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Nessuna democrazia è senza conflitto

Celebrare la sovranità popolare e farsene beffe è annoverato fra le forme imposte del gioco politico.

Così si è comportato il Parlamento francese ratificando il Trattato di Lisbona, gemello del trattato costituzionale respinto dagli elettori il 29 maggio 2005. La maggior parte dei partiti d’altra parte assegnano alle elezioni europee l’obiettivo di «riconciliare» il «si» e il «no». Ma questa ideologia del consenso non è forse antitetica alla democrazia, il cui oggetto è esprimere i conflitti che attraversano la società per porvi fine in modo pacifico?

«La morte è l’assoluta tranquillità», mormorava fra sé il principe di Salina (1) al crepuscolo della sua esistenza. Questa ricerca della pace al di fuori delle vicissitudini del tempo, disdegnando le peripezie della storia, non è elemento marginale nella letteratura. Si tratti del principe di Salina o del capitano Nemo (2), la realizzazione di sé stessi con l’allontanarsi dagli altri, ignorando la vita sociale, si ritrova spesso in una letteratura pessimista nei riguardi dell’umanità. Stando così le cose, la sola tranquillità assoluta è proprio la morte. E coloro che aspirano alla scomparsa dei conflitti nella società non sanno di opporsi alla vita. La sorte che riservano alla democrazia ne è la lampante illustrazione.

Ai nostri giorni la democrazia è sovente presentata, senza suscitare particolari proteste, come la ricerca del consenso. I turiferari del sistema politico detto «moderno» hanno perfino teorizzato la cosa sotto il nome di «democrazia placata». I principali attori della vita politica e la maggior parte dei corpi intermedi rafforzano questa idea non lasciandola vivere. È stato necessario che la capacità d’espressione propria del Parlamento fosse rimessa in causa dalla maggioranza UMP (Unione per un movimento popolare) perché il PS (Partito socialista) gridasse alla violazione della democrazia, che tuttavia aveva ignorato, poco tempo prima, non opponendosi al Trattato di Lisbona, che si faceva beffe del voto dei francesi contro il Trattato costituzionale europeo.

Questa percezione onirica della politica cancella le vere distinzioni nello stesso tempo in cui condanna i movimenti sociali. È noto il ritornello, intonato di manifestazione in manifestazione dai detentori dell’ordine dominante: «Non è la strada che governa (3)». Eppure, se le contraddizioni che attraversano il corpo sociale non possono esprimersi nel quadro istituzionale e neppure nelle strade, dov’è lo spazio di espressione necessario alla vita democratica?

La democrazia non è un metodo per esprimere un consenso, ma per risolvere i dissensi. Quando nel 507 a.C. il greco Clistene instaurò ad Atene il suffragio universale, lungi dal negare i conflitti che attraversavano la città aveva per solo scopo di risolverli in forma pacifica, di trovare una regola del gioco liberamente accettabile da tutti i cittadini. Tuttavia il rapporto fra le lotte e la democrazia non è mai cessato di essere oggetto di controversie.

Nel XIX secolo i repubblicani difendono il suffragio universale diretto. Per loro lo Stato non è sacralizzato, ma è un’espressione umana che ottiene la sua legittimazione soltanto dalla maggioranza dei cittadini. È ciò che esprime Léon Gambetta il 15 agosto 1877 con la sua celebre esclamazione a Patrice de Mac Mahon: «Quando il popolo si sarà pronunciato sarà necessario sottomettersi o dimettersi». Il 9 ottobre 1877, richiamandosi agli scontri politici, aggiunge: «Come potete non vedere che con il suffragio universale, se lo si lascia funzionare liberamente, se se ne rispetta l’indipendenza e l’autorità delle decisioni, dopo che si è pronunciato – come non vedete, dico io, di avere qui uno strumento per risolvere pacificamente tutti i conflitti, di sbrogliare tutte le crisi (4)?».

Nella stessa epoca il ruolo del suffragio universale diretto era oggetto anche di scontri nel seno del movimento operaio, poiché alcuni vi scorgevano solamente un modo di risolvere i conflitti interni alla borghesia. I partigiani di Pierre Joseph Proudhon, per esempio, si opponevano a Karl Marx negando ogni autonomia alla lotta politica e riesumando la lotta di classe per la modifica delle condizioni economiche. Jean Jaurès rispose che la storia del movimento operaio è contemporaneamente quella della costruzione, da parte degli operai, del loro proprio spazio pubblico, della loro autonomia all’interno della stessa società capitalista. E insisteva allora sulla necessità della democrazia come strumento di liberazione e di lotta: «Quei socialisti del giorno d’oggi che parlano ancora di “dittatura impersonale del proletariato “ o che prevedono la secca presa del potere e la violenza inferta alla democrazia, costoro retrocedono al tempo in cui il proletariato era ancora debole e ridotto all’uso di mezzi artificiosi per vincere (5)».

Certamente ogni campo che sosteneva la democrazia vi trovava la possibilità di sviluppare la sua influenza. Ma il compromesso repubblicano che allora si formò in Francia, e che d’altronde affermò la sua forza nella difesa di Alfred Dryfus, permise di consolidare il principio democratico.

