Strade difficili

di Corrado Fois - liberacittadinanza.it - 05/10/2022
Nos volevoms sapuar... per andare dove dobbiamo andare... per dove dobbiamo andare?- Totò

Chiunque provi a seguire, pedissequamente e devotamente, google map sa che per andare da qui a lì, seguendo il percorso più rapido, si finisce sempre in qualche viuzza sconosciuta al mondo. Ed è esattamente a quel punto che il segnale internet sparisce lasciandoci persi e desolati tra mucche ironiche che ci scrutano, masticando. E’ il bello della tecnologia, quando serve non funziona e quando funziona ti snerva.

Fa pensare al Pd.

A mio modesto avviso i dirigenti di quel partito vengono scelti sulla base di una specifica attitudine: hanno in testa una specie di google map sabotato che li porta inevitabilmente a percorrere qualche dissennata viuzza che non si sa dove finisce, non si capisce dove comincia, e comunque ha una secondaria ragione di esistere.

Dopo il calcio nel sedere preso alle elezioni, secondo solo a quello incamerato da Salvini (per fortuna la destra produce gente così, se no li avremmo al governo per i prossimi 10 anni! ) i dirigenti piddini si sono scatenati, alla velocità di un bradipo, in tutte le direzioni a loro avviso plausibili. In nessuna di queste c’è uno straccio di chiarezza prospettica e di autocritica politica.

Vanno verso il riformismo di stampo liberale, modello Blair? Possibile, posto che la dirigenza Pd ha una pulsione smodata verso l’usato insicuro, vedi il copia/incolla dell’Unione prodiana che aveva architettato Letta. Oppure varano una posizione più progressista (per dirla con parole loro ) incollandosi ai 5Stelle? Improbabile e poi non è ancora definito il riposizionamento di quel partito, ancora tutto da solidificare. Van da soli, liberi e belli oppure cambiano nome, indirizzo e libretto di circolazione? Po’ pure esse..

Tutte le strade sono ad oggi aperte, meno quella maestra. Il socialismo.

Cos’è una sinistra senza la visione socialista? Un pacco vuoto. Una cosa inutile, indistinguibile, impresentabile. Mi pare che le lezioni ricevute in questi decenni percorsi dal Pd non siano servite affatto a comprendere questa evidenza. Neppure è servita - a quella dirigenza ibrida – l’esperienza francese, dove la sinistra è tornata in vita ed alla vittoria dopo la debacle, prima di tutto morale, del partito che ne usurpava l’aggettivo.

Si può definire vittoria? Certo. Perché vincere - per la sinistra - significa avere la forza per determinare il progresso sociale, non occupare il potere in termini di ministeri. Quest’ultimo è il grave e pericoloso equivoco che ha afflitto il Pds degli anni 90 ed il Pd nei recenti 4 lustri. Lo dimostra, nella nostra storia repubblicana, il PCI che per 50 anni ha gestito, in termini di contrappeso, l’intero sistema politico economico di un paese di frontiera come il nostro, reggendo sviluppo e scontro di classe, amministrazione spicciola e dirittura morale.

Nel bilanciamento di una democrazia reale governo ed opposizione hanno ruoli di eguale importanza. Uno amministra, l’altro evidenzia storture e preme per correggere. Stare all’opposizione non è cosa pagante per essere poi le vergini cucce del futuro governo, ma è al contrario una posizione politica prestigiosa che richiede attenzione, radicamento sociale, fatica e disciplina. Competenza.

Lo smarrimento della classe dirigente di questo partito, il Pd, di fronte all’evidenza d’essere oggi opposizione nazionale nasce da questo, dal non avere la minima idea non solo del cosa/come fare, ma neppure dalla chiarezza concettuale di cosa sia essere opposizione.

Sono personalità cresciute all’ombra della strategia dei vari D’Alema e Prodi, quella di architettare qualsiasi sgangherata combriccola pur di vincere. E così, ossessionata da questa visione, la parte che si definiva sinistra ha smarrito la ragione prima dell’essere sé stessa e persino la ragione del governare. Vincere per fare cosa, quale società, quale modello di coesione?

Tempo per tempo si è smarrita la capacità, che aveva la sinistra storica di elaborare modelli di società alternativa. Pensiamo ad un esempio tra i più evidenti: i servizi sociali della Bologna amministrata dalla sinistra a fronte di quelli romani. Due modelli diversi strutturalmente, il primo efficiente e finalizzato a rendere più semplice la vita del Cittadino (mezzi pubblici abbondanti e manutenuti, consultori, assistenza sociale, ospedali funzionanti ) l’altra infarcita di auto, con la corporazione dei tassisti potente e lobbistica, le cliniche private.

