Da almeno trent’anni, dopo il referendum Segni del 1993, vi è stata in Italia una demonizzazione del sistema elettorale proporzionale imputato di tutte le possibili distorsioni nel funzionamento del sistema politico-istituzionale e si è optato per sistemi prevalentemente maggioritari o misti o corretti da un abnorme premio di maggioranza. Sistemi che non hanno prodotto i risultati promessi, come la riduzione della frammentazione politica e governi stabili e efficienti, ma piuttosto un bipolarismo conflittuale caratterizzato da coalizioni eterogenee, buone per vincere ma non per governare.
Ora con il Melonellum si vuole imporre un sistema che dovrebbe regalare alla prima minoranza un premio del 18% dei seggi con il 42% dei voti (corrispondenti a circa un quarto degli elettori), ma se le prime due coalizioni fossero al di sotto si ricorrerebbe al proporzionale. Non sono mancati volenterosi sostenitori che in tale ipotesi hanno proposto un ballottaggio per favorire la vittoria di una coalizione e hanno ricominciato a demonizzare il proporzionale. In prima fila Ceccanti nel Quotidiano Nazionale del 10 settembre è arrivato ad imputare al proporzionale “puro” tedesco la crescita delle ali estreme, verificatasi nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. Naturalmente viene steso un velo pietoso sulla responsabilità delle politiche economico-sociali e militariste portate avanti da popolari e socialdemocratici. Inoltre ci vuole un bel coraggio a definire “puro” un sistema che stabilisce la soglia di sbarramento del 5% dei voti, come sanno bene il partito liberale e quello rosso-bruno esclusi dal Parlamento alle ultime elezioni nazionali. Ma soprattutto basta una semplice considerazione a dimostrare l’inconsistenza dell’accusa rivolta al proporzionale: con un qualsiasi sistema maggioritario e ancora più con il premio (tanto più se assistito dal ballottaggio) l’AFD che ha mancato la maggioranza assoluta per un seggio avrebbe conquistato una quota molto più consistente di seggi.
La stessa cosa potrebbe avvenire in Francia a vantaggio del Rassemblement National, dopo la fortemente probabile vittoria della Le Pen alle elezioni presidenziali del prossimo anno, il che ha spinto negli ultimi anni numerosi esponenti politici e intellettuali a perorare l’adozione di un proporzionale corretto proprio con l’obiettivo di ostacolare l’accesso al potere dell’estrema destra. E anche nel Regno Unito non paiono più scontati il mantenimento del bipartitismo e la formazione di stabili governi di legislatura di fronte al progressivo indebolimento di conservatori e laburisti e alla crescita di altre forze politiche, e in particolare dell’UK Reform di Farage oggi accreditato come primo partito. Il problema dei maggioritaristi è che prescindono dallo sconvolgimento dei sistemi politici che in molti Stati democratici ha prodotto l’ascesa delle destre estreme e la crisi dei partiti tradizionali. Ciò rende obsoleti i presunti effetti positivi attribuiti in passato ai sistemi maggioritari, che appaiono sempre meno in grado di garantire il bipolarismo e anche il bipartitismo e non costituiscono un argine in grado di evitare l’accesso al potere di partiti estremisti.
Certo, il proporzionale non può produrre miracoli, anche se è significativo che sia adottato in venticinque Stati europei sui trentuno più significativi (i ventisette della UE più Regno Unito, Norvegia, Svizzera e Islanda), ma nel contesto attuale può determinare effetti più positivi: garantire la rappresentatività del Parlamento, favorire una maggiore partecipazione popolare, tutelare l’eguaglianza e la libertà del voto dei cittadini, rafforzare i soggetti intermedi tra istituzioni e società, sia istituzionali sia politici. In Italia permetterebbe di abbandonare meccanismi maggioritari e di dubbia democraticità che hanno incrementato l’astensionismo elettorale e immiserito il ruolo dei partiti, di ridurre la frammentazione grazie a una soglia di sbarramento effettiva (e non farlocca come quella che consente l’accesso di piccoli partiti al di sotto di essa facenti parte di coalizioni), di consentire la formazione di governi fondati su una maggioranza parlamentare che condivide un programma preciso e concreto e non generico e velleitario com’è stato quello delle coalizioni preelettorali nelle elezioni degli ultimi decenni.


