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La vittoria della Lega

Il commento a caldo, dopo i ballottaggi delle amministrative, risulta sulla stampa abbastanza omogeneo. Ha vinto Salvini. Ha trainato la coalizione (pardon, il contratto) di governo, ma al tempo stesso ha trainato il centro destra, che rovescia la prevalenza tradizionale del centrosinistra.

Sono fatti, c'è poco da discutere. Ma anche sui motivi del successo c'è una notevole concordanza. Salvini ha vinto perché ha interpretato più e meglio degli altri la volontà popolare contro l'immigrazione.

Non credo valga la pena di arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che non è vero. Non si guadagna alcun vantaggio a edulcorare un risultato elettorale così brutale. Molto meglio prenderne atto e misurarsi con la realtà.

Che l'elettorato di centrosinistra fosse diverso da come a lungo è stato percepito c'erano stati in verità avvertimenti espliciti e ripetuti. A cominciare dalla vittoria di Forza Italia nel collegio di Mirafiori a Torino nel 1994. Sono passati ormai 24 anni e gli scricchiolii si sono moltiplicati e oggi Terni operaia vota Lega senza batter ciglio.

Le conseguenze del voto possono essere profonde e temibili. Il vincitore potrà pensare che questo è solo il primo, piccolo gradino di una travolgente avanzata della destra. Si sentirà autorizzato a rendere più incisiva la sua politica fiscale; la Flat tax annichilirà il significato dell'imposizione fiscale progressiva prevista dall'articolo 53 della Costituzione: grandi vantaggi ai ricchi, nessuno ai poveri. Ma l'ambizione potrebbe non fermarsi qui; dato che il sistema parlamentare è screditato, ritornerebbe il mito del presidenzialismo e potremo in futuro essere costretti a sopportare un Salvini super presidente.

Da parte loro, i perdenti potrebbero essere tentati dall'adeguarsi a una tendenza che li ha ridotti ai minimi termini. La loro tradizione non manca di precedenti nel considerare il fascino delle posizioni avversarie: la Bicamerale di D'Alema, il Nazareno di Renzi. In fondo se l'approdo è il presidenzialismo potranno sempre dire che è stata anche una loro opzione.

Ma all'ordine del giorno oggi non è ancora (speriamo) una nuova fase di ingegneria anticostituzionale.

Ora il (piccolo) mondo dell'opposizione a  Berlusconi, che non ha mai apprezzato la politica accomodante del PD, e non ha voluto entrare nei 5Stelle, è costretto a ragionare sulla dimensione sociale della vittoria leghista. E per quanto sia fondata la polemica sui soldi della Lega, è debole esorcismo considerarla decisiva: se vince le elezioni chi sostiene che  agli SOS dei battelli sperduti non bisogna nemmeno rispondere, bisogna prendere atto che il corpo sociale cui facciamo riferimento è oggi minoritario.

Da tempo non era difficile trovare nell'elettorato popolare della sinistra un'ostilità crescente verso l'immigrazione. E perfino il riformismo 5Stelle ha le sue difficoltà. Per esempio non è arduo accertare nel mondo del lavoro salariato una diffidenza verso il reddito di cittadinanza; ecco la frase tipo: devo lavorare tutti i giorni con una paga di poco sopra i mille euro e con le mie tasse il governo vuole dare un reddito superiore alla metà del mio salario a chi non lavora?

Insomma la situazione è difficile e rischia di peggiorare. Ma, ammesso che la corrente che si è affermata nel voto sia la maggioranza reale (la proporzione dell'astensionismo fa immaginare altre ipotesi, ma in definitiva fallaci: mai contare su chi rinuncia al voto) noi non possiamo accodarci a questa detestabile vocazione maggioritaria. Molto più giusto impegnarci in una consapevole vocazione minoritaria: di fronte a un futuro inaccettabile la lotta democratica di minoranza è il sale della vita.
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