La lotta al caporalato fu l’esperienza di servitù che Di Vittorio portò in Costituente. Come in passato, il caporalato si serve della manodopera più diseredata, che ora viene dai paesi extra-comunitari, disposta a tutto pur di portare a casa qualche soldo. Cosa fa il governo? Nulla, anzi...
Nel darci i rudimenti del significato della libertà, i dizionari delle lingue europee risalgono a Cicerone: la libertà è una condizione che sta all’opposto della schiavitù. Libero è colui che è sottoposto solo alle leggi e mai al volere di un suo simile. Nella repubblica antica, la libertà si poteva donare e vendere; questo mercato della libertà sta alle radici dell’Occidente.
Ed è dalla relazione denaro-lavoro che si può cogliere la specificità dell’ordine liberale nel quale viviamo, fondato sul contratto e sul consenso a relazioni di servizio in cambio di un compenso monetario: non più servitù, ma lavoro salariato. La libertà dei moderni si struttura intorno ai bisogni e al modo di soddisfarli e mette al centro il consenso volontario. La storia moderna segna una rottura con il mondo antico, in cui il lavoro era considerato una pena; per noi, invece, il lavoro è sia una condizione di pena sia una condizione di opportunità di realizzazione, come scriveva Vittorio Foa.
Il confine tra pena e libertà è il problema del lavoro salariato che non può e non deve essere lasciato a chi ha il potere di offrire lavoro. Dal solco del liberalismo nasce il socialismo e nascono le organizzazioni a difesa delle prerogative di libertà nel lavoro e da parte di chi lavora. La discussione sul lavoro, nell’art. 1 della Costituzione, cominciò nell’estate del 1946 a partire dalla giustizia come condizione di libertà. Tra i partecipanti vi era Giuseppe Di Vittorio.
Veniva da Cerignola, Puglia, uno dei rari sindacalisti di origine contadina. Bracciante dall’età di dieci anni, partecipò e poi guidò le lotte per far rispettare gli accordi agli agrari, per togliere il reclutamento della manodopera al caporalato, sistema padronale e mafioso che usava l’immigrazione dai centri limitrofi per schiacciare l’organizzazione sindacale e tenere bassissima la paga giornaliera. Le lotte nelle campagne si svilupparono in un quadro di violenza, illegalità, mancanza di comportamenti affidabili delle autorità, della magistratura regia, con brutali repressioni, eccidi, condanne politiche. E gli agrari furono la classe di punta del fascismo.
La lotta al caporalato fu l’esperienza di servitù che Di Vittorio portò in Costituente. La sua vicenda è un microcosmo dello stato sociale e politico del paese oggi. Di quanto sia facile il divorzio tra libertà proclamata e illibertà subita. La Costituzione cambiò i fondamenti normativi, togliendo al padronato e alle istituzioni il pungiglione dell’abuso e del privilegio, ma non valse a eliminare la servitù. Essa ci ha dato le norme; la volontà di farle vivere spetta a noi.
Come in passato, il caporalato si serve della manodopera più diseredata, che ora viene dai paesi extracomunitari, disposta a tutto pur di portare a casa qualche soldo. Cosa fa il governo?
Il magistrato Bruno Giordano, oggi in Corte di Cassazione, direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro tra il 2021 e il 2022, ha offerto in questi giorni una cronistoria demoralizzante. Nel 2022, uno degli ultimi atti del governo Draghi fu l’istituzione coi fondi Pnrr di un portale del sommerso: tutti gli accertamenti sul lavoro nero sarebbero stati convogliati su questa piattaforma, gestita dall’ispettorato del lavoro: interventi dei carabinieri, indagini della guardia di finanza, documenti Inail. Con l’insediamento del governo Meloni, il portale è stato rifatto ma non è mai partito. Nel 2024 è stato nominato il prefetto Maurizio Falco, ma a fine 2025 si è dimesso per il manifesto disinteresse ministeriale rispetto al progetto. Circa gli investimenti del Pnrr, di 200 milioni di euro, ne sono stati spesi 25. In aggiunta, il decreto Flussi favorisce l’ingresso di intermediari per le pratiche di permesso di soggiorno, vere e proprie estorsioni per ottenere il nulla osta. Insomma, il caporalato comincia alle frontiere.
Per fermarlo il governo Meloni non ha fatto nulla. Anzi, si compone di persone che condividono molte delle idee razzista di Vannacci e, come lui, scaricano sugli immigrati le responsabilità del caporalato. In tutti i sensi gli immigrati sono gli eredi dei braccianti di Di Vittorio. Il caporalato, nonostante le leggi e le promesse, resta impunito. Non solo, si avvale ora anche di megafoni politici, che mobilitano il razzismo contro i diversi, e, come mostra il pestaggio di pochi giorni fa del giovane siciliano a Torino, il razzismo non ha confini.
Come il caporalato. Scatenando la propaganda neofascista della razza, della “nazione di destino”, e di tante altre stupidaggini con le quali i demagoghi del nuovo padronato ammaliano elettori sempre più spuri di conoscenze e, loro stessi, impoveriti. Li convincono che la causa della loro miseria sono gli immigrati e intanto rendono invisibile la classe padronale, che ha ben compreso il momento propizio, politico ed economico, e approfitta ampiamente di questa vergogna: il razzismo e la violenza contro i nuovi servi. Che non sono invisibili.

