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C'era una volta Servizio Pubblico

Per una volta parlo in prima persona: sono solo uno dei centomila sottoscrittori che hanno permesso in un tempo che sembra ormai remotissimo, in "un'altra era" probabilmente,  di far partire Servizio Pubblico, un'impresa che non era né facile né scontata.

Quello che è accaduto giovedì scorso, e cioè la pretesa di Michele Santoro di zittire, ancora una volta, Marco Travaglio, questa volta a favore di Burlando e degli angeli del fango assurti all'empireo degli eroi settimanali come spalatori del fango che ha devastato Genova ma in idilliaca sintonia con il governatore-cementificatore,  è stato dal mio punto di vista l'ennesima conferma che il progetto iniziale di Servizio Pubblico era scaduto in una triste caricatura dell'originale.

L'elenco delle "scivolate" nella conduzione di Michele Santoro sarebbe di una lunghezza quasi insostenibile.  Mi limito a ricordare gli show senza argine della Santanché, gli attacchi miserevoli di Porro a Marco Travaglio sulle presunte "vacanze a sbafo"  con Ingroia e Ciuro ancora ad AnnoZero, il pestaggio di Antonio Ingroia a cura del duo Carfagna-Comi, l'impossibilità per Travaglio di rispondere a Berlusconi che gli dava del "diffamatore per professione" perché, secondo il conduttore, ci si addentrava in temi troppo specifici.

In questi esempi, presi a caso, si sintetizzano la sacralità del dialogo e del dibattito, ribadita ancora una volta giovedì scorso da Santoro ed agitata come un corpo contundente nei confronti di chi si ostina a ricostruire i fatti e a farli parlare senza colorirli con il repertorio gigionesco e ammiccante tanto caro al conduttore.

La progressione nello snaturamento di Servizio Pubblico, dove inizialmente inchieste giornalistiche, docufiction e interviste avevano un ruolo fondamentale,  in un talk show duplicato di troppi altri dominato dalla personalizzazione straripante di un conduttore sempre più ossessionato dall'audience e dai suoi nemici di elezione è stata straordinaria e, temo, irreversibile. 

L'ossessione maniacale nei confronti di Grillo, acuita dalla sua scelta altamente discutibile e poco fruttuosa in termini elettorali di preferirgli Porta a Porta, non si è manifestata unicamente nei consueti sermoni d'apertura. Abbastanza incredibilmente Santoro nella conferenza stampa di lancio di AnnoUno  annunciò che sarebbe sceso in piazza, con redazione annessa, in difesa della libertà di stampa gravemente minacciata dalle intemperanze grilline.   

Così come oggi nello zittire Marco Travaglio, colpevole di elencare uno ad uno i contributi ventennali di Burlando allo scempio paesaggistico della Liguria, Santoro si identifica in paladino senza macchia della libertà di dibattito, allora incarnava tout court la libertà di stampa e il diritto-dovere all'informazione, come se fosse stato vittima di un secondo editto bulgaro.

E quanto si ritenga signore e padrone assoluto del "suo prodotto" e ne disponga ad libitum l'ha dimostrato pienamente imponendo al posto di Servizio Pubblico, e in piena campagna elettorale per le europee AnnoUnouna sorta di succedaneo mutuato dal format di Maria De Filippi, lasciato alla conduzione di una alter-ego giovanilistica non incline alle domande "scomode" che non potrebbe certo fargli ombra nemmeno se volesse.

Infine in vista della ripresa di Servizio Pubblico  non è mancata neppure  un'analisi impietosa sullo stato dei talk show, quelli degli altri naturalmente,  e sulla loro dipendenza ormai  patologica all'audience, fatta da chi dimostra di muoversi in esclusiva funzione di quella e si adegua, anche a costo di comprimere ed umiliare le voci informate e competenti, all'aria che tira settimanalmente.

Mi limito a registrare che naturalmente  i giornali berlusconiani oltre a gongolare per "il litigio in diretta tra i tribuni" si sono schierati all’unisono contro Marco Travaglio ed in particolare Il Giornale ha titolato con grande compiacimento Anche Santoro non sopporta più Travaglio. Ma Repubblica ha fatto molto di più: oltre ad un’ intervista molto “orientata” ad Urbano Cairo intitolata “Scelgo Michele, non amo le risse in TV” ha affidato al Bonsai di Sebastiano Messina il paragone tra Travaglio e Mussolini e pure con  il razzista “inconsapevole” della barzelletta.

La presenza di Marco Travaglio ha garantito a Servizio Pubblico uno spazio, anche se rigorosamente perimetrato, di informazione senza aggettivi e di autorevolezza giornalistica, che penso sia stata la ragione principale per cui io e diversi di quei centomila abbiamo continuato, nonostante tutto, a seguirlo. Chissà se il conduttore se ne è mai reso conto e comunque potrebbe avere l'opportunità di verificarlo nelle prossime puntate se gli venisse a mancare quel collaboratore tanto “scomodo”.

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