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L’austerità

Spesso le parole ci ingannano, perché assumono significati a cui non avevamo pensato o chi le legge le interpreta in modo imprevisto. Questa non è certo una affermazione originale, ma è bene ogni tanto ribadirla, perché in politica le parole hanno un peso speciale e possono essere determinanti.

In questi giorni che vedono il successo di Syriza al centro dell’informazione si sente continuamente sintetizzare il programma politico di questa nuova formazione con le parole: ‘E’ contro l’austerità.’.

E per analogia ‘contro l’austerità’ sarebbero tutti coloro che, anche in Italia, nel successo della sinistra greca ripongono la speranza di un mondo diverso.

Ma ‘austerità’ in fondo non è un termine negativo, anzi; richiama la capacità di autocontrollo, di rispetto delle regole, di risparmio. In una fase in cui la riduzione dei consumi energetici di combustibili fossili è condizione per la salvezza dell’ambiente naturale, per esempio, non si tratta certo in assoluto di valori negativi.

E essere ‘contro’ qualcosa porta a pensare che si è favorevoli al suo contrario, che nel nostro caso sarebbe la mancanza di limiti, l’intemperanza, la sfrenatezza.

Niente nelle affermazioni programmatiche di Alexis Tsipras autorizza a pensare che questo corrisponda alle sue intenzioni.

In realtà non si può non essere d’accordo nel mettere l’austerità, cioè il contrario dello spreco, al centro delle politiche economiche. Ma questa parola nel gergo della politica assume un significato totalmente diverso, di conservazione di strategie liberiste che stanno portando a una assurda concentrazione della ricchezza (e delle risorse per la sopravvivenza) nelle mani di una esigua minoranza di persone, lasciando tutte le altre ai limiti della pura sopravvivenza. Contro questa politica conservatrice si batte Syriza e non può non battersi ovunque una forza di sinistra, qualunque nome assuma.

Ancora una volta i professionisti della comunicazione sono riusciti a trasformare completamente il significato di un messaggio, generando allarme e opposizione.

Ne sappiamo qualcosa noi italiani, che da decenni siamo sottoposti al bombardamento mediatico di menzogne in cui sono particolarmente abili i due contraenti del ‘patto del Nazareno’.

L’austerità non può essere interpretata come esaltazione della disuguaglianza, della concentrazione del potere. Chi gestisce la cosa pubblica, utilizzando le risorse prelevate dai cittadini per fornire a tutti servizi e scurezza, DEVE ESSERE AUSTERO. Nel senso che non deve sprecare tali risorse per acquistare inutili giocattoli per la guerra, finanziare grandi opere sbagliate, ignorare corruzione e tangenti, e, soprattutto, elargirsi privilegi assurdi.   

Ma deve anche, appunto, compiere delle scelte.

La Costituzione su cui è fondata la nostra Repubblica assegna priorità assoluta ad alcuni compiti dello Stato; in particolare il raggiungimento della libertà dal bisogno e della eguaglianza delle opportunità fra i cittadini (Principi Fondamentali, art. 3) e il rispetto di una serie di diritti che sono considerati essenziali per la dignità dell’essere umano (Parte Prima, Titoli II e III). Per il raggiungimento di queste finalità l’art. 53 precisa che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Pretendere che i nostri governanti (e anche quelli greci, la cui Costituzione non dirà cose molto diverse) rispettino questi obiettivi e finanzino gli interventi necessari per la loro realizzazione non significa essere contrari alla ‘austerità’. Anche e soprattutto se questo significa contrastare la evasione fiscale, la corruzione, la speculazione finanziaria internazionale, l’interesse personale privo di limiti.

Sui piatti della bilancia stanno da un lato il diritto alla salute, alla cultura, alla sicurezza, alla informazione, dall’altro la pretesa di un ulteriore arricchimento (non di un ingiusto impoverimento) legato magari a tassi di interesse troppo elevati imposti dal ‘mercato’ per assorbire titoli del debito pubblico.

Il nostro Paese, come la Grecia, porta il peso di un enorme debito pubblico accumulato nei decenni passati da classi dirigenti indegne, in gran parte per finanziare sprechi e privilegi, clientele e corruzione. Chi è direttamente o indirettamente responsabile di questo scempio, o ne ha ricavato benefici, o ne è stato in qualche modo complice anche passivo, ora deve risarcire la collettività e farsi da parte. Imporre il peso di questa situazione ai ceti più deboli, lasciando intatti i grandi patrimoni e i centri finanziari speculativi che ne approfittano non è ‘austerità’, e nemmeno liberismo: è solo ingiustizia.

In altri Paesi (gli USA, per esempio, che non sono esattamente un Paese comunista) le prime a pagare il peso della crisi sono state le banche, che ne portano gran parte della responsabilità. In Italia con i fondi pubblici le banche sono state salvate e i patrimoni dei loro proprietari protetti.

In Italia nel ventennio berlusconiano il debito pubblico è esploso e anche l’evasione fiscale (addirittura esaltata); eppure, nonostante la condanna e l’espulsione per indegnità dalle cariche pubbliche, oggi l’autore di questo scempio governa a pieno titolo insieme al PD, anche per tutelare la propria ricchezza personale.

Io non credo che Syriza sia ‘contro l’austerità’; penso al contrario che intenda realizzare una politica economica più giusta, adeguata alle difficoltà che incontrano i cittadini europei (e non solo le banche tedesche), che rimetta al centro dell’azione di governo la democrazia e la giustizia sociale, la pace e la solidarietà. Chi cercherà di farlo fallire in questo difficilissimo compito non la farà per l’austerità, ma per difendere interessi innominabili di una minoranza oligarchica, che sono diventati la linea-guida della politica economica di una Europa che sta tradendo i suoi ideali.

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