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I comitati dopo il referendum

Come accade frequentemente in questo strano Paese, i commenti successivi a una consultazione elettorale sembrano cercare sostanzialmente di nasconderne il reale esito, invece di puntare a interpretare correttamente la volontà espressa dalle elettrici e dagli elettori.

Invece gli Italiani hanno semplicemente respinto, utilizzando il potere che l’articolo 138 riconosce loro, il tentativo di cambiare in senso presidenziale il nostro sistema istituzionale, ribadendo (come fecero nel 2006) che i problemi del Paese, la crescente povertà, la disoccupazione, i disastri ambientali, la corruzione dilagante, eccetera, non sono imputabili a un eccesso di regole democratiche, ma alla responsabilità di una classe dirigente inadeguata e troppo spesso eticamente impresentabile, cui Renzi (o piuttosto i suoi mandanti) voleva procurare un alibi, garantendone la continuità.

In genere i commentatori tentano anche di far dimenticare, ignorandolo sistematicamente come hanno fatto durante la campagna referendaria, il ruolo essenziale che i Comitati per il NO, e i tanti giuristi che li hanno affiancati, hanno svolto, coordinando l’impegno di organizzazioni diverse, ma soprattutto dei tanti cittadini ‘senza partito’, che hanno lavorato disinteressatamente per informare sui reali contenuti e le reali conseguenza delle modifiche costituzionali, contestare slogan e menzogne, smontare le minacce e gli squallidi tentativi di ‘comprare’ con bonus e mance il consenso alla ‘riforma’.

Per questo la soddisfazione per il pericolo scampato non deve farci sottovalutare la difficoltà della situazione e il rischio di nuovi tentativi di ignorare la volontà popolare.

Dilagano i tentativi di banalizzare il voto attribuendolo solo alla ‘antipatia’ verso il ragazzotto di Rignano, di attribuirlo (da parte di chi ha condotto una campagna forsennata a base di slogan e bugie!) alla scarsa comprensione dei contenuti della ‘riforma’, di trasformarlo in una vittoria personale di Renzi, attribuendo tutti i ‘si’ al PD, che confermerebbe così l’esito vittorioso delle europee.

La ‘relazione’ di questo pomeriggio del Presidente del Consiglio a una Direzione di partito muta e quasi totalmente succube è apparsa solo un tentativo di proseguire ostinatamente la ‘narrazione’ di un Paese in ripresa, che non esiste, celebrando i fasti di ‘riforme’ che al contrario non hanno risolto alcun problema, ma hanno cancellato i diritti dei più deboli e favorito smaccatamente i già privilegiati.

E’ dunque importante che i comitati, le associazioni e i cittadini, che hanno saputo difendere la sovranità assegnata loro dalla Carta, non si sciolgano, non rinuncino a vigilare sul rispetto dell’esito referendario e a pretendere che l’Esecutivo, qualunque sarà, si impegni a rispettare e realizzare il progetto di una società migliore disegnato nella Costituzione del 1948.

Per questo è indispensabile garantire il mantenimento della loro autonomia anche dalle singole forze politiche schierate per il NO, rimanendo estranei ai possibili tentativi individuali di intestarsi una vittoria che appartiene a tutti, e mantenere la massima coerenza con le posizioni fin qui espresse.

In particolare, a mio avviso, è necessario respingere la tentazione di farsi portatori di nuove modifiche dell’assetto istituzionale, che abbiamo sinora dichiarato non indispensabili, rimanendo invece disponibili alla eventuale apertura di un grande confronto politico, che coinvolga l’opinione pubblica, sulle possibili revisioni migliorative di singoli punti della Carta. Questo non esclude il sostegno alle rivendicazioni ‘sociali’ che tentano di dare concreta realizzazione ai diritti che la nostra Costituzione riconosce fondamentali.

Alla maggioranza parlamentare, per valutarne la buona fede, dovrebbe invece essere richiesto che alcuni dei provvedimenti talvolta impropriamente contenuti del ddl Verdini-Boschi, da tempo attesi e su cui esiste un ampio accordo, vengano rapidamente approvati: l’abbattimento della base di calcolo del quorum per i referendum abrogativi, la fissazione di un limite temporale per l’esame delle LIP, l’approvazione di uno ‘statuto delle opposizioni’, l’adeguamento dello stesso art. 138, ecc….

Un discorso a parte richiede la necessità di sanare la situazione di oggettiva illegittimità costituzionale del Parlamento dopo la sentenza 1/2014 della Consulta, che, come confermato proprio dall’esito del referendum, non garantisce la rappresentanza della volontà popolare.

Dubito che affrontare ora la ricerca di una proposta di legge elettorale condivisa sia compito dei comitati, che dovrebbero solo pretendere la coerenza con il dettato costituzionale.Attendiamo piuttosto il pronunciamento della Corte Costituzionale, che potrebbe fornirci, come peraltro aveva fatto nel 2004, un procedimento utilizzabile per la formazione di un nuovo Parlamento effettivamente rappresentativo, che dovrà farsene carico.

Ancora una volta la Carta del ’48, dando la parola ai cittadini, ha dimostrato di essere in grado di proteggerci dalla tentazione di scorciatoie e da tentativi di limitare la sovranità popolare per subordinarla alla logica dei ‘mercati’ internazionali.

La scelta ampiamente maggioritaria degli elettori più giovani per il NO, che ha confermato la loro fiducia nelle nostre istituzioni, ci fornisce buoni motivi di fiducia in un futuro migliore.

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