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Manca la sinistra: questo è il problema

Non si può continuare ad interpretare i risultati elettorali solo attraverso analisi politiche. Il problema vero è la crisi economica, che trascina con sé la crisi politica e morale del paese. Di cosa mai stiamo parlando? Dove cerchiamo le risposte all'esito delle urne?

Le risposte vanno cercate nell'acutizzazione del divario sociale, nel peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della gran parte della popolazione del nostro paese, nella precarietà lavorativa, economica, esistenziale cui è ridotta tanta gente, in numero sempre crescente.

Le risposte vanno cercate nell'attacco più grave e sistematico mai condotto sino ad oggi nel nostro paese, che colpisce la classe operaia e le classi lavoratrici, a cui l'art. 8 della Legge finanziaria del governo Berlusconi e la riforma Fornero del governo Monti hanno tolto gran parte delle conquiste che nel corso degli anni 70 sono state strappate, pagando un prezzo molto alto in termini di lotte e sacrifici.

Il vero problema è qui, nel tentativo in gran parte riuscito, con la complicità degli stessi vertici sindacali e del PD, di far fuori la forza organizzata e antagonista delle classi lavoratrici, smembrarne la forza oppositiva, dividerle in oltre una quarantina di diversi contratti di lavoro, che significa condizioni, livelli salariali diversi, e dunque difesa del proprio “interesse particolare”.

Davanti alle fabbriche si respira la smobilitazione del mondo del lavoro, che si esprime attraverso un forte senso di solitudine, di abbandono, di divisione interna tra privilegiati e generici, stranieri e non, di ricatto, cui gli occupati sono costantemente sottoposti.

Non parliamo poi delle piccole realtà produttive, dove alligna il lavoro nero, in cui la crisi va a braccetto con la messa in stato di precarietà degli occupati. A questi non si possono non aggiungere i milioni di giovani, ma ormai anche di meno giovani, precarizzati, senza prospettiva, che tirano a sera, dopo un giornata spesa a “farsi tastare i muscoli e l'arrendevolezza”, come capitava ai nostri braccianti nelle campagne italiane tra '800 e '900. Un enorme esercito industriale di riserva, da usare come intimidazione per gli occupati, e da tenere così, senza unità, né organizzazione, né sindacato, né partito, né capacità contrattuale.

Questo è il problema. Questa è la chiave di lettura di quanto sta accadendo nel nostro paese: nel tentativo di riduzione delle classi popolari e lavoratrici al silenzio, all'irrapresentabilità, alla sconfitta.

Ha vinto la reazione alle classi oppresse.

Il resto è apparenza, fuoco fatuo, cicaleccio.

Berlusconi non rappresenta più i poteri che contano: nè Confindustria, né il Vaticano, né l'Europa della troika. E' stato fatto fuori già da tempo da una vasta congiura di palazzo che ricorda quella che fece fuori Mussolini. E Berlusconi del suo 30% si farà poco più che vento (a meno che non ci pensi il PD a regalargli un ruolo). Ha l'impotenza propria di un potere personale, che non intercetta più il potere che conta.

Il PD ha sulle sue spalle tutto il peso della sconfitta delle classi popolari e lavoratrici. Un immobilismo complice con quanto di peggio è stato sferrato. Un gruppo dirigente senz'anima, né identità, che non si muove per non spostare presunti equilibri. Ricorda la immobile Francia di Luigi Filippo d'Orleans e il suo Turgot, che teorizzava che la borghesia dovesse diventare “un ceto universale” e che prima o poi tutta la popolazione avrebbe dovuto imborghesirsi. Qualcosa del genere è successo, senonchè ci ha pensato la crisi economica a mettersi di mezzo, dimostrando tutta la distanza che separa questa prospettiva dalla vita reale della gente che soffre.

Mai come ora si misura tutta la gravità della mancanza del partito della sinistra.

Come non ricordare il ruolo storico che ha avuto il PCI? il suo legame con le masse e i lavoratori, le cellule nelle fabbriche, il costante lavoro politico sul territorio, casa per casa, la continua opera di controinformazione, che serviva a fornire chiavi di letture alternative, ad armare ideologicamente le masse, a formarle affinchè fossero in grado di interpretare i processi, individuare le matrici di classe che si nascondevano dietro agli accadimenti?