Plasticamente, nei fatti, si vedevano le differenze ideologiche e valoriali. Perché fare politica era a quel tempo l’agire costantemente nell’interesse dei Cittadini a partire da una propria posizione chiaramente definita, consentendo scelte ponderate.

Dove si è visto questo negli ultimi 30 anni? Da nessuna parte. L’uscita di scena dell’opposizione nazionale e della buona gestione locale, la scomparsa dei valori, l’eliminazione, quasi fosse una colpa, dell’identità socialista hanno portato a questa condizione dello spazio a sinistra: nessuna idea, nessuna prassi, nessuna identità.

Che diamine pensa il Pd di ricostruire? Non c’è nulla. Un involucro, che è stato nel tempo votato solo per timore dell’avversario. L’ho fatto io, l’hanno fatto in milioni. Ma è solo una circostanza elettorale, non un progetto, non un obiettivo. E’ una X imposta solo per evitare qualcosa di peggio .. che peraltro oggi abbiamo sul groppone. Fallimento nei fallimenti.

I dirigenti di quel partito e limitrofi, sono ormai imbarazzanti.

Quando Laura Boldrini è scesa in strada a parlare con il movimento spontaneo delle donne, l’hanno rispedita su per le scale. Se Letta fa due passi in un quartiere operaio e non spedisce- come fa abitualmente Salvini - qualcuno a fare la comparsa che gli tende le mani davanti alle telecamere è drammaticamente solo, a rischio pernacchia. D’Alema moraleggia in qualche quotidiano, dimenticando le sue belle parole sulla vendita di armi. Bersani gigioneggia in tv utilizzando concetti così anacronistici da rendere imbarazzante la sua persona, dando torto alla sua storia umana e politica. Non sanno più di cosa parlano e nemmeno a chi.

Se si perde il radicamento territoriale si perde il Popolo, cioè l’essenza della democrazia.

Pensiamo per un attimo alle case del popolo del PCI. Si discuteva, si ballava, si faceva politica di base. Se il PDS fosse rimasto tale ed avesse mantenuto quelle sezioni, si sarebbe potuto realizzare – in tutti questi anni - il contatto tra i migranti ed i locali, conoscendosi, amalgamandosi, scambiando. Si sarebbe evitata la paura del diverso che affligge le periferie e determina guerre tra poveri. Avremmo avuto maggiore controllo sociale e un costante presidio di legalità.

Non si è fatto. Il PDS ha mollato la presa, forse per distanziarsi dal socialismo come da una malattia dell’infanzia, e da quell’abbandono si è precipitati, grazie a Veltroni, dentro questo minestrone sbagliato che ha trasformato il compromesso storico - essenza di un dialogo tra parti distinte e distinguibili - in una mappazza mal mescolata.

Non c’è nulla da ricostruire, perché il nulla è l’essenza di quel partito. Cosa fare di deputati ed amministratori locali – anche bravi – non è problema mio e non me lo pongo minimamente. Certo dovranno capire bene come organizzarsi, cosa costituire. Ma da abitante della sinistra, penso che quel partito rappresenti ora alla prova dei fatti niente altro che un ingombro inutile sulle sperabili strade di una ricostruzione della sinistra.

In un contesto sempre più drammatico dove Putin imbavaglia ogni dissenso alla leva, l’Iran uccide a mitragliate i dimostranti, l’Africa si inabissa, Zelenskj, dimostrando cosa egli sia, fa votare una legge che impedisce ogni negoziato, dove la Corea sparacchia missili e gli americani fomentano tensione. In un pianeta a rischio climatico che vede il castello di carte della globalizzazione cadere miseramente a pezzi, si avverte potentemente la necessità di un polo socialista, di forte posizione, di chiaro intendimento, anti militarista ed inclusivo. Non lo abbiamo.

Questa è la cruda realtà. E la colpa va ripartita, anche se a pesi e misure diverse, tra la dirigenza di quella sinistra che diventava giorno per giorno sempre più esangue, astratta e maneggiona e tutti noi che ci siamo adeguati per paura, prima di Berlusconi e poi della Meloni. L’ho fatto anche io, non mi ergo a giudice. L’ho fatto perché era sensato. Che fosse poi inutile e sbagliato è, appunto, senno del poi.

Vie d’uscita non ne vedo e per andare dove dobbiamo andare preferirei affidarmi a Totò e Peppino piuttosto che a quella triste tavolata che ha mostrato il tiggì sotto il titolo: direzione nazionale del Pd. Che faranno gli altri che si collocano qui e là a sinistra, posto che gli altri siano poi diversi? Vedremo.

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