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Ingroia - Ora basta

Già me li immagino i soloni del giornalismo italiano, “ecco, Ingroia attacca ancora Napolitano”, “non ha il senso delle istituzioni”, “il solito pm politicizzato”, “la solita toga rossa”.

Me li immagino leggere queste righe avendo già deciso, ancor prima di arrivare in fondo, che io ho solo torti e nessuna ragione e che invece ha solo ragione e nessun torto il presidente della Repubblica, che invece di stigmatizzare le dichiarazioni eversive contro un potere dello Stato da parte di un condannato con sentenza definitiva finisce per criticare la magistratura probabilmente in nome della ragion di stato e in difesa del pessimo governo che ha messo in piedi.

Perché è vero che l’istituzione ‘Presidente della Repubblica’ è degna del massimo e assoluto rispetto, ma il rispetto alla carica deve darlo, prima di tutto, chi quella carica ricopre.

Ricostruiamo? Da pm a Palermo (non dunque, in una piccola e tranquilla procura, ma nel cuore delle attività della mafia, quella che uccide) mi occupo di quello che aveva capito, qualche settimana prima di essere barbaramente ucciso, Paolo Borsellino, e cioè che lo stato e la criminalità organizzata hanno messo in piedi una trattativa. Nel bel mezzo delle intercettazioni del ministro degli interni dell’epoca, Nicola Mancino, un bel giorno questi decide di chiamare il presidente della Repubblica.

Il contenuto di quelle intercettazioni, lo abbiamo detto più volte, non aveva alcuna rilevanza penale per cui quelle intercettazioni non sarebbero mai state rese note. Ma queste rassicurazioni non bastano. E allora il presidente della Repubblica ci accusa di lesa maestà e annuncia un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale mettendo uno contro l’altro il Quirinale e una delle procure in prima linea nella lotta alla mafia.

La Corte ovviamente si adegua ai voleri del presidente e, con un verdetto scontato, gli dà ragione ma io continuo a chiedermi: era proprio necessario aprire un conflitto esponendo la Procura di Palermo a una delegittimazione di fatto di tutto il lavoro compiuto fino a quel momento? A mio parere no. Quelle intercettazioni non sarebbero state usate. Lo sapeva Napolitano e lo sapeva l’allora consigliere giuridico del Quirinale D’Ambrosio. E mai sarebbero state rese pubbliche. Noi ci comportammo da uomini dello Stato che dovevano proteggere la figura del Capo dello Stato. E così abbiamo sempre fatto.

Ma evidentemente quella vittoria scontata, a tavolino, a Giorgio Napolitano non basta, e ieri dal Colle è partita un’altra bordata nei confronti dei pm, e poiché io pm sono stato fino all’altro ieri, in prima linea viste le indagini che conducevo, mi sento chiamato in causa.
Passi che gli attacchi arrivino da Berlusconi, un pregiudicato che si era finora salvato da condanne definitive solo perché si è fatto delle leggi ad hoc in pieno conflitto di interessi.
Ma se è Giorgio Napolitano, che dovrebbe essere super partes, a esortare la magistratura a tenere “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite”, vuol dire che, a suo parere, molte procure non rispettano questi criteri. E implicitamente abbandona il suo ruolo di garante e prende una posizione precisa. Allora, a questo punto, sono io che, da cittadino, chiedo a chi siede al Quirinale maggiore equilibrio, maggiore sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite. Insomma, chiedo a Giorgio Napolitano di rispettare il ruolo straordinariamente importante che gli ha affidato la Costituzione e di non entrare nell’agone politico. Anche perché, da presidente del Csm, gli strumenti per “bacchettare” i pm li ha tutti.

Cosa significa senso del limite? Non indagare se un pm ha una notizia di reato che riguarda qualche politico? Non indagare perché c’è una ragion di stato superiore e non può cadere il governo delle larghe intese? Non indagare e lasciare che il politico di turno possa corrompere, evadere, trattare con i criminali (e che criminali!)?

No. Io capisco che il garante della Costituzione, di fronte a una classe politica inetta e inefficiente, incapace di amministrare la cosa pubblica, svolga un ruolo di supplenza, proprio ai confini del ruolo che assegna la Costituzione, dettato dalle emergenze e dalle contingenze politiche ed economiche, ma che in nome di questo ruolo di supplenza venga sminuito il ruolo di garante della Costituzione non mi sta bene e, credo, non stia bene neanche a quei milioni di italiani che vedono il Quirinale, come me, punto di riferimento essenziale a garanzia dell’applicazione corretta della Carta.

Il presidente della Repubblica deve continuare a essere garante, il ruolo che la Costituzione gli assegna, e non può permettersi, lo ripeto, non può permettersi, di delegittimare il lavoro di pm e giudici in nome della governabilità.
Il Capo dello Stato, per il ruolo che ricopre, non può permettersi, neanche per errore e neanche per il più machiavellico dei motivi, di dare l’impressione di difendere un pregiudicato che tra procure e magistratura, tra primo, secondo e terzo grado, è stato indagato e giudicato da 16 magistrati diversi. Quei 16 magistrati hanno condannato Berlusconi perché aveva commesso un reato odioso come la frode fiscale, sottraendo come tutti gli evasori, denaro pubblico alle casse dello stato. Denaro che poteva servire a finanziare sostegno ai disabili, a costruire scuole, a sostenere i lavoratori disoccupati, a contribuire a impedire che questo terribile governo possa aumentare l’Iva da qui a qualche settimana.

E allora, il presidente Napolitano, che invita i magistrati a fare autocritica, dia l’esempio: faccia autocritica, a cominciare dalla decisione di sollevare quel conflitto di attribuzione che ha calato una saracinesca sull’accertamento della verità sulla stagione delle stragi del ’92-’93 e della trattativa Stato-mafia.

E ora, sciacalli dell’informazione, dite pure che Ingroia ha attaccato Napolitano, ma per carità, tacete sugli attacchi che Napolitano, debordando dal suo ruolo di garante, ha fatto alla categoria nella quale ho lavorato fino a qualche settimana fa, continuando a ripetere la litania del conflitto politica-magistratura, ignorando che la magistratura è stata solo vittima e la politica solo aggressione. E sappiate che, se lo fate, vi prendete la responsabilità di delegittimare l’intero comparto della giustizia, quello che prova a garantire, pur nelle difficoltà in cui l‘hanno messa la politica e la crisi (ha ragione la Boccassini, i collaboratori dei magistrati prendono uno stipendio di merda), che la legge è uguale per tutti, dal capo dello stato all’ultimo degli immigrati clandestini. Povera patria, come diceva uno dei pochi intellettuali italiani ancora viventi.

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