Come fermare quel vasto, distruttivo processo di occupazione delle coscienze attraverso la smobilitazione, l'arrendevolezza, l'alienazione, la miseria della futilità e il degrado dell'apparenza?

La sinistra ha lasciato terreno al M5S, gli ha consentito di rappresentare il tradizionale bagaglio di lotta della sinistra, che da anni nessuno più porta avanti, gli ha consentito di catalizzare la giusta indignazione popolare.

Grave responsabilità, storica responsabilità quella di consentire ad un movimento equivoco, che si compiace di definirsi “né di destra né di sinistra”, di rappresentare le istanze, i bisogni, i diritti delle classi delegittimate e rese invisibili. Un movimento che peraltro si rivolge alla classe politica, pur colpevole, con toni quali “andatevene con le braccia alzate”, “arrendetevi”, “vi staremo dietro alle spalle”….Per chi ha un minimo di familiarità con la storia, non può non ritornargli alla mente l'eco di espressioni altrettanto equivoche, quali: “Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l'Italia[...] Basta, rovesciate i banchi. Spezzate le false bilance [... ]” , “Questi deputati pusillanimi, mercatori, ciarlatani, proni ai voleri del Kaiser (oggi la Merkel) […], questi deputati dovrebbero essere consegnati ai Tribunali di guerra” (o ai lavori forzati socialmente utili)....

Lo sviluppo del movimento grillino non ha nulla di prodigioso, se non la dèbacle della sinistra.

Un vero partito di sinistra avrebbe saputo comprendere la distinzione tra la base di massa del M5S e la sua natura di classe. La prima rappresenta vasti ceti popolari, la seconda i ceti piccolo e medio borghesi, minacciati dalla crisi, e la loro ribellione a farsi proletarizzare, ne avrebbe smascherato la natura nè anticapitalista, né antiliberista.

Qual è d'altro canto il senso recondito dell'attacco che conduce alla forma partito e all'organizzazione sindacale? A voler tagliare la spesa sociale?

Grillo dice di andare contro gli interessi delle grandi banche, di non pagare il debito, ma a Parma avviene tutto il contrario. L 'Amministrazione a 5S è in tutto e per tutto succube del potere delle banche, ne subisce il ricatto, giungendo persino a regalare 2,8 mln di euro a fondo perduto, in sede di concordato preventivo, alle banche, per alleviarne la “sofferenza ”, che hanno finanziato con mutui ipotecari l'acquisto di terreni sopravvalutati da parte di SPIP. Non solo, per non far fallire l'ipotesi di concordato preventivo con i creditori di SPIP - le banche- la nuova giunta è pronta a far ricapitalizzare STT, holding comunale, dalle banche stesse, ed a garantire i loro finanziamenti con le azioni IREN, messe in pegno e poi in vendita nel 2015, privatizzando con ciò il servizio idrico.

Ha vinto in buona sostanza la linea del governo Monti (anche se la lista a lui collegata ha sortito un magro risultato), quella che vedrà nuovamente tutti uniti nello scaricare sui redditi medio bassi il costo della crisi, attraverso l'aumento della pressione fiscale, i tagli della spesa pubblica, l'aumento delle tariffe dei servizi essenziali, nell'incuranza del fatto che il debito sia aumentato del 126 %, l'export sia crollato, i salari siano caduti a picco, la disoccupazione sia inarrestabile, il ricorso alla cassa integrazione ruoti attorno al miliardo e mezzo di ore.

Certo, è una sconfitta, ancor prima che elettorale, sociale.

Ma anche il conservatore Hegel in una delle più belle figure della Fenomenologia dello spirito, dice che se a fondamento della storia c'è la contrapposizione tra un uomo, che diventa padrone, ed un altro uomo, che diventa servo, è il servo quello che rovescia il rapporto: è dal suo lavoro che dipende il padrone, è col suo lavoro che il servo imprime la sua intelligenza a quanto produce.

La verità di questo rapporto sta nel servo. Deve pensarlo, però, esserne consapevole.

E' questo il ruolo del partito. Rimettiamoci al lavoro.

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