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Due spettri si aggirano per l'Italia

Due spettri mi sembra si aggirino per l’Italia dopo le elezione del 4 marzo. La moltitudine, il soggetto rivoluzionario di Negri e Hart, e Theo, il figlio del neurochirurgo in Sabato di Ian McEwan.

Dalla scomposizione delle classi operata dal neoliberismo si è prodotta di sicuro quella nuova soggettività diffusa teorizzata da Negri, ma non mi pare come speculare antagonista del capitale, alla sua stessa altezza – senza patria e radici, altrettanto creativa ma d’altro. Piuttosto nella forma della frantumaglia di Elena Ferrante. Smarrimento, solitudini, esplosione di alfabeti e grammatiche. Un esistere in sé ma non per sé. Una specie di angoscia cupa che urla appena può la sua rabbia.

Theo è il ventenne che al tempo delle manifestazioni contro la guerra del golfo dice al padre che lui da quella roba si sente ormai lontano. Irrimediabilmente distante. Se alza lo sguardo al grande mondo e alle questioni generali vede un sacco di schifo e si sente del tutto impotente. Se pensa alla sua ragazza, alla sua musica, ai suoi amici, le cose vanno meglio. Dunque d’ora in avanti solo pensieri su scala ridotta.

Sembra l’altra faccia della medaglia di Ready player one, l’ultimo magnifico giocattolone di Spielberg. La gente ha smesso di cercare di risolvere i problemi e si limita a tirare avanti. La realtà è una fregatura, tutti cercano un modo per evadere. E allora ecco la fuga nell’immaginario di Oasis, dove puoi giocare a essere quello che vuoi. Chi lo controlla controlla tutto.

Dunque fine dei grandi orizzonti, niente sole dell’avvenire. Fitta nebbia. Restringere vita e passioni, occuparsi del proprio spazio ristretto. Lo spazio dei piccoli uomini feroci di Pirandello. Se non possiamo cambiare il mondo almeno toglieteci il campo rom da sotto casa, almeno salvateci dagli ultimissimi, noi che siamo finiti nelle ultime periferie del mondo.

 

Nei primi anni Sessanta ricordo che arrivarono nei dintorni di Firenze i siciliani, cioè tutti quelli del sud. Avevano il loro bar, le loro piazze, i loro giochi. Ci incontravamo solo a scuola e mettendo in comune poco anche lì. Penso che l’integrazione avvenne perché una narrazione più grande li salvò.

Loro erano comunque parte del lavoro e il nemico era il capitale. Il lavoro si poteva liberare, insieme. Il mondo si poteva cambiare. Nessuna sensazione di impotenza, tutt’altro. Gli immigrati acquisirono cittadinanza nelle lotte. Alcuni raccontavano nell’autunno del ‘69 che avevano fatto bene a lasciare il paese d’origine: adesso erano diventati cittadini. Classe operaia protagonista del Novecento. Nessuna differenza fra diritti sociali, civili e politici. La lotta di classe credo non sia mai stata vissuta come economicistica.

Senza un orizzonte più ampio di liberazione è diventato arduo il processo di integrazione. Soprattutto nelle periferie delle città o dell’impero. Impossibile essere arruolati nella classe nella disintegrazione prodotta del neoliberismo. Rimane la dimensione etica, paradossalmente patrimonio di élite. Quelle che votano a sinistra, nel lusso dei centri storici. Una volta introiettata e naturalizzata l’idea che non ci sono risorse, impossibili sanità scuola casa e lavoro per tutte e tutti, allora ogni immigrato è uno che ti ruba qualcosa. Oggettivamente. E poi ci pensano Minniti e i media a criminalizzare le ong che salvano i profughi: lo fanno perché gli conviene, tassisti dei trafficanti, per denaro. Si vede sempre quello che sia ha negli occhi.

Bisognerebbe parlare di uguaglianza, Europa, stato sociale per nativi e non, riconversione ecologica. E sarebbero necessari soggetti politici all’altezza di questi tempi. Non espressione di un blocco sociale o storico, probabilmente, perché non mi pare che questo sai il tempo di blocchi compatti di interessi o identità. Né di materiale né d’immaginario. Piuttosto all’altezza della frantumaglia. Come anticorpi in grado di crescere da questa devastazione che ha disarticolato le soggettività, gli ordini simbolici, il racconto della propria vita. Ciò che fa esistere politicamente.

