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La vera posta in gioco

Era stato facile prevedere che le peggiori conseguenze del ventennio berlusconiano sarebbero sopravvissute al loro autore. Oggi possiamo verificare quotidianamente i danni, che rischiano di essere permanenti, causati dall'indulgenza di alcuni nei confronti di un modo di intendere la politica basato sulla menzogna sistematica e spudorata (ricordiamo la 'nipote di Mubarak'?), su un garantismo che nasconde la voglia di impunità, sul mercato dei voti, sulla banalizzazione dei principi etici la cui affermazione, nella Costituzione nata dopo il fascismo, consentì all'Italia di recuperare il suo posto nel quadro internazionale.

Assistiamo stupefatti (almeno io) alla disinvolta distruzione di conquiste di civiltà che pensavamo, forse colpevolmente, non sarebbero state nuovamente messe in discussione.

Una maggioranza parlamentare nata da accordi più o meno segreti sui colli più alti ci sta privando del diritto a scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, cancellando anzi i principi stessi della democrazia parlamentare; elimina un principio fondamentale come la uguaglianza del voto, assegnando a chi sceglie il partito che otterrà un voto in più (anche se lontano dalla maggioranza) un valore ampiamente superiore agli altri; concentra nelle mani di una sola persona tutti i poteri senza prevedere istituti di controllo e garanzia. Tutto vantandosi quasi di contraddire il programma su cui ha chiesto il consenso degli elettori e arroccandosi nel castello inespugnabile di una serie di meccanismi studiati per impedire la nascita di nuove forze politiche e l'espressione del dissenso popolare. Infine minacciando l'estremo strumento di difesa dall'arroganza del potere: l'indipendenza della Magistratura.

Un processo di demolizione tanto più pericoloso perché arriva dopo anni di progressivo allontanamento della 'politica' dai cittadini, di depotenziamento degli strumenti di democrazia diretta che la Costituzione aveva previsto, di assuefazione alla trasformazione dei partiti politici da sede di dibattito e di elaborazione culturale a comitati elettorali di puri mercenari. E' l'esistenza stessa di una Costituzione in grado di limitare il potere (come tutte le costituzioni) che si intende cancellare, per creare una 'carta' che al contrario lo cristallizzi.

Viviamo una situazione che con Flaiano potremmo definire 'grave ma non seria', in gran parte resa tale dalle dichiarazioni di Matteo Renzi, che giustifica la suo patto (segreto) con quello che per il suo partito dovrebbe essere il peggior nemico dicendo che 'le regole si decidono anche con l'opposizione', ma poi rifiuta di confrontarsi con l'opposizione vera, quella che la pensa in modo diverso, ricorrendo al dileggio e alle offese: gufi, professoroni, attaccati alla poltrona, ecc .... Quest'ultima definizione sarebbe poi particolarmente divertente, venendo da uno con la sua storia di eterno politico professionista, e tenendo conto che è rivolta a centinaia di migliaia di cittadini che dalla politica si attendono solo libertà e giustizia.

Ora siamo di fronte all'ultimo passo: il 'partito nazionale', o meglio unico, nel quale far convergere (e quindi annullare) correnti di pensiero politico da sempre contrapposte, in nome del potere fine a se stesso e con la benedizione della grande finanza internazionale.

Come giustificare altrimenti che l'accordo fra un finanziere (per quanto poco importante e ancor meno stimato sul piano internazionale), abituato a muoversi sul confine della legalità e spesso al di fuori di esso, e il giovane capo di un partito che non esiste quasi più come tale, ma gestisce ancora un'ampia fetta di opinione pubblica, sia centrato proprio sull'attacco alla democrazia?

Il disegno è ambizioso: non solo scelte politiche oggettivamente antipopolari, ma la creazione di un sistema che le renda irreversibili, impedendo la rappresentanza dei cittadini dissenzienti (non lobotomizzati dalla martellante propaganda dei media 'padronali') nelle istituzioni.

Nessuno degli atti del governo Renzi ha una connotazione vagamente popolare, nemmeno tenendo conto della gravità della situazione economica nazionale: non la cancellazione dei contratti nazionali di lavoro, la istituzionalizzazione del precariato e la 'normalizzazione' del sindacato; non gli interventi sulla spesa che colpiscono servizi essenziali come la scuola pubblica, ma garantiscono i privilegi delle private; non la politica fiscale, che invece di essere ridisegnata in senso progressivo vede l'aumento dell'IVA e di altre imposizioni indirette, notoriamente regressive; e nemmeno i tanto declamati '80 euro' finanziati a carico delle classi medie e non delle più abbienti. Della 'riforma istituzionale' si può solo ribadire la sua assoluta irrilevanza sul piano sociale e economico.

Conflitto di interessi, lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata (sempre più legate), interventi sull'evasione e l'elusione fiscale, cancellazione delle spese inutili (iniziando dai notissimi F35): non sono all'orizzonte.

Purtroppo si tratta di scelte che, al di là della propaganda giovanilistica, rimangono nell'ambito più tradizionale e si sono già dimostrate anche inefficaci.

Le vicende di questi giorni nell'aula del Senato dimostrano che la resistenza alle 'riforme del Nazareno', che vedono temporaneamente insieme SEL. M5S, Lega, indipendenti e dissenzienti sia del PD che di altri partiti, è una battaglia di libertà, per garantire il diritto al pluralismo e la democrazia che altri con ben altre responsabilità non garantiscono. Questa è la vera posta in gioco.

Se era facile prevedere che il berlusconismo, accettato trasversalmente nel mondo politico, sarebbe sopravvissuto alla decadenza del suo inventore, è oggettivamente più difficile accettare che i tanti cittadini che si oppongono a questa involuzione non trovino una loro rappresentanza significativa nelle istituzioni e siano confinati nell'astensionismo o frazionati in una molteplicità di gruppetti ininfluenti.

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