La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 26 miliardi di euro, mostrando una dimensione assai contenuta visto che ben oltre la metà di tale cifra serve a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
In realtà, nelle pieghe della manovra, il governo più longevo della Repubblica è impegnato in una capillare opera di cancellazione del principio della progressività fiscale, in primo luogo moltiplicando i regimi fiscali “particolari”. Il principio fondamentale per cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, attraverso un sistema informato a criteri di progressività, viene infatti svuotato dall’introduzione sregolata di regimi sostitutivi dell’Irpef. L’idea in base alla quale chi dispone di maggiori risorse debba farsi carico di un prelievo proporzionalmente più elevato – al fine di garantire l’equità redistributiva e sostenere i servizi pubblici essenziali – cede il passo a un modello di tassazione regressiva dove la natura del reddito e la categoria di appartenenza contano più della ricchezza effettiva.
Le misure fiscali contenute nella legge di Bilancio – che spaziano dalla “mini Irpef” o detassazione agevolata per i lavoratori under 30 alla cedolare secca sui locali commerciali di categoria C/1 con aliquote ridotte al 21%, sino all’ennesimo innalzamento della soglia del regime forfettario per gli autonomi da 85 mila a 100 mila euro – rappresentano un ulteriore strappo in questa direzione, certo non compensato dalla riduzione dall’aliquota al 33% per i redditi fino a 55 mila euro, peraltro paradossalmente priva di un tetto massimo. Un simile pacchetto di misure avrebbe un impatto stimato in circa 3,5 miliardi di euro all’anno a vantaggio di appena 1,8 milioni di contribuenti. Il paradosso insito in tali riforme è che concedono a una ristretta minoranza la possibilità di scegliersi il proprio regime fiscale e beneficiare di imposte ad aliquota fissa, pur in presenza di capacità economiche di tutto rilievo. Un professionista o un lavoratore autonomo con un fatturato di 100 mila euro può versare un’imposta sostitutiva del 15% (o addirittura del 5% per le nuove attività), così come il proprietario di preziosi fondi commerciali collocati nel centro di Milano può godere di una cedolare al 21% sui canoni incassati.
Allo stesso tempo, le agevolazioni fondate sull’età anagrafica come la mini Irpef per i giovani, pur nate con l’intento di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, introducono trattamenti fiscali differenziati slegati dalla capacità economica reale. A pagare il conto di tale svuotamento progressivo è la vasta platea di circa 30 milioni di contribuenti composta da lavoratori dipendenti e pensionati, non beneficiati dalle misure in questione. Questa maggioranza non può accedere a regimi opzionali o cedolari e versa l’imposta direttamente alla fonte tramite gli scaglioni ordinari Irpef, oltre ad essere interessata dall’impatto delle addizionali regionali e comunali. I dati ministeriali confermano da tempo come oltre l’85% dell’intero gettito Irpef provenga proprio da stipendi e pensioni. Si consuma così una profonda ferita all’equità orizzontale: due cittadini con identico reddito complessivo soffrono un prelievo fiscale radicalmente diverso a seconda che la loro fonte di entrate derivi da un contratto di lavoro subordinato oppure da un’attività autonoma o da un’entrata patrimoniale.
L’erosione della base imponibile sottratta alla tassazione progressiva si traduce in una contrazione strutturale del gettito fiscale globale, mettendo a rischio la tenuta del welfare state o impedendo tagli generalizzati alle imposte per il ceto medio-basso.
Nonostante la gravità di questa spaccatura, resta aperto l’interrogativo sul perché questa enorme massa di 30 milioni di contribuenti incontri enormi difficoltà a trovare un’efficace rappresentanza politica. La risposta risiede in parte nella meccanica del sostituto d’imposta, che rendendo la trattenuta automatica e invisibile attutisce la volontà di politicizzare la “rivolta” fiscale rispetto a chi deve versare autonomamente i propri F24; dall’altra vi è la logica politica del «beneficio concentrato e costo diffuso», dove gruppi d’interesse ristretti si mobilitano in modo compatto a difesa dei propri privilegi cedolari, mentre il costo complessivo di tali sconti viene redistribuito sfumando sulla collettività intera.
Senza un ritorno deciso alla centralità dell’Irpef progressiva, con una base imponibile estesa, la funzione redistributiva della Carta costituzionale rischia di trasformarsi in una norma formale priva di sostanza. Ma, del resto, questa destra mostra davvero poca cura per la nostra Costituzione.


