Crisi di governo, il Tav detonatore di una crisi già prevedibile

di Daniela Gaudenzi - Il Fatto Quotidiano - 13/08/2019

La ridda di voci, i supposti retroscena, le indiscrezioni, le elucubrazioni su crisi reale o presunta sono (finalmente) evaporati poco dopo le 20 di questo torrido e lunghissimo giovedì 8 agosto quando Matteo Salvini diffonde un sintetico comunicato: “Inutile andare avanti a colpi di no”. È l’incipit che prelude all’apertura formale della crisi. Di Maio ha replicato in modo altrettanto stringato “Taglio dei parlamentari e poi voto, siamo pronti. Quando prendi in giro il paese e i cittadini prima o poi ti torna contro”.

 

 

Che il nodo Tav sarebbe stato il vero potenziale detonatore per la crisi sempre “dietro l’angolo” e sempre rimandata, o meglio dribblata, era noto e scontato, così come il tono dei commenti alla più che prevedibile débâcle parlamentare della mozione no-Tav del M5S, solo contro tutti (con l’eccezione i Leu). Basta un titolo per tutti, spudoratamente schierato come quello di Libero, ma almeno non equivoco, per sintetizzare il sentimento diffuso tra “giornaloni” e “giornaletti” nei confronti dei vinti, più spesso dipinti tout-court come traditori: “Passa la Tav sulle spoglie del M5S. Di Maio sotto il treno”; sottotitolo “Ritratto di un fallimento chiamato Toninelli“.

Il quadro del day after alla bocciatura della mozione No-Tav, in cui Giuseppe Conte e Matteo Salvini si sono incontrati per un faccia a faccia a Palazzo Chigi – mentre Di Maio nello stesso palazzo è rimasto nel suo ufficio a lavorare – si era completato e ulteriormente chiarito con il ricevimento al Quirinale dei presidenti di Camera e Senato, in concomitanza con la firma da parte di Mattarella del Decreto sicurezza-bis, ma era logico pensare che l’oggetto del colloquio comprendesse anche la crisi di fatto in atto.

Matteo Salvini aveva già scandito in modo perentorio con una nota pomeridiana che “il voto è l’unica alternativa a questo governo” e non a caso a Sabaudia, la sera prima, aveva messo al primo posto la riforma della Giustizia, e cioè quella targata Bongiorno e non quella di Bonafede, bollata come “vuota” e considerata da sempre indigesta in quanto indissolubilmente legata all’entrata in vigore del blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado, in linea con più elementari principi di civiltà giuridica vigenti in tutte le democrazie liberali.

L’ostentata evocazione del voto bramato per incassare il risultato delle europee sottintendeva più o meno esplicitamente l’esclusione dall’esecutivo delle personalità che più si sono messe di traverso ai progetti leghisti di governo: dal “fallimentare” Toninelli alla riottosa Trenta, passando per l’ambientalista Costa fino al troppo blando Tria.

L’obiettivo dei toni ultimativi di Salvini era “la revisione” del contratto di governo per ottenere senza se e senza ma la riforma della giustizia di Giulia Bongiorno, ministro che dovrebbe occuparsi del funzionamento della P.A. invece che della separazione delle carriere, meta agognata e mancata di B., e delle sanzioni per i magistrati impegnati in inchieste complesse rei di sforare i tempi; poi nell’elenco della Lega flat tax più o meno integrale e autonomia secondo i diktat dei governatori.

Molti tra “i capi” M5S avevano sottolineato da subito l’assoluta irricevibilità di un simile “pacchetto”, riconoscendo che “si poteva anche rompere ma sarebbe stato meglio farlo prima”. Contemporaneamente erano consapevoli che il prezzo di una crisi aperta da loro, per svincolarsi da un patto di governo diventato un capestro, lo avrebbero pagato per primi i cittadini, non solo e non tanto per “l’impennata dello spread” in cima ai resoconti mediatici sui venti di crisi.

Ma per un motivo molto più evidente e fondato: perché, come confermato anche dai sondaggi più recenti, il voto tanto evocato prima che da Salvini dalle sedicenti “opposizioni” – le quali, come ha osservato Marco Travaglio, non hanno titolo per essere chiamate tali – se avvenisse oggi, stando alle rilevazioni Ipsos, vedrebbe il centrodestra unito al 50,6%, con la Meloni che sorpassa FI e la Lega che avanza ancora rispetto alle Europee, al 36%.

 

 

Ora Matteo Salvini, forte della consapevolezza della sua forza attuale e del rischio logoramento in un governo prolungato con un partner evidentemente non tanto prono quanto è stato faziosamente descritto dalla narrazione unica imperante, ha rotto gli indugi e gli va dato atto, per una volta, di essere conseguente anche se esclusivamente pro domo sua.

Evidentemente ha considerato un rischio irreale un molto ipotetico “governo di scopo” per “riscrivere il Rosatellum” (in astratto una benedizione), cancellando i collegi uninominali che favoriscono la Lega, sostenuto da M5S, PD e non meglio definiti “responsabili”. Quello che è chiaro e inconfutabile è che gli “oppositori” del PD e di FI, invece che infliggergli un sonoro smacco uscendo dall’aula in Senato per lasciar passare la mozione M5s-Leu sulla Tav, con un esito analogo a quello odierno, si sono schierati con lui e gli hanno lasciato il pallino in mano.

Se si andrà al voto nei tempi che Salvini auspica l’esito è pressoché scontato. Infine, en passant, vale la pena di sottolineare che dal sondaggio Ipsos emerge un altro dato interessante: il “nuovo” Pd della riscossa è arretrato al 20,5%.

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