RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE PER ESSERE SOSTENIBILI

di Francesca Battistoni, Angelo Salento - ilmanifesto.it - 13/06/2026
Global Justice Report Un gruppo di economisti guidati da Thomas Piketty ha riportato al centro una domanda più radicale: come si può evitare il collasso climatico e insieme ridurre disuguaglianze incompatibili con la democrazia?

Mentre la politica europea continua a discutere di competitività, produttività e vincoli di bilancio, un gruppo di economisti guidati da Thomas Piketty ha riportato al centro una domanda più radicale: come si può evitare il collasso climatico e insieme ridurre disuguaglianze incompatibili con la democrazia?

Il loro Global Justice Report propone una risposta netta: tassare le grandi ricchezze, redistribuire il reddito, ridurre l’orario di lavoro e costruire un fondo globale per la transizione ecologica, la sanità e l’educazione. La tesi è semplice e radicale: la compressione delle disuguaglianze è una condizione necessaria della sostenibilità. Non esiste transizione verde che possa essere imposta a società polarizzate, né giustizia sociale durevole su un pianeta devastato.

Prevedibilmente, gli apologeti vedranno nel Report la soluzione finalmente trovata; i critici liberali ne denunceranno l’irrealismo. Il lavoro di Piketty e dei suoi colleghi va preso invece sul serio, anche per domandarsi quali questioni lasci aperte.

Il merito del Report non consiste soltanto nell’indicare dove reperire risorse – attraverso un’imposta globale e progressiva sui patrimoni, e una riforma radicale delle istituzioni finanziarie internazionali – ma anche nel fissare priorità essenziali: istruzione, salute, riduzione delle disuguaglianze. È proprio qui che emerge un campo di questioni ulteriori. Aumentare la spesa per un settore non equivale a definirne la forma istituzionale, le modalità operative. Una scuola, un ospedale, una rete ferroviaria non sono semplici capitoli di bilancio: sono dispositivi organizzativi e tecnici che incorporano un’idea di valore, di benessere, di futuro.

La domanda decisiva, dunque, non è soltanto quante risorse destinare a quali sistemi, ma come organizzare quei sistemi in una società che deve ridurre drasticamente il proprio impatto ecologico; come distribuire servizi in territori segnati da profonde disuguaglianze; come rispondere all’invecchiamento della popolazione e alla fragilità sociale crescente.

Per oltre un secolo le società europee hanno cercato di rispondere ai bisogni costruendo reti ferroviarie, sistemi sanitari, scuole pubbliche. Non si trattò soltanto di investimenti, ma della definizione di priorità collettive e capacità amministrative destinate a durare. Venne così costruito un contratto socio-spazio-temporale: un accordo implicito sul fatto che alcuni beni dovessero essere accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza.

Quel contratto è stato progressivamente eroso. La finanziarizzazione, la corporatizzazione dei servizi pubblici e il New public management hanno trasformato molte infrastrutture fondamentali in centri di costo da comprimere o in occasioni di estrazione di valore. Il risultato è visibile nelle disuguaglianze territoriali, nella perdita di capacità amministrativa, nella fragilità dei sistemi dai quali dipende il benessere collettivo.

Dalle infrastrutture di trasporto alla sanità, molti servizi essenziali sono stati progressivamente riorganizzati secondo logiche finanziarie che hanno privilegiato l’estrazione di rendita rispetto alla manutenzione, alla qualità e all’accessibilità. La governance di questi sistemi produce, simultaneamente, rendite per gli investitori, remunerazioni esorbitanti per i manager, compressione del lavoro e aumento dei costi per cittadini e utenti.

La sfida che abbiamo di fronte è più ambiziosa di quella affrontata dalle generazioni che costruirono il welfare novecentesco. Dobbiamo immaginare un contratto socio-spazio-temporale su scala transnazionale, capace di rispondere ai bisogni fondamentali degli esseri umani – e delle altre specie con cui condividiamo il pianeta – sotto pressioni ecologiche senza precedenti. Questo richiede risorse finanziarie, ma anche capacità organizzative e forme inedite di coordinamento.

Il lavoro di Piketty è fondamentale: mostra che è possibile reperire risorse e redistribuire potere economico. La questione che resta aperta è come trasformare quelle risorse in sistemi di cura, infrastrutture, servizi essenziali e capacità amministrative adeguati alle sfide del nostro tempo. La redistribuzione è una condizione necessaria. Il compito politico è la costruzione di questi sistemi: progettarli, realizzarli, governarli e mantenerli nel tempo. Significa decidere collettivamente quali bisogni consideriamo fondamentali, come soddisfarli e con quali garanzie di accesso, qualità e continuità.

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