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Abbiamo bisogno dell’Europa?

Sì. Abbiamo bisogno dell’Europa. E anche dell’Unione Europea: del suo Parlamento imbelle e perciò impotente; della sua Commissione dai culi di pietra; del suo Consiglio che la dilania inseguendo non “l’interesse nazionale” (che cos’è?) di ogni Stato membro, ma il tornaconto elettorale dei rispettivi governi; della sua Banca Centrale che coordina attività e interessi della finanza mondiale che ci governa tutti; e persino dei banditi che si annidano nell’Eurogruppo. Non saranno queste istituzioni a cambiare le politiche dell’Unione, ma è necessario averla come controparte unica per creare un movimento di respiro continentale capace di imporle, con lotte, mobilitazioni e le più diverse iniziative locali, ma anche con un programma unitario, radicali cambi di rotta. E’ quello che avrebbe potuto fare Tsipras, proponendo il governo greco come motore e riferimento di una mobilitazione generale contro l’austerità in tutti i paesi europei: una scelta rischiosa, che ha voluto evitare, imponendo però al suo paese rischi anche maggiori. Una scelta che Podemos non sembra voler fare con decisione, e che è l’esatto opposto di quelle adottate dal nostro governo, che finge di combattere l’austerità cercando alleanze tra governi reazionari, razzisti e complici degli assetti costituiti. Costruire un movimento di respiro europeo contro l’austerità è l’unica strada per affrontare su scala adeguata le due questioni – clima e migranti – che definiranno tutte le scelte politiche dei prossimi anni. Sostenere che quei due problemi possano essere affrontati, o addirittura “risolti”, recuperando una “sovranità nazionale” peraltro dissolta da tempo è un inganno: sono questioni di dimensioni per lo meno europee, tanto che sui migranti – accogliere o respingere – si sono dissolti e ridefiniti tutti gli schieramenti politici del continente; e sul clima è ridicolo anche solo pensare che una politica nazionale possa incidere in qualche modo. Sono incontestabili l’importanza e le connessioni – desertificazione, uragani, fame e guerre – di queste due “questioni”; ma dal modo in cui vengono affrontate dipendono anche quasi tutti gli altri problemi in agenda: l’austerity (e il nesso tra indebitamento e spesa pubblica), l’occupazione, il diritto al reddito, il welfare, la pace, la democrazia.

Contrastare i cambiamenti climatici in corso richiede infatti una conversione ecologica di tutto l’apparato produttivo per lo meno a livello continentale: sia perché l’Europa possa fare, come un tempo, da “traino” al resto del mondo, sia per non venir emarginati dalla concorrenza tanti che non se ne curano. Ma la conversione non nascerà da un “Gosplan” centralistico messo a punto da uno o più organi dell’Unione, bensì da migliaia e migliaia di progetti sostenuti da mobilitazioni e iniziative a livello locale: per le fonti rinnovabili e l’efficienza nell’uso di energia e materiali, per un’agricoltura e un’alimentazione ecologiche, per una mobilità che affidi la transizione non al mercato – aumentando il prezzo dei carburanti, che non è che un’imposta per chi ora non può fare a meno dell’auto – bensì alla graduale messa in opera di modalità di trasporto condiviso e accessibile, per un’edilizia sostenibile e la salvaguardia di suoli e territori. Tutte queste cose richiedono risorse che solo una politica economica e monetaria dell’Unione radicalmente diverse potranno – e dovranno – mettere a disposizione delle iniziative locali; e che solo la moltiplicazione delle mobilitazioni in difesa dei territori e delle condizioni di vita delle comunità che le abitano potrà imporre ai suoi organi centrali. Alcune di queste mobilitazioni sono già in corso, altre, e molto più forti, si svilupperanno nei prossimi mesi e anni, perché la situazione è destinata a peggiorare: soprattutto per chi sta già male oggi e non certo per il famigerato “1 per cento” che la sfrutta e la governa. Di fronte alle mobilitazioni popolari il potere può essere costretto a cedere. Ha cominciato a cedere Macron, e con lui la Commissione europea; lo dovranno fare anche molti altri.

Quello che manca è la convergenza di mobilitazioni e iniziative sparse verso un progetto condiviso, che non può però essere calato dall’alto, dal “quartier generale” di una politica alternativa inventata in sedi ristrette che, non a caso, non esiste. Può nascere solo da una progressiva e graduale assimilazione, da parte di ciascun movimento, delle ragioni e delle pratiche degli altri. Se si saprà lavorare in tal senso, soprattutto a far convergere – cosa difficilissima – le tante iniziative in difesa dei poveri dei migranti (entrambi bersaglio di politiche apertamente razziste) con le mobilitazioni in difesa dei territori e di una vita più degna e soddisfacente.

Conversione ecologica vuol dire anche lavoro per tutti: disoccupati e precari europei e migranti; perché le cose da fare sono tante, e a tutti i livelli di specializzazione. Non saranno oggetto di un piano per “creare lavoro” purchessia – per lo più a spese di territori e comunità – bensì un programma per rimediare, con lavori utili sia all’ambiente che a chi li fa, ai danni già inferti ai territori, alla vita e alle comunità, e per prevenire quelli incombenti. Senza lavoro, nelle condizioni date, per disoccupati e migranti non c’è inclusione, cioè possibilità di relazioni autonome, di casa, servizi, comunità. Ma non può esserci contrapposizione tra lavoro e reddito di base: questo è possibilità di scegliere liberamente, e in modo condiviso, le attività a cui dedicarsi – il “socialismo” del ventunesimo secolo – sottraendosi al ricatto del licenziamento e dell’emarginazione. Una cosa troppo grande per essere confusa con quell’indennità di avviamento obbligato a qualsiasi lavoro prospettata dall’attuale governo. I lavori per la conversione ecologica devono invece essere attività inclusive, che consentono di riconoscere nei migranti di oggi e in quelli futuri (perché nessuno riuscirà a fermarli, neanche la guerra con cui l’Europa cerca oggi di respingerli) non un’intrusione nelle nostre vite e un onere per i nostri redditi, ma un arricchimento e un riscatto per tutti. Ma anche una condizione per un libero ritorno di profughi e migranti – con il tempo, e per chi lo desidera, e sono in tanti! – nei paesi da cui sono dovuti fuggire: una prospettiva da perseguire fin d’ora per dare concretezza all’obiettivo di “accogliere tutti”. Per questo occorre battersi insieme per esigere che nei loro paesi di origine torni la pace e che, insieme a coloro che vogliono tornare, si trasferiscano lì conoscenze e pratiche necessarie al risanamento di territori e comunità.

Ma la conversione ecologica richiede scelte decentrate, coinvolgimento delle istituzioni locali, negoziazioni paritarie tra organismi autonomi per garantirsi forniture e sbocchi per le produzioni sostenibili: il “piano”, nelle condizioni di conflitto e nei contesti differenti in cui dovrà venire alla luce poco per volta, non potrà essere che la progressiva armonizzazione di molteplici negoziati locali. Cioè autogoverno.

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