L’autonomia differenziata è come un fiume carsico: procede sotterranea, seguendo un percorso tortuoso e con velocità irregolare, per poi riemergere del tutto inaspettatamente quando è oramai impossibile contenerne il corso.
Come abbiamo già sottolineato su queste colonne, la riforma affronta in questi giorni un nuovo e cruciale passaggio. Le Commissioni parlamentari stanno esaminando le intese preliminari (sottoscritte dal governo con Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto) e ne completeranno lo scrutinio entro la fine del mese di luglio. Dopo la pausa estiva saranno negoziati piccoli aggiustamenti, per tenere conto di eventuali atti di indirizzo parlamentari. Con l’inizio del nuovo anno sarà quindi pronto il disegno di legge con cui le camere potrebbero dare il via libero definitivo alla riforma introducendo – in un assetto istituzionale già di per sé bizantino – la nuova figura della Regione ad autonomia differenziata, una sorta di ibrido fra le Regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario.
Nella prima fase del suo percorso è stata l’autonomia a doversi adattare alle scadenze elettorali. I primi tentativi di intesa – all’epoca con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – furono siglati dal presidente Gentiloni nel marzo 2018, a ridosso delle elezioni regionali lombarde (per dovere di cronaca ricordiamo anche che il governo era dimissionario e avrebbe dovuto limitarsi alla gestione degli affari correnti). Un ulteriore avanzamento fu realizzato a pochi giorni dalle successive elezioni regionali sempre in Lombardia nel febbraio del 2023, con la presentazione da parte del ministro Calderoli del disegno di legge quadro per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Il disegno di legge fu poi approvato dal parlamento nel giugno del 2024, in concomitanza con le elezioni europee.
Il ministro Giorgetti ha recentemente escluso la possibilità di voto anticipato nell’aprile 2027 perché tale scadenza sarebbe incompatibile con l’iter parlamentare di approvazione definitiva delle