L’accordicchio climatico

di Silvia Ribeiro - comune-info.net - 23/11/2022
Ancora una volta, di fronte all’incombere del collasso climatico, la Conferenza delle Nazioni Unite si conclude con un patto inadeguato e firmato in extremis solo per evitare le ripercussioni mediatiche di un clamoroso fallimento…

Si conclude oggi la conferenza sul clima COP27 alle Nazioni Unite. Nonostante la gravità dei fatti e le loro ben note cause, la risoluzione delle grandi questioni procede a passo di lumaca. Su alcune delle questioni cruciali, poi, sembra andare addirittura indietro, come accade per i finanziamenti necessari ad affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici e prevenirne l’ulteriore verificarsi.

C’è stato, è vero, un piccolo passo verso la messa in pratica di un meccanismo internazionale su “perdite e danni” del cambiamento climatico. La decisione sulla necessità di avere questo meccanismo era già stata presa, in questa COP27 è stata approvata invece la scelta di istituire un consiglio consultivo nella cosiddetta Rete di Santiago su perdite e danni, per fornire assistenza tecnica ai paesi del Sud del mondo. Ai pochi, ma potenti paesi e industrie che hanno la maggiore responsabilità storica nel causare il caos climatico non fa piacere che quella loro responsabilità sia chiara, ancor meno pensano di doversi far carico dei danni causati. Con grande difficoltà hanno dovuto accettare l’istituzione di questo nuovo organismo, ma non si è ancora raggiunto un accordo (nel primo pomeriggio di sabato 19 novembre su questo punto filtravano ancora voci contraddittorie, ndt) sui fondi per farlo funzionare, ancor meno su come far andare avanti un meccanismo di riparazione per chi è già più danneggiato. Nascono intanto, invece, proposte di mercato: ad esempio la creazione di un sistema assicurativo, vale a dire che i paesi debbano pagare un premio di garanzia per cercare di risarcire i loro danni futuri, non quelli che hanno già causato.

Un altro aspetto cruciale di questi negoziati è garantire i cambiamenti urgenti che questi paesi e industrie devono apportare per fermare l’aumento delle emissioni di gas serra (GHG). La COP27 ha visto scarsi risultati politici in questo senso, ma molti nuovi investimenti in industrie inquinanti e in “false soluzioni”, che non prevengono né riducono le emissioni, ma creano nuovi business per i principali colpevoli.

È stato ribadito, ancora una volta, da un lato che le questioni chiave da affrontare nel cambiamento climatico sono che le maggiori economie del pianeta – e le loro industrie, a cominciare da quelle alimentari, di costruzioni e trasporti – si basano sui profitti derivanti da sfruttamento e dipendenza dai combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e che faranno tutto il possibile per mantenere i loro privilegi, dall’altro lato, allo stesso tempo, si è ammesso che proprio questo ha creato un’abissale ingiustizia nelle emissioni di gas serra storiche e presenti.

I miliardari sono un danno climatico

In effetti, come ha riferito Oxfam: una persona miliardaria emette un milione di volte più gas serra rispetto alla persona media del 90% più povero (!) del pianeta. Il nuovo rapporto della nota confederazione di ong, intitolato The Carbon Billionaires, esamina gli investimenti dei 125 miliardari più ricchi del mondo, che si spartiscono 2,4 trilioni di dollari in 183 società. Le emissioni medie di gas serra derivanti da questi investimenti si traducono in 3 milioni di tonnellate di CO₂ a persona, mentre le emissioni medie del 90% più povero della popolazione sono appena di 2,76 tonnellate a persona.

“Le emissioni degli stili di vita dei miliardari, dei loro jet privati ​​e dei loro yacht sono migliaia di volte superiori a quelle della persona media, il che è già del tutto inaccettabile. Ma se guardiamo alle emissioni derivanti dai loro investimenti, allora le loro emissioni di carbonio sono più di un milione di volte superiori”, ha affermato Nafkote Dabi di Oxfam. È molto di più delle emissioni totali di un paese come la Francia o l’Egitto, paese anfitrione della COP27.

Oxfam affronta anche il tema dei finanziamenti per il cambiamento climatico. I Paesi industrializzati si sono impegnati a contribuire con 100 miliardi di dollari l’anno per le esigenze di adattamento e transizione dei Paesi del Sud. Nel 2020 il contributo annuo dichiarato è stato di 83 miliardi, di cui 68 sarebbero fondi pubblici. Tuttavia, Oxfam ha rivelato che ci sono molte trappole nei numeri: in realtà solo tra i 21 e i 24,5 miliardi è vera finanza per il clima, il resto è un finanziamento internazionale già esistente, rinominato. Peggio ancora, il 70 per cento dei fondi pubblici non sono contributi, ma prestiti di banche multilaterali e non, e di questi, un’alta percentuale non sono poi nemmeno prestiti agevolati, ma convenzionali, cosa che significa semplicemente aumentare, con profitto, il debito estero dei paesi che hanno bisogno di aiuto per adattarsi ai cambiamenti climatici.

Un’altra delle questioni controverse in questa COP, così come in quelle che la seguiranno, è la creazione di un nuovo meccanismo per i mercati del carbonio e quali tecnologie e progetti potrebbero essere presi in considerazione per questo scopo. All’inizio della COP27, l’organo di vigilanza incaricato di definire i criteri ha inviato una proposta per integrare suoli agricoli, praterie e varie tecnologie di geoingegneria marina e terrestre (tutte ad alto rischio) ai mercati del carbonio. La cosa ha spinto a mobilitarsi centinaia di organizzazioni della società civile, che hanno lanciato proteste internazionali chiedendo il rifiuto di questi criteri, nonché mobilitazioni alla stessa COP27. Le proteste hanno avuto effetto e le parti dell’Accordo di Parigi hanno rinviato la proposta all’organo di controllo affinché la esaminasse tenendo conto degli impatti ambientali, sociali e sui diritti umani delle loro proposte. La minaccia continua e continuerà fino a quando non verranno affrontate soluzioni reali al caos e all’ingiustizia climatici.

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