All’inizio del XX secolo la democrazia si presentò così, sempre più, come un principio universale (6). Vent’anni più tardi i concetti si erano profondamente evoluti. Le tendenze d’estrema destra diventavano attori legittimi nello stesso tempo in cui il sistema sovietico esercitava una forte presa sul movimento operaio. La democrazia era contesta nel suo stesso fondamento. Che cosa era accaduto? Probabilmente la guerra 1914-1918 ha segnato una fondamentale rottura. Lungi dal permettere gli scontri politici necessari circa l’opportunità della guerra, il gioco democratico era servito da maschera a un drammatico consenso che serviva a giustificare un massacro senza precedenti.

Operai esclusi dal voto
Di rimando, la macelleria che fu questa guerra ha permesso d’installare un sistema sovietico del quale la democrazia non era il fondamento. Alcuni dei rivoluzionari più coerenti tentarono tuttavia di spiegare ancora come «democrazia» doveva fare rima con «lotta di classe». Così Rosa Luxemburg chiamò alla «più larga e illimitata democrazia», ricordando che «è un fatto assolutamente inconfutabile che, in una situazione di illimitata libertà di stampa, senza una libertà assoluta di riunirsi e di associarsi, il dominio delle grandi masse popolari è inconcepibile (7)». Era troppo tardi.

Eppure la fine della Seconda guerra mondiale fu salutata come il trionfo della democrazia. Ma il cittadino aveva lasciato il posto a un individuo atomizzato, senza punti di riferimento né radici, facile preda per le tendenze autoritarie. Così, durante la Guerra fredda, il maccarthysmo fece rima con i processi staliniani, mentre gli interventi americano in Guatemala nel 1954 e sovietico in Ungheria nel 1956 trovavano l’uno nell’altro la propria eco.

Evidentemente gli avvenimenti più recenti, in particolare la caduta del muro di Berlino, non hanno per nulla segnato la fine del processo. Ma proprio al contrario, si sono applicati a legittimare il capitalismo vincitore come il solo sistema possibile.

In assenza di reale opposizione il principio democratico perde il suo senso profondo. Lungi quindi dal pensare che democrazia e lotte sociali possano essere antinomiche, occorre dire chiaramente che la lotta per la democrazia è la base dello scontro sociale. Come lo definiva Aristotele: «Il principio fondamentale del regime democratico è la libertà. Uno dei segni distintivi della libertà è di essere di volta in volta governato e governante (8)».

È pur vero che l’attuale crisi incita numerosi cittadini a considerare quella per la democrazia come una lotta secondaria. È vero anche che il suo sviamento da parte delle istituzioni e dei partiti spinge ben poco a difenderla. La prima lotta deve essere intesa a ridarle il suo significato di fronte agli attacchi che subisce.

Il suffragio universale è lo strumento necessario del potere del popolo. Tuttavia, da quando questo principio è stato ammesso, numerosi sono stati i mezzi utilizzati per aggirarne il senso e l’applicazione. In Francia esso non fu istituito durante le prime fasi della Rivoluzione del 1789. La prima Assemblea Nazionale si pronunciò per un suffragio basato sul censo, riservando il monopolio dell’espressione politica ai ricchi. Fu un’insurrezione popolare che provocò l’instaurazione del suffragio popolare, quella del 10 agosto 1792, che vide il popolo rovesciare la monarchia.

Dopo la Rivoluzione, mantenuto nel suo fondamento, venne disatteso nella sua applicazione fino alla fine del XIX secolo. Vi fu la sua trasformazione mediante l’impiego dei plebisciti sotto i Napoleoni [ndt.: sia il Primo che il Terzo], vi fu la limitazione della qualità di elettore con condizioni di disponibilità di una casa che escludevano gli operai sotto la II Repubblica, vi fu l’assenza delle donne dal corpo elettorale. Si dirà senza dubbio che il suo ristabilimento è oggi bene confermato. In realtà il suo aggiramento è più insidioso. Perché, se il diritto di voto universale è generalmente ammesso, il suo oggetto è rimesso in discussione. L’importanza di una particolare elezione, quella presidenziale, elimina le sfumature essenziali del dibattito e attribuisce un potere quasi discrezionale a una persona che raccoglie, a titolo personale, dal 20% al 35% soltanto dei voti. Sono le pressioni che pesano sul Parlamento. È il limitato spazio lasciato al dibattito democratico col pretesto delle restrizioni economiche ed europee.

Spiegando che una simile situazione stabilizza il potere e gli permette di sopravvivere alle gravi crisi sociali, coloro che guidano questa evoluzione ignorano il fatto che l'assenza di espressione politica spesso ha portato allo svolgersi degli scontri di piazza. Si chiude così il circuito che riporterebbe al XIX secolo. Un suffragio basato quasi totalmente sul censo, che esclude le vere opposizioni economiche e sociali, legittimerebbe un potere il quale, d'altra parte, si opporrebbe alle lotte nel nome della democrazia e altrettanto del liberalismo. È già quello che proponeva la legge Le Chapelier (9) nella prima Assemblea nazionale, quando impediva qualsiasi «coalizione» limitando il diritto di voto ai più favoriti. In questo modo si abolirebbe un secolo di progresso sociale e politico.

