Un punto va posto

di Corrado Fois - liberacittadinanza.it - 11/04/2024
Dicono che il silenzio è di chi cede e s’accontenta. Io dico che nel silenzio si annidano rifiuto, disprezzo e ribellione- Khalil Gibran

Condivido qui un pezzo scritto altrove, nel quadro di un dibattito sul tema del crescente disagio sociale e della domanda siamo prossimi ad una fase insurrezionale? Se ne discute assai in Europa, almeno nei siti a cui partecipo. Lo posto perché dalle nostre parti siamo tutti un po' ipnotizzati dal teatrino della partitica rigurgitante di corrotti, infognato in elezioni gestite con i piedi in cui fa da sfondo e non da guida un governo che sembra uscito dall’ ora del dilettante. Guardando con insistenza a queste cose francamente secondarie le si percepisce come importanti cosi perdendo di vista il quadro drammatico di una situazione internazionale socio economica senza sbocchi, in uno scenario di guerra e di catastrofe annunciata con insistenza in ogni dove. E’ il classico e sfigato millenarismo da monaci medievali? Si, ma può fare tuttavia da campanella per un liberi tutti in grado di provocare conseguenze ulteriormente drammatiche. E non lo dico da menagramo, tenuto conto che io sono mediamente ottimista.

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Bisogna ascoltare con attenzione il silenzio del Popolo. Vedere rinunciataria la grande massa di infelici e scontenti che si muove in Europa vuol dire farsi ipnotizzare dall’epifenomeno. In questo silenzio si annida il tema del prossimo futuro. Bisogna guardarla, ora, la realtà nascosta perché essa si rivelerà di colpo, inattesa e crudele.

Marc Botenga ( qui il profilo https://left.eu/people/marc-botenga/ ) ha dato voce a questa attenzione. Ha detto con fermezza e nitore a quella strana persona che è Ursula Von der Layen dietro i suoi 30mila euro di emolumenti, signora, lei non vede i 100 milioni di Europei a rischio povertà. E’ una frase semplice, con un pizzico di retorica ed un velo di facile polemica, ma è la verità. Non li vede lei, non li vede Macron, non li vede la Scholz. Lo stesso scotoma affligge la socialdemocrazia europea che, nella scia dei Dem statunitensi, è ormai approdata alle sponde liberaldemocratiche, dunque a mio avviso orientata a tutelare gli interessi del capitalismo finanziario.

I futuri poveri: cento milioni. Dentro non c’è solo la classe operaia dei quartieri periferici di tutto il continente. Una classe rimossa e dimenticata dai socialdemocratici quanto corteggiata – con successo si direbbe - dalla destra. Dentro la massa in crisi ci sono laureati a spasso, ci sono giovani ricercatori precari e senza futuro. Spiccano personalità compiute, rilevanti intellettualmente. Vi è numero e vi è intellighenzia, vi è classe ed élìte. Massa e potenziale guida. Il costrutto preciso di una capacità rivoluzionaria.

Le condizioni del contenitore socio economico sono evidenti, la benzina c’è, la miccia è in arrivo. Avremo una molotov. Presto.

Geometrie variabili

Giorni fa ho parlato con un nazionalsocialista dichiarato. Coming out politico, diremmo. Ha più o meno la mia età. Ha vissuto gli anni ’70. Scriveva su la voce delle fogne ( qui la sintetica citazione https://it.wikipedia.org/wiki/La_voce_della_fogna#:~:text=La%20voce%20della%20fogna%20fu,particolare%20della%20cosiddetta%20Nuova%20Destra. ). E’ stato con Pino Rauti, un politico di estrema destra paragonabile a Zemmour, ma assai meno ridicolo. E’ stato in galera per associazione sovversiva. Oggi fa il medico anestesista, tornato volontariamente in servizio ai tempi del covid, rimasto nei ranghi per la cronica mancanza di personale della disastrata sanità pubblica italiana. Il caso ci ha portato allo stesso tavolo, conoscenti comuni. Un buon vino, il mare con il suo mite clima di questa prima estate anzitempo e ci si trova a conversare. Siamo mediterranei. Quando- dopo la sua pubblica dichiarazione politica -gli ho detto dove militavo nei miei vent’anni ha sorriso quasi compiaciuto. Io stavo dall’altra parte ci saremmo potuti sparare. Possibile, ho commentato, io non ero certo un chierichetto. Il punto di ingresso si è fatto, come da ragazzi in stile facciamo a chi sei tu e a chi sono io poi abbiamo scambiato idee. Eravamo e stiamo dall’altra parte di un muro ideologico che mai consentirà condivisioni, ma che lascia spazio al capire.

