I padri (in)costituenti

di Stefano Bruno Galli - L'Intraprendente - 15/08/2016
La pseudoriforma Renzi-Boschi è stata licenziata da un governo non legittimato dal consenso e ratificata da un Parlamento votato col Porcellum, incostituzionale per le liste bloccate che limitano la libertà di scelta. Insomma, c'è un leggero problema di sovranità popolare. Non a caso il primo sponsor è Napolitano...

Di recente, al Circolo della Pallacorda di Milano Maria Elena Boschi ha parlato – presente il sindaco Sala – della sua pessima riforma costituzionale. Nessun commentatore l’ha rilevato, ma s’è trattato di un vero e proprio affronto alla storia del costituzionalismo europeo. Il ministro per le Riforme infatti non sa che quel Circolo è intitolato all’evento che si svolse a Parigi, in una sala adibita al gioco della pallacorda – una specie di tennis – il 20 giugno 1789, quando i deputati del Terzo Stato giurarono di non separarsi mai sino a che non avrebbero ottenuto la Costituzione. Giurarono nella Sala della Pallacorda perché erano i veri detentori del potere costituente, gliel’aveva spiegato Joseph-Emmanuel Sieyès. Che sarà stato anche un giacobino, ma è comunque passato alla storia del pensiero politico come uno dei più sofisticati e preparati tecnici delle costituzioni moderne.

«In ogni sua parte, la Costituzione non è opera del potere costituito, ma del potere costituente», scriveva Sieyès. Essenza della democrazia, il potere costituente è inseparabile dall’idea di sovranità, in cui è perennemente depositato e di cui si configura come elemento essenziale e indivisibile. E se la sovranità appartiene al popolo, come indicato nel primo articolo della Costituzione repubblicana, il potere costituente è allora una prerogativa esclusiva del popolo, non già del Parlamento che, semmai, lo esercita indirettamente per delega, per effetto del mandato rappresentativo. La riforma costituzionale Renzi-Boschi è dunque illegittima. E questo non può passare sotto silenzio. Nei fatti è uscita dalla direzione nazionale di un partito, il Pd; poi è stata ratificata da un potere costituito, il governo, non legittimato dal consenso elettorale dei cittadini, che l’ha proposta a un Parlamento privo di potere costituente. Siamo davvero ai confini dell’incostituzionalità. Se non oltre. Fa specie, ma fu l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – garante della Costituzione e, per tutta conseguenza, anche delle norme che presiedono alla sua revisione – a sollecitare, in modo del tutto arbitrario, il processo di riforma. Redivivo qualche settimana fa, il grande tifoso dei carri dell’Armata rossa a Budapest, nel 56, ha ribadito con forza i propri convincimenti antidemocratici.

Quando Napolitano fu eletto al Quirinale per la seconda volta, davanti alle camere riunite aveva attribuito a quel Parlamento una funzione costituente, auspicando riforme radicali. Pochi mesi dopo, il 12 gennaio 2014 la Consulta dichiarava incostituzionale il Porcellum, la legge elettorale con la quale quel Parlamento era stato eletto, a causa di un premio di maggioranza troppo generoso e delle liste bloccate che limitano la libertà di scelta degli elettori, titolari della sovranità. Dal punto di vista sostanziale è quindi un Parlamento senza potere costituente per via della palese violazione del principio rappresentativo. Ciò malgrado, dopo poche settimane partiva l’iter della riforma costituzionale. Grottesco. Un presidente della Repubblica serio e responsabile avrebbe dovuto impedire – non legittimare, come concretamente ha fatto – la violazione dei principi della democrazia e del costituzionalismo. Qui ci voleva un’Assemblea costituente, eletta con il sistema proporzionale e titolare dell’esclusivo mandato della revisione costituzionale. Sarebbe stato questo il modo migliore per onorare il settantesimo anniversario del 2 giugno 1946, quando – oltre al referendum tra monarchia e repubblica – si svolsero le elezioni dell’Assemblea costituente che partorì la Costituzione repubblicana. Che fino all’altroieri era il mito fondativo della cultura politica della sinistra. Paradossi e contraddizioni. Dal 2011, malgrado la parentesi elettorale del 2013, Napolitano è stato il principale responsabile di un’effettiva sospensione della democrazia; sospensione che Schmitt chiamava stato d’eccezione, contrapponendolo allo stato di diritto, alla libertà e alla democrazia. Mi dispiace, ma noi stiamo dalla parte dello Stato di diritto e della democrazia, dalla parte del potere costituente e della Pallacorda. Dalla parte della libertà e della sovranità popolare. Valori che Napolitano, Renzi e la Boschi, hanno calpestato senza ritegno. Roba da repubblica delle banane, da democrazia sudamericana.

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