Non si tratta già di uno straordinario arretramento filosofico quando i termini «popolo», «sovranità»,«cittadinanza»,«Repubblica», che definivano la democrazia, sono stati sottoposti a un martellamento intensivo che ha fatto perdere loro il significato e li ha rivestiti di definizioni peggiorative?

Che cos'è la sovranità? secondo la Costituzione francese è il potere del popolo, che lo esercita sia direttamente, sia per il tramite dei suoi rappresentanti; secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (articolo 21) è il fondamento dell'autorità dei poteri pubblici. La cosa sembra essere semplice nel suo principio. Tuttavia che cosa si deve pensare quando Romano Prodi, allora presidente della Commissione di Bruxelles, nel luglio 2001 dichiara che «l'Europa non è amministrata soltanto dalle autorità europee, ma anche dalle autorità nazionali, regionali e locali, come pure dalla società civile»? Dove si esercita allora la sovranità popolare? Che cos'è la legittimità della famosa società civile, che ricopre pudicamente l'influenza delle lobbies? In questa mescolanza di generi, come possono manifestarsi le vere correnti che attraversano la società?

Le lotte sociali non possono trovare altro se non una legittimità molto ristretta, in questa scena composita nella quale il popolo non è più altro che una lobby fra le altre. Non bisogna quindi stupirsi nel vedere il risultato in Francia del referendum del 29 maggio 2005 contro il TCE, spazzato via da un colpo di forza dopo che il Parlamento europeo, d'altra parte, aveva votato perché non se ne tenesse conto. In un simile contesto, la lotta non può più trovare una qualsiasi traduzione politica. D’altronde è ciò che cinicamente esprimeva il TCE, proponendo la nuova creazione di un diritto di supplica pudicamente battezzato «diritto di petizione» (10).

La democrazia non è mai stata perfetta. Ma era, come si esprimeva Jaurès, «l'ambiente nel quale si muovono le classi», che si rivelavano così «una forza moderatrice nel grande conflitto sociale (11)». Gli attacchi portati contro i suoi fondamenti permettono sempre meno l'impiego di questa espressione politica delle profonde contraddizioni. Non si tratta più di funzionamento buono o cattivo del sistema, quando i lavori sviluppati da filosofi fortemente mediatizzati minano i principi stessi dell'idea democratica (12). Grazie ai loro lavori ideologici, il termine «popolo» provoca la reazione populista, il termine «sovranità» la reazione dei suoi fautori, la parola «nazione» la reazione nazionalista, e così di seguito.
Poiché l'onere della prova si è così rovesciato, i fautori della sovranità popolare si trovano immediatamente in posizione difensiva e il campo politico sul quale potrebbero esprimersi le lotte sociali è attaccato con forza. L'individuo si vede negare al tempo stesso la sua libertà individuale e l'interesse delle sue lotte. Così ha potuto svilupparsi un conformismo che, mentre nega l'importanza del dibattito democratico, campo d'affermazione delle lotte sociali, rinvia la soluzione dei conflitti all'espressione di un elemento trascendente: le pretese leggi dell'economia.


(1) Personaggio principale de il Gattopardo, romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
(2) Personaggio principale di 20.000 leghe sotto i mari, romanzo di Jules Verne.
(3) Pronunciato da Jean-Pierre Raffarin, primo ministro nel 2003 al momento delle manifestazioni contro la riforma delle pensioni, ripreso poi da diversi ministri, in particolare in occasione degli avvenimenti della Guadalupa nel febbraio 2009.
(4) Léon Gambetta, discorso pronunciato a Parigi, al Château-d'Eau, il 9 ottobre 1877.
(5) Jean Jaurès, « Question de méthode », articolo-prefazione del 17 novembre 1901 al Manifesto comunista di Marx ed Engels.
(6) Coloro che gli facevano subire distorsioni si sentivano obbligati a torcere i fatti per pretendere cinicamente di rispettare le regole.
(7) Rosa Luxemburg, La Révolution russe, L'Aube, La Tour-d'Aigues, 2007.
(8) Aristotele, Politica, 1317 b.
(9) Legge del 14 giugno 1791 che proibiva i sindacati operai e il diritto di sciopero.
(10) Pratica tipica dell’ Ancien Régime, che caratterizzava un potere allo stesso tempo assoluto e paternalista.
(11) Jaurès, De la réalité du monde sensible, Alcuin, Clichy (Hauts-de-Seine), 1994.
(12) Leggere Evelyne Pieiller, « Le couteau sans lame du social-libéralisme », Le Monde diplomatique, aprile 2009.
Vedi anche le tesi di Antonio negri sul tema della moltitudine indefinita, che prenderebbe il posto del popolo in quanto essere politico.

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