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Berlusconi e la carica dei 101 miserabili

Solo pochi giorni fa due terzi dell’elettorato italiano potevano porre fine all’anomalia italiana. Ora il terzo miracolato dall’anomalia vuole dettare legge

La situazione politica presente ha il suo momento della verità con la votazione che ha affossato la candidatura di Prodi. Questa rivela con la massima semplicità che tutto proviene da una parte del PD e di conseguenza da tutto il PD che non è stato capace di far rispettare ai suoi grandi elettori la decisione presa in comune.

Certo, c’era stata la candidatura di Rodotà, motivata, giusta e indiscutibile. Qualsiasi grande elettore del centrosinistra avrebbe dovuto ritenersi onorato di votare per un candidato così. E le scuse capziose del PD per non votarlo non reggono all’esame più spassionato. Era il candidato imposto da Grillo? Non è vero: la sua candidatura era già stata avanzata da molte voci nell’opinione pubblica. Era di parte? Semmai era stato presidente del PDS e poi ne aveva preso le distanze. Doveva dichiarare di essere super partes? Chi ne chiedeva l’analisi del sangue dovrebbe oggi fornire la sua. L’unica cosa che Rodotà non poteva fare e non avrebbe mai fatto era dichiarare che avrebbe voluto un governo PD-PdL. Più chiaro ancora: un governo con Berlusconi.

Ma la votazione disastrosa su Prodi toglie qualsiasi illusione: un partito che non ha saputo portare al Quirinale il fondatore dell’Ulivo non avrebbe mai potuto votare per Rodotà. Come chiedere di ballare a uno che non sa camminare. Sarebbe stato bene se l’avesse fatto ma non l’ha fatto e in ciò sta una porzione della sua attuale miseria.

La  porzione decisiva sta in questo: centouno miserabili parlamentari PD hanno preferito Berlusconi a Prodi. E il partito non è stato capace di prevedere e prevenire l’azione delle sue canaglie. Perfino i montiani hanno preteso garanzie che il PD votasse compatto. Come si poteva chiedere al Movimento 5 Stelle di colmare il vuoto aperto dalla carica dei centouno?

Un quarto del PD ha preferito Berlusconi a Prodi. I lettori sono in grado di valutare l’enormità del fatto. Ma non sanno che nel PdL stesso a dicembre 2012 Berlusconi veniva considerato un problema più che una risorsa. In una discussione occasionale di fine legislatura un senatore di rilievo del PdL ammetteva che Berlusconi non era più spendibile in campagna elettorale e perciò tutti loro erano rassegnati alla sconfitta. E chi vuole può andare a ripescare l’atmosfera palpabile della cautela di Quagliariello e perfino di Schifani che si riparava dietro l’ombra di Napolitano per segnare un prudentissimo distinguo da Berlusconi. Oggi è tornato a fare il capogruppo e ringhia come nella XVI legislatura.

A dicembre Berlusconi era un cane morto. Ora pretende la presidenza della Convenzione per la riforma costituzionale. Voci irresponsabili danno credito alla nomina a senatore a vita e, perché no, alla definita espugnazione del Quirinale.

Lasciamo da parte l’aspetto tecnico. Immaginare, sotto il titolo di Convenzione, un’assemblea (forse) non parlamentare o non del tutto parlamentare per riscrivere una Costituzione che il Parlamento è considerato incapace di riformare è una prospettiva del tutto incostituzionale e che richiederebbe una legge di rango costituzionale per attuarla.

Ma il problema politico incombente è: i centouno miserabili parlamentari del PD sono pronti a riscrivere la Costituzione insieme a chi vuole trasformarla in una carta del presidenzialismo? O l’interrogativo è ancora più angoscioso: il PD intero è coinvolto in questa disponibilità?

 

Solo pochi giorni fa due terzi dell’elettorato italiano potevano porre fine all’anomalia italiana. Ora il terzo miracolato dall’anomalia vuole dettare legge. Anche nei momenti del suo maggiore successo Berlusconi è stato a capo non di  una maggioranza ma di una grossa minoranza degli elettori. Ora che vale solo un terzo perché gli altri due terzi non sono capaci di far valere la potenza del numero?

 

 

 

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