Svuotare la Costituzione, la destra fa come il fascismo con lo Statuto

di Francesco Pallante - Il Manifesto - 13/01/2026
Giustizia L’obiettivo di assoggettare la magistratura alla politica con la riforma delle carriere è stato apertamente affermato da Meloni e Nordio, eppure a dirlo si fa peccato

Negare l’evidenza – e indispettirsi se qualcuno la fa notare – è diventato il tratto distintivo della destra impegnata nello stravolgimento delle istituzioni costituzionali. Che si tratti di magistratura, di premierato o di regionalismo differenziato, il copione non cambia.

Ad acquisire crescente evidenza, proprio in questi giorni, è l’intervento costituzionale sulla magistratura. In questo caso la palma del negazionista della realtà va all’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali, che il 5 gennaio scorso ha accusato sui social il Comitato per il No promosso dai magistrati di aver affisso manifesti «truffaldini» e «vergognosi» perché incentrati sulla denuncia del rischio che, con la riforma, i giudici dipenderanno dalla politica, mentre, invece, l’articolo 104 della Costituzione continuerebbe a recitare che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Eppure, l’obiettivo di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura»).

È esattamente a questo che serve lo stravolgimento dell’attuale normativa costituzionale sul Consiglio superiore della magistratura – a trasformare la magistratura da potere di controllo a organo ausiliario del governo – per quanto attiene sia alla suddivisione in tre del Csm, sia al sorteggio dei soli componenti togati (mentre i componenti designati dalla politica continuerebbero a essere, di fatto, eletti). È evidente, infatti, che dividere in tre un potere lo indebolisce e che la componente eletta è destinata, data la sua compattezza, a dominare quella estratta a sorte.
In precedenza, era stata la volta del premierato, in particolare per quanto attiene al ruolo e ai poteri del presidente della Repubblica.

Campione della fuga dalla realtà, in questa vicenda, è stato il presidente del senato Ignazio La Russa, a dire del quale la riforma costituzionale promossa dalla destra lascerebbe «al capo dello Stato quei compiti che vollero dargli i padri costituenti» (18 dicembre 2023). L’argomentazione, in tal caso, ruota intorno alla circostanza che il presidente della Repubblica, oltre a mantenere i poteri di cui all’articolo 87 della Costituzione, continuerebbe a conferire l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio e a disporre lo scioglimento anticipato delle camere.
Peccato, però, che l’incarico andrebbe conferito al presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini e che lo scioglimento anticipato andrebbe disposto su richiesta di quest’ultimo: dunque, in entrambi i casi, senza che al Capo dello Stato sia data la possibilità di esercitare alcun ruolo decisionale proprio nelle due vicende che oggi costituiscono il “cuore” dei suoi poteri.

Tutto era però iniziato con il ministro Roberto Calderoli, promotore di una riforma istituzionale volta ad aumentare in misura mai vista l’autonomia delle regioni ordinarie, che, nel gennaio del 2023, giunse ad accusare di diffamazione, se non di calunnia, con annessa minaccia di querela, chi avesse continuato a denunciare i suoi propositi di spezzare l’Italia.

fatto che la riforma non si proponesse di eliminare il richiamo all’unità e all’indivisibilità della Repubblica contenuto nell’articolo 5 della Costituzione, doveva, di per sé, essere ritenuto sufficiente a scongiurare il rischio della dissoluzione del Paese: una tesi risibile, a fronte dello spropositato ampliamento dei poteri regionali, non a caso platealmente smentita dalla Corte costituzionale con una sentenza dell’anno successivo, «demolitoria» (secondo l’espressione usata dalla medesima Corte) del disegno governativo.

Di riforma in riforma, insomma, la tecnica propagandistica della destra rimane sempre la stessa: farsi scudo dietro a una norma-manifesto, nel contempo svuotandola di contenuto tramite interventi sostanziali distruttivi. Esattamente quello che aveva fatto il fascismo con lo Statuto albertino, che aveva lasciato formalmente inalterato mentre sostanzialmente provvedeva a svuotarlo dall’interno.

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