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Impariamo dalla SIcilia

Come era facilmente prevedibile l’esito della tornata elettorale siciliana, anche tenendo conto della sua specificità, fornisce indicazioni importanti per il voto del prossimo anno.

Non ha solo perché ha confermato la fase declinante del PD renziano, incapace di qualunque forma di autocritica e di rinnovamento e sempre più dipendente da un leader incredibilmente privo di reali oppositori, ma anche perché l'importante, ma insufficiente, risultato del M5S potrebbe essere interpretato come raggiungimento di un tetto difficilmente superabile.

Su un altro fronte, la coalizione eterogenea di destra che ha portato alla vittoria Musumeci ha anticipato le conseguenze che avrà sul piano nazionale la nuova legge elettorale, che consente la presentazione di coalizioni fra partiti con programmi diversi e perfino contraddittori allo scopo di conquistare i collegi uninominali (e poi prevedibilmente dividersi in alleanze diverse).

Ma la principale riflessione merita l’ulteriore crescita dell’astensionismo, che, unita al risultato certo non lusinghiero della lista guidata da Claudio Fava, dimostra che la sfiducia degli elettori accomuna ormai gli esponenti di tutti i partiti ‘tradizionali’, di governo e di opposizione, senza tener conto delle loro diverse responsabilità. Nemmeno l’immagine ‘pulita’ di Fava, che pure ha pesato grazie al voto ‘disgiunto’, è stata sufficiente a ottenere un risultato significativo sul piano della partecipazione.

Quest’ultima indicazione dovrebbe essere preziosa per chi cerca di costruire per le politiche del prossimo anno una lista unitaria a sinistra, come Alleanza Popolare: la presenza di candidati di ‘lungo corso’ costituisce, ormai con certezza, un deterrente insormontabile per la conquista del fondamentale voto di quanti, specialmente giovani, hanno fin qui scelto l’astensione e votato solo per i referendum. E quanto il consenso di questa area di delusi sia importante lo ha dimostrato proprio l’esito del 4 dicembre, che ha visto la vittoria del NO anche grazie a una partecipazione sensibilmente maggiore delle consultazioni precedenti.

Infine la Sicilia ha segnalato, nel bene e nel male, anche l’importanza delle candidature locali, che sono state una delle motivazioni delle sensibili differenze fra i consensi ottenuti dai candidati presidenti e le liste che li hanno sostenuti.

Con la nuova legge elettorale nazionale che assegna 1/3 dei seggi nei collegi uninominali e provoca inevitabilmente un forte effetto di ‘traino’ a favore delle liste collegate nella parte proporzionale, la qualità delle candidature diventa assolutamente essenziale per una nuova lista che intende essere alternativa e radicale.

Penso che la ricerca di nuove persone, con un patrimonio di competenze e esperienze e senza scheletri nell’armadio, disposte a dedicare una parte della loro vita all’impegno politico, dovrebbe costituire un compito urgente e prioritario per l’Alleanza del Brancaccio, forse più difficile della messa a punto di un programma, su cui le convergenze dovrebbero essere in alcuni casi perfino scontate.

Nella speranza che la notizia odierna dell’Huffington Post, che dà per scontata la partecipazione del movimento del Brancaccio a una lista comprendente MPD, Possibile, SI, ecc…., con la leadership di Grasso e un programma già concordato ‘al vertice’, non corrisponda alla realtà. Perché significherebbe snaturare l’iniziativa di Falcone e Montanari e ripetere le esperienze perdenti di coalizioni votate, come quella di Fava in Sicilia, alla pura testimonianza.

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