Perché cito un mio evento personale? Perché pertinente con il ragionamento che andiamo compiendo provando a condividere una materia ancora confusa, ma in sé evidente, come il profondo mutamento in corso nel campo dell’antagonismo sociale.

Le idee sociali che costui professa sono precise: i diritti della classe operaia, l’orrore delle morti sul lavoro, la vergogna di una classe politica imbelle e manipolatoria, la violenza imperialista di ogni guerra, la diseguaglianza e la crisi ambientale che colpirà con tutto il suo peso il terzo mondo sfinito dal neocolonialismo. Considera le migrazioni una conseguenza comprensibile che va accolta, considera i lager e le persecuzioni anti ebraiche una vergogna orribile ed un crimine che la sua parte politica ha compiuto per l’ottusa visione dei nazisti tedeschi. E’ pro Palestina in modo netto ed ha partecipato alle manifestazioni in modo attivo. I suoi riferimenti culturali sono vari da Julius Evola a Pasolini, da Pound a Majakowskj. ). Quando gli ho detto che erano idee un po' estranee in bocca ad un fascista mi ha risposto che i suoi riferimenti politici sono la socializzazione di Mussolini, e Giacinto Auriti con la teoria del signoraggio ( https://it.wikipedia.org/wiki/Giacinto_Auriti ) ed ha concluso gli estremi di un cerchio combaciano. Emblematico, anche se errato.

In tutta Europa il dissenso strisciante – a mio avviso pre insurrezionale - prende nuova forma. Si articola con geometrie variabili nei processi di interpretazione del conflitto di classe. Ho già detto che un muro mi separa da costui, mai valicabile, ma anche osservo che il suo modo di interpretare il conflitto verticale, tra società in sofferenza e potere finanziario, è astrattamente più simile al mio di quanto lo sia la visione liberaldemocratica del centrosinistra. Alle europee, pur non credendo al rito elettorale, voterà Michele Santoro. Dieci anni fa ha votato il movimento populista 5Stelle, a Roma ha dato il voto a Casa Pound organizzazione assai simile a Generation Identitarie. Un bel casino in testa come scelte, direbbe un sincero democratico. Vero. Ma è anche un quadro in cui guardare perché rispecchia l’imperscrutabilità che caratterizza gli attuali processi elettorali e la confusione dell’offerta politica. Evidente, in questo senso, la complessa traiettoria di Marco Rizzo, membro un tempo del Partito Comunista Italiano oggi fondatore di Democrazia Sovrana Popolare incline ad alleanze con l’estrema destra. Contraddizioni in seno al Popolo, si diceva un tempo. Possibile quanto improbabile.

Il movimento antagonista che sta formandosi ha in sé, per via di quelle geometrie variabili, la possibilità di contenere – almeno in una prima fase di scontro aperto – posizioni ideologiche assai differenti. Le persone che ne fanno/faranno parte hanno superato da tempo lo schema di continuità politica e si sono abituati a non avere riferimenti ovvi. Ad esempio costui considera Giorgia Meloni una pastettara berlusconiana e Fratelli d’Italia un consorzio di amichetti senza credibilità (sic). Non diversamente da me che considero il Partito Democratico un comitato d’affari infestato di democristiani.

Molti, usciti dagli schemi consolidati, vanno per tentativi e votano in modo sperimentale o si astengono producendo quel buco nero della democrazia che rende difficile capire dove virerà il vento. Guardiamo al caso emblematico della Scandinavia, ieri roccaforte socialdemocratica oggi della destra estrema. Nel nuovo secolo si è gradatamente formato un agglomerato elettorale – espressione di un fenomeno sociale -apparentemente disorganico. Esso si manifesta nella fluidità di voto o nell’astensione, ormai prossima al 50% in tutto il continente.

Ne consegue che nessun partito tra quelli più storici, un tempo definiti di massa ed oggi privi di radicamento ed incapaci di ascolto, sarà in grado di interpretare la fase propedeutica al conflitto sociale – potrebbe anche essere l’attuale - prima dell’esplosione. Credo siamo dinnanzi ad un movimento sociale composito che per la sua natura variabile ed imprevedibile sfugge ad ogni interpretazione ortodossa.

