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L’inchiesta sulle stragi di mafia, una farsa per B. & friends

Vista dalla lente deformante che restituisce l’immagine capovolta dei fatti, delle cause che li hanno determinati e degli effetti che produrranno, la riapertura del fascicolo a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’ Utri come possibili mandanti della stragi di mafia del 93, a seguito dell’intercettazione in carcere del boss Giuseppe Graviano, chiesta dalla procura di Firenze e ottenuta dal gip della stessa città e non da Nino Di Matteo o altre toghe “grilline” non è altro che una minestra riscaldata e avvelenata, servita al perseguitato nazionale alla vigilia del voto siciliano. Per i berluscones più “moderati” e filoleghisti come Enrico Toti è solo “una farsa” che si ripete sempre uguale. A sentire il diretto interessato atterrato a Palermo per la settimana conclusiva della campagna elettorale, la cupezza e l’insofferenza delle ore iniziali hanno lasciato il posto nelle dichiarazioni ufficiali alla soddisfazione per “il grosso regalo” ricevuto dalla “solita giustizia ad orologeria” perché “la gente non può pensare ad una simile assurdità”.

E, seguendo il suo stringente percorso logico, i suoi elettori siciliani, ovviamente del tutto dissimili dalle “teste dure” che votano M5S, si saranno resi perfettamente conto della coincidenza della diffusione della notizia con il suo arrivo in Sicilia: “una chiara macchinazione a un passo dalla vittoria a Roma come a Palermo”.

In  controtendenza alla vulgata della “pagliacciata”  e del favore insperato alla vittima della persecuzione giudiziaria più lunga della storia, Niccolò Ghedini, brillante coprotagonista da legislatore prima che da difensore di tutte le rocambolesche vicissitudini giudiziarie di B. sembra aver preso la questione un po’ più seriamente. Infatti inizialmente ha cercato penosamente di negare che quando nell’intercettazione Graviano dice “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia...” facesse il nome del suo cliente, quindi si è rivolto al ministro della Giustizia pretendendo che faccia chiarezza sulla notizia “uscita a mezzo stampa”, infine dopo la denuncia rituale dei tempi più che sospetti si è consolato confidando nella terza archiviazione per “la totale estraneità del presidente Berlusconi”.

Che quello dell’archiviazione sia un esito, purtroppo ancora una volta molto probabile se non addirittura scontato è previsione fin troppo facile, ma non perché Marcello Dell’Utri in carcere per una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa sia “un galantuomo” o un prigioniero politico come crede, o dice di credere, Sallusti. E nemmeno perché i magistrati si convinceranno della “totale estraneità di Berlusconi” definitivamente insostenibile dopo la sentenza della Cassazione del 2013 in cui insieme alla condanna per Dell’Utri i giudici di ultima istanza hanno confermato un rapporto stabile di “reciproco sostegno” dal 1974 al 92 tra l’allora imprenditore di successo e i referenti di Cosa Nostra.

La condizione indispensabile per un esito diverso dall’archiviazione, che finalmente possa rendere una tardiva giustizia ai familiari delle vittime delle stragi del 93, come chiede ininterrottamente da allora Giovanna Maggiani Chelli, e possa ricostruire almeno una verità processuale su quella “sofisticata” strategia stragista, è che i protagonisti dell’intercettazione e cioè Giuseppe Graviano, il camorrista Umberto Adinolfi, l’intermediario citato o qualcuno a loro molto vicino si decida a parlare.

E’ un gioco facile, e per chi riveste cariche istituzionali, altamente spregevole irridere un’inchiesta doverosa su fatti di tale gravità, confidando che gli ispiratori o i mandanti politici di una serie di stragi concatenate e con obiettivi altamente improbabili per logiche meramente mafiose, rimarranno quasi certamente impuniti. E se questo avverrà non sarà solo “grazie” al passare del tempo, alla scomparsa di testimoni, alla indisponibilità a parlare di un ex boss di rango come Giuseppe Graviano che sconta vari ergastoli e si è avvalso in aula della facoltà di non rispondere.

La garanzia dell’impunità per i colpevoli e la quasi certezza di non vedere mai celebrato un processo che, tra l’altro, avrebbe potuto accertare se Graviano era o meno consapevole di essere intercettato come viene dato mediaticamente per scontato, deriva anche, come ha scritto Marco Travaglio sul Fatto di mercoledì 1 novembre, dal “perpetuarsi di un sistema marcio che continua a puntare su B. come se nulla fosse accaduto”.

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