione

Come ha ribadito Pier Camillo Davigo al dibattito intitolato “Da Tangentopoli ai giorni nostri” che si è tenuto a Riccione venerdì scorso all’interno del premio giornalistico Ilaria Alpi, da Mani Pulite in poi si è assistito da parte della classe politica e dirigente di questo paese ad una massiccia e programmatica restaurazione, ma come la storia ci ha insegnato le restaurazioni sono destinate a fallire e comunque non durano a lungo.

Chissà se diciotto anni è un periodo sufficiente per sancire finalmente il fallimento di una restaurazione perpetrata da una casta che si è “ingegnerizzata”, definizione di Di Pietro, nella corruzione e che si è giuridicamente evoluta nel perseguimento dell’unico scopo di delinquere e vivere felice ed impunita, come ci dimostrano ogni giorni di più le gesta, i comportamenti, le dichiarazioni dei signori della cricca, in buona parte già noti alle cronache di Tangentopoli.

Ai funzionari “infedeli” nonché gentiluomini del papa come l’onnipotente Balducci, agli imprenditori rapaci e sciacalli, al ministro indifendibile costretto alle dimissioni in primis dalla sua ottusa protervia, “l’ignaro Scajola”, al deus ex machina della protezione civile che alterna auto-assoluzioni autodistruttive ad anatemi contro “la macelleria mediatica”, all’onnipotente coordinatore Denis Verdini presunto referente politico della nuova Tangentopoli tra Firenze e la Maddalena, si sono aggiunti in un sol giorno l’ex ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi ed il cardinale Crescenzio Sepe.

Il primo è rimasto scolpito nella memoria degli italiani, oltre che per il cumulo stratificato di conflitti di interesse che risolveva puntualmente intestando le sue società a cui aveva dato in appalto in qualità di ministro trafori e metropolitane a moglie e figli, anche per la illuminante massima che è anche un programma di governo “con la mafia bisogna convivere”. L’altro, il cardinale Sepe meriterebbe di rimanere negli annali della odierna bassa repubblica se non altro per gli accenti drammatici dell’omelia che ha pronunciato a Napoli all’indomani dell’avviso di garanzia per corruzione aggravata e continuata; infatti dopo essersi paragonato ai testimoni e martiri della cristianità ha scandito senza incertezze che “dopo il calvario c’è la resurrezione”. Dunque chi vuol intendere intenda compresi i magistrati di Perugia a cui si rimette, ovviamente, pur con tutte le guarentigie che gli accorda il concordato, come ha puntigliosamente precisato il portavoce vaticano. Intanto il cardinale che può esibire ardenti baciamano da parte di un Bertolaso genuflesso e devoto, tra un’omelia e l’altra denuncia in perfetta sintonia con il premier “invidia e gelosia” e annuncia conferenze stampa “per parlare alla città” prima ovviamente ai magistrati che gli vogliono chiedere conto di alcuni scambi di “cortesie” con Pietro Lunardi quando era ministro dei lavori pubblici, dall’ospitalità gratuita in via dei Prefetti per 14 mesi al prezzo di favore accordatogli per l’acquisto dell’intero palazzo di proprietà di Propaganda Fide.

Mentre il bollettino delle inchieste sulla cricca si arricchisce di personalità eccellenti inclusi ministri ed ex ministri, il presidente del Consiglio evidentemente a suo agio con l’interim delle attività produttive, si regala un nuovo ministro, quello di nuovo conio per “l’attuazione del federalismo” che vanta un curriculum, sotto il profilo dell’agilità politica e della consuetudine alle inchieste e all’impunità, di tutto rispetto anche all’interno del PDL.

Il neo ministro, Aldo Brancher, è anche la più perfetta quintessenza dell’affarismo politico e della disinvolta imprenditorialità padana innestata su un solido passato curiale, oltre che il tramite più accreditato fino ad oggi tra Berlusconi e Bossi. L’abito talare e il passaggio nell’ufficio pubblicità di Famiglia Cristiana, gli consentiranno anche dopo aver lasciato la tonaca negli anni ‘90 di incontrare il cardinale Tarcisio Bertone per conto di Silvio Berlusconi. Dopo l’ingresso in Publitalia dove diventa in breve tempo uno dei più fidati collaboratori di Fedele Confalonieri, entra altrettanto presto nelle cronache di Tangentopoli per una tangente da 300 milioni al ministro De Lorenzo. Puntuale e salvifica anche per lui la depenalizzazione del falso in bilancio, anticipata dalle proposte del PD, e ritagliata di lì a poco sulle personali esigenze giudiziarie del presidente del Consiglio e su quelle degli amici e dei suoi collaboratori più stretti, con il nuovo Governo Berlusconi.

E guarda caso adesso in vista dell’udienza del 26 giugno del processo sulla scalata Bpl ad Antonveneta in cui Brancher è indagato per trecento milioni di euro finiti inspiegabilmente su un conto intestato alla moglie, ecco che arriva la nomina ministeriale ad un ministero ridicolo, ma che garantisce da subito il legittimo impedimento e se le cose vanno nel senso auspicato anche un lodo Alfano bis, ter o quater…

Quali siano le similitudini e le differenze con Tangentopoli ormai è abbastanza evidente: allora “la dazione ambientale” era finalizzata oltre che ai non rari casi di arricchimento personale, al finanziamento dei partiti e il sistema era in qualche modo più strutturato e più facilmente perseguibile e sanzionabile. Oggi ci sono ragnatele diffuse, pervasive, “gelatinose”, parentopoli di affiliati a club criminali composti di funzionari ai massimi livelli che sono pure “gentiluomini” del papa, preti bancomat, cardinali “a disposizione di tutti” come dicono di Sepe il sindaco e i parrocchiani del suo paese natale, ma più ancora sensibili alle esigenze di ministri dei lavori pubblici che a loro volta come il disinvolto Lunardi, si scambiano “cortesie” con Diego Anemone e Propaganda Fide.

Siamo dunque in presenza di un sistema “di cortesie” che va molto oltre il rapporto politico-imprenditore tipico di Tangentopoli, coinvolge un universo più potente e articolato e si avvale di modalità molto più sofisticate e meno facilmente inquadrabili in singole fattispecie criminose.

A fronte di un tale sistema di corruzione e di rapina del denaro pubblico un’opinione pubblica messa a dura prova da anni di disinformazione, propaganda unilaterale, ribaltamento dei fatti; una magistratura che ha incredibilmente resistito ad una progressiva delegittimazione della funzione giurisdizionale e al depotenziamento degli strumenti sanzionatori e di indagine portato alle estreme conseguente con la legge sulle intercettazioni; un’informazione che se ha in parte retto sul fronte della carta stampata con poche valorose eccezioni si è adeguata “sul fronte del video” e come servizio pubblico.

Intanto nel maggiore partito di opposizione si stanno accapigliando sull’opportunità o meno di apostrofarsi ancora “compagni e compagne” e Bersani deve fronteggiare una vera e propria indignata levata di scudi da parte dei giovani (più o meno quarantenni) “nativi” del PD.

Quanto possa ancora durare ce lo stiamo chiedendo da molto tempo, ma purtroppo ad una situazione al limite che imporrebbe drastiche ed immediate inversioni di rotta per non soccombere, non corrispondo né un’opinione pubblica né tanto meno un’opposizione, in ben altre faccende affaccendata, in grado di imporsi.

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