Matteo Renzi, la politica che fa e la zavorra della magistratura

di Daniela Gaudenzi - Il Fatto Quotidiano - 08/04/2016

Nei  confronti della giustizia, per delegittimarle e additarla come freno e zavorra che impedisce ‘agli uomini di buona volontà’ di mettere tutte le bandierine sul cronoprogramma delle opere  Sblocca- Italia si possono seguire varie strade e quella della ridicolizzazione a mezzo falsificazione dei fatti non è la meno insidiosa.
Nello show di autoesaltazione e di rivendicazione orgogliosa delle opere che avrebbero rilanciato o che faranno ripartire il paese, dal tunnel del Brennero all’Expo, dal Mose a Bagnoli su cui il governo sarebbe costretto ad intervenire a causa dell’inefficienza del sindaco, dalla Pompei “risanata” a Matera capitale della cultura, fino al sogno ‘impossibile’ della Salerno-Reggio Calabria, Matteo Renzi ha anche voluto citare l’insuperabile De Luca: “Chi non ce la fa è un ‘personaggetto’.

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Per sé e per il suo governo ha rivendicato “il reato” di sbloccare le opere pubbliche e ‘la colpa’ di essere da sempre in prima fila ‘per fare pulizia’ motivo per cui ha annunciato di querelare chiunque attribuisca all’esecutivo e al Pd, in merito all’emendamento su Tempa Rossa, comportamenti opposti a quelli di ‘una comunità di persone per bene’. Per la magistratura ha evocato l’inconcludenza, l’incapacità di indagare con celerità e di arrivare a sentenza, come avviene in un paese civile. Ed in via difensiva, per sottolineare una distanza incolmabile tra il nuovo corso del suo ‘primato della politica’ contrapposto alla guerra berlusconiana contro le’ toghe rosse’ ha ripetuto a più riprese ‘noi non siamo quelli del legittimo impedimento e della prescrizione’.

Grazie ad una coincidenza molto chiarificatrice dei fatti storici e anche della loro conoscenza da parte del presidente del Consiglio, mentre lui stava screditando le inchieste aperte a Potenza da Woodcock (un magistrato tanto scomodo quanto bersagliato dalla politica) dal 2001 al 2008 sui cosiddetti ‘affari petroliferi’ i giudici emettevano la sentenza di condanna per le gare truccate del Totalgate attraverso la sostituzione delle buste contenenti le offerte: pene tra i 2 e 7 anni per imprenditori e amministratori per corruzione e turbativa d’asta. Quanto alle altre due inchieste sugli affari petroliferi in Basilicata dove gli affidamenti del colosso petrolifero erano ‘pilotati e predefiniti negli esiti dal comitato d’affari costituito sempre dai vertici Total, imprenditori, pubblici ufficiali, politici e faccendieri, la maledizione o benedizione a seconda dei punti di visti della sentenza mancata imputata da Renzi ai magistrati ha sempre lo stesso nome: prescrizione.

E la credibilità dell’attuale governo sulla ferrea volontà di volerla riformare, almeno sotto il profilo del computo rispetto alla durata del processo si può ricavare dalle dichiarazioni inconcludenti del ministro e del sottosegretario alla Giustizia alla cruciale domanda del perché il ddl sia ibernato da un anno in commissione al Senato. Le risposte oscillano tra la vaghezza riguardo i tempi che si sono dilatati per via delle unioni civili oppure si limitano all’ancor meno esauriente ‘bisogna vedere chi la blocca in commissione‘.  Senza contare che nessuno, dalle parti del Pd, dopo averlo annunciato decine di volte si è mai preso la briga di mettere mano in modo strutturale ai guasti prodotti dalla cosiddetta ex-Cirielli, bollata in tempi ormai rottamati come icona delle leggi-vergogna, che aveva dimezzato i tempi di prescrizione per tutti i reati contro la p.a., corruzione in primis.

Insomma la determinazione a mettere fine allo stallo infinito della prescrizione in commissione giustizia al Senato è pari a quella a portare a casa una legge decente sul conflitto di interessi: lo stesso Renzi che ha messo la fiducia su legge elettorale e unioni civili ha pronunciato sempre nel corso della direzione del Pd un volitivo ‘votiamolo’. Le Tangentopoli si susseguono, si avvicendano geograficamente o meglio si sovrappongono,  da una regione all’altra, da un capoluogo a un altro con una continuità persino monotona, coinvolgono sempre ‘le solite’ consolidate cordate  fino a ieri trasversali, oggi semplicemente governative e le ricette non cambiano: una sana arroganza, una discreta manipolazione dei fatti e un costante attacco alla magistratura.

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