Il melting pot insurrezionale

Vi è una differenza, esposta con rigore nella liturgia storica, tra insurrezione e rivoluzione, quasi fossero momenti separabili e non consequenziali. La prima viene vista come reazione popolare ad una situazione estrema di disagio ed ingiustizia. Un moto anche spontaneo che sfocia nello scontro aperto senza avere specifici obiettivi che vadano oltre la rimozione del problema, vedi i moti di Parigi degli scorsi anni, o lo sfogo rabbioso per una situazione di manifesta sopraffazione, vedi le rivolte nei ghetti neri di Detroit o Chicago. La rivoluzione è invece descritta come un moto guidato da élites politiche che hanno come specifico obiettivo la sostituzione definitiva dei centri di potere, come furono le rivoluzioni americana francese e russa.

A mio avviso questa è una suddivisione da salotto buono. La differenza, se la si vuol cercare, sta solo nella durata dello scontro e nelle variabili che una situazione di conflitto aperto propone. Per arrivare ad una rivoluzione nella verticalità del potere bisogna passare per la fase insurrezionale ed essa, per la sua natura di massa, può estinguersi senza alcun preavviso. Dunque la rivoluzione è il prodotto eventuale di un’insurrezione. Ma lo è anche un colpo di stato autoritario, per converso.

In Europa abbiamo avuto varie fase insurrezionali, nel passato remoto citiamo gli anni 70 in quello prossimo la Francia, la Spagna, la Grecia dello scorso decennio. In Italia negli ultimi due decenni abbiamo avuto qualche circoscritto e flebile moto di piazza, francamente insignificante.

Le condizioni insurrezionali – rabbia per il presente, mancanza di speranza per il futuro -ci sono nette. Esse non si trovano solo nella crisi economica ormai cronicizzata, ma nella manifestazione plateale della diseguaglianza sociale. La veicolazione della ricchezza, ostentata sui social, è il peggiore nemico per ogni status quo. La percezione, oltre alla reale condizione, della propria povertà diventa, nella società dello spettacolo, ancor più insostenibile. Un’ostentazione di sé irritante per giovani che non hanno di che vivere né prospettive. Peggio ancora: non hanno identità, per dirla nella loro lingua non se li caca nessuno, si sentono privi di certificati di esistenza in vita. Giovani persi nel nulla della grande provincia europea, senza modelli interpretativi forti a causa di una miseranda formazione scolastica, fanno le cose più ridicole od orribili pur di avere una minima brevissima notorietà. Per sentirsi esistenti.

Così è da noi in Italia, come nelle banlieue parigine, nei ghetti tedeschi, nei barrios spagnoli. Una scintilla e quella benzina compressa scoppierà. Insurrezioni a ciclo breve forse, ma poi chissà, un’estensione a macchia d’olio sarà il pretesto per ristabilire l’ordine democratico con eserciti ormai del tutto professionali al servizio di governi in larga parte già di destra. Lo ritengo possibile assunto che stavolta non si potrà usare di nuovo una qualunque pandemia per chiudere la gente in casa e spegnere i fuochi. Già visto, non più credibile manco se una qualsiasi epidemia di catarro verrà sbandierata come la peste bubbonica.

Nello schema insurrezionale si esprimerà il melting pot di ideologie diverse di cui parlavo poco fa. Mescola pericolosa perché determina ambiguità progettuali che rendono la fase insurrezionale fine a sé stessa, dunque strumento di fatto per favorire la conversione del potere in chiave autoritaria. Questo mettersi insieme solo per lo scontro è una cazzata come quando si dice che all‘infinito le rette parallele si congiungono. Chi se ne frega? Nel contingente non devono avere punti di contatto. Eppure lo abbiamo visto nelle vie di Parigi dove sotto i gilet gialli stavano giovani proletari gauchisti e i fascisti del Front National.

Un punto va posto nel dibattito a cui partecipo. Non trovo innovativo che su principi astratti si possa discutere con chiunque, sono situazioni ovvie per un laico. Neppure mi interessa che si esprima giustificato disagio spaccando vetrine o incendiando automobili. E’ rabbia popolare, va dunque compresa e studiata. Di certo non accudita.

Il punto è che il probabile scontro prossimo venturo non sarà frutto del conflitto di classe, ma dell’insoddisfazione trasversale. Sarà una rabbia anche devastante ma non finalizzata a quella trasformazione radicale di cui la società, il mondo intero hanno uno straordinario bisogno.

Il punto è che molti si faranno male, offrendo pretesti per ogni tipo di restaurazione. Vedremo scontri di piazza o terrorismo senza cambiare nulla, o cambiando in peggio le attuali democrazie già di loro disfunzionali, ingiuste e corrotte.

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