La riscrittura del titolo IV della Costituzione con la legge costituzionale Nordio-Meloni, appare un’operazione di ingegneria istituzionale astrusa e priva di senso se – come sostengono i cantori del sì – l’effetto finale non va a incidere sull’autonomia e indipendenza del potere giudiziario. Che senso avrebbe, infatti, modificare un capitolo della Costituzione che istituisce le garanzie di indipendenza della giurisdizione, se l’effetto finale rimanesse identico? Indubbiamente non è stato modificato l’art. 104 laddove recita che “la magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”. Quello che cambia è il percorso attuativo di questo principio, che non può essere messo in discussione perché attiene all’essenza stessa dello Stato di diritto.
Questo percorso è stato radicalmente modificato con una serie di meccanismi di ingegneria costituzionale: spezzare in tre il Csm, indebolire la componente togata mediante il sorteggio, escludere il ricorso per Cassazione contro le sentenze disciplinari. L’effetto combinato di tutte queste alchimie costituzionali non può che essere quello di svuotare di contenuto la garanzia dell’indipendenza. A questo punto bisogna chiedersi qual è il modello di giustizia a cui aspirano i riformatori meloniani. Meloni, Nordio e Mantovano sono stati molto chiari su ciò che si aspettano dalla riforma. Ce lo spiega, con la consueta acutezza, il ministro della Giustizia Nordio nel suo libro Una nuova giustizia dove indica l’obiettivo della sua riforma costituzionale: ridurre “l’invadenza” della magistratura e garantire “libertà di azione” alla politica, per rendere l’Italia una Repubblica non più “condizionata dal Terzo Potere”. Si tratta di una concezione premoderna, tornata d’attualità, che fu formulata quattro secoli fa dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale “i giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono”. In altre parole, l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere subordinato all’esercizio del potere politico sovrano. Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello a cui mira la riforma. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano ma all’occorrenza si trasformano in cagnolini quando si trovano di fronte agli abusi del Sovrano o della sua Corte.
Le misure dell’ennesimo pacchetto Sicurezza che il governo Meloni si appresta a varare, lasciano intendere la volontà del Sovrano di scagliare i leoni contro le proteste di strada, la microcriminalità degli emarginati, il soccorso in mare dei migranti, mentre le misure preannunciate da Nordio in tema di uso del trojan nelle intercettazioni e in materia di prescrizione, lasciano intendere la volontà di mettere il guinzaglio ai leoni a tutela della classe dei colletti bianchi. Naturalmente per ottenere questo risultato occorre prima garantirsi che i leoni tornino sotto il trono come avveniva durante il fascismo, di qui l’urgenza della riforma. Questa concezione della giustizia è praticata in molti paesi, però, data la vicinanza politica della Meloni al presidente degli Stati Uniti è alla giustizia modello Trump che dobbiamo guardare per capire come funzionerebbe la giustizia in Italia.
Pochi hanno rimarcato che Maduro è stato prelevato da agenti del Fbi sulla base di un ordine di cattura emesso dal Dipartimento di Giustizia ed è attualmente sottoposto a giudizio innanzi alla Corte distrettuale del Southern District di New York in quanto il Dipartimento di Stato ha dichiarato che Maduro non gode dell’immunità prevista dal diritto internazionale per i Capi di Stato. A differenza che in Italia, le Corti federali americane tendono a uniformarsi sempre alle decisioni o agli indirizzi del governo. Trump si è servito della condiscendenza della magistratura americana per rivestire di una patina di legalità l’atto di brutalità compiuto mediante il sequestro di un capo di Stato straniero. In questo caso il governo e la magistratura hanno remato nella stessa direzione, come auspica la Meloni.
Quando la condiscendenza non è sufficiente, Trump agisce direttamente sulla magistratura per proteggere le violenze dei suoi pretoriani dai rigori della legge. Non è un caso se negli Stati Uniti almeno sei procuratori federali dell’ufficio del Minnesota si sono dimessi perché impediti dal Dipartimento di Giustizia di indagare sull’agente dell’Ice, Jonathan Ross, che ha sparato e ucciso la poetessa Renee Good. In Italia finora nessuno può impedire che i magistrati indaghino sulle violenze commesse da forze di polizia. Al referendum siamo chiamati a scegliere quale modello di giustizia vogliamo: una giustizia indipendente dalla politica, come prefigurata dalla nostra Costituzione, o preferiamo una giustizia accucciata sotto il trono secondo il modello americano?