Per ora non ci siamo.

Alla manifestazione di Macerata un gruppo di bellissimi giovani di Potere al Popolo gridava uno slogan che mi ha colpito: lotta di classe, ce lo chiedono le masse. Era magnifica quella giornata ma ho pensato che intorno a noi non c’era nulla di simile a quello che chiamavamo le masse, Non c’è la lotta di classe – se non quella dei padroni che hanno vinto. E i conflitti che ci sono non chiedono a noi di rappresentarli.

Il discorso vincente del M5S tende a cancellare il conflitto nella società. Ci sono solo il popolo e il potere. Gli onesti e i disonesti. Tutti i problemi sono problemi tecnici. Non ci sono disuguaglianze sociali né corpi intermedi. Solo il dominio di una casta privilegiata sul popolo, somma di individui con un mouse in mano. La semplificazione funziona quando il territorio è incasinato e le mappe saltate.

Bisogna partire da altro.

Nei “pensieri su scala ridotta” forse non si trovano solo meschini sogni privati e rabbia collettiva. Anche se uno così se lo racconta. Quel piccolo mondo è comunque attraversato da processi collettivi. Precarietà, incertezza, perdita di senso. Genera desideri che hanno comunque a che fare con un orizzonte più ampio di vita. Desideri politici.

 

Anche nello sguardo circoscritto di Theo, anche nel mega videogame del vecchio bambino Spielberg, il centro sono le relazioni. La creatività e la libertà. La possibilità di inventarsi la propria vita. C’entrano la musica l’amicizia l’amore. Il contrario della solitudine. E non si possono costruire relazioni decenti fra noi se non si creano anche per le altre e gli altri. Così come non si possono espellere i migranti senza espellere qualcosa di noi stessi. La nostra fragilità, la nostra umanità. Non è questione di generoso altruismo, è qualcosa che riguarda la nostra vita.

L’unico movimento che è cresciuto in Italia dopo il decennio 2001-2011 è quello delle donne. Non a caso. Politico perché lontano dalla Politica delle liste elettorali e delle rappresentanze che non rappresentano. Politico perché riguarda la vita delle donne e degli uomini in carne e ossa. Il loro mondo collettivo “intimo”.

Qualcosa del genere - intenso, etico e culturale - lo si è visto a Firenze nella manifestazione per l’assassinio di Idi Dyene.

E succede anche nelle scuole che la sfera istituzionale, quella dei consigli e dei collegi, sia desertificata di passioni e partecipazione – ma poi nelle classi ti chiedono di fare lezione sul caso Moro, e ascoltano e domandano. Chiedono del Sessantotto e degli anni Settanta. Con una specie di nostalgia o invidia per chi ha vissuto stagioni calde di vita collettiva. Ci si può anche chiudere nelle proprie stanze. Ma è una condanna. Una miserabile illusione di sicurezza.

 

Certo la sinistra dovrebbe fare davvero la rivoluzione. Dentro se stessa. Lasciar perdere le formule dell’unità delle sigle e delle fasi costituenti. Non credo che importi nulla a nessuno dell’unità di questa sinistra.

Occorre fare un passo più in profondità, quasi in una dimensione prepolitica. Forse dimenticandosi per un po’ le emergenze elettorali – oppure affrontandole con dentro questa ricerca di senso, come fosse un prerequisito.

Bisogna esistere in queste periferie rabbiose perché dimenticate. Lasciate ai margini di tutto. Ha scritto Emily Dickinson che conosce il valore dell’acqua solo chi soffre la sete - il senso della vittoria chi giace a terra sconfitto. La mancanza di parola non è analfabetismo, la crisi della polis non è la fine della politica. Possono essere una forma sofferta di conoscenza.

Esserci vuol dire intanto stare nelle sofferenze sociali, praticare il mutualismo. Nel fare società si può sperimentare l’essere concretamente utili. Impegnarsi in qualcosa di cui immediatamente si vede e si sente il senso. Credo sia questo il grande fascino che ha fra i giovani il lavoro di Libera o Emergency. Non è la militanza di oggi per vincere domani, prendere il potere e solo dopo cambiare il mondo. È vivere da subito un po’ del tessuto di relazioni che si vorrebbe per la propria vita. Per non essere soli, tristi padroni in casa nostra.

Per ridare un po’ di significato e calore alla parola sinistra. Anche su scala ridotta.

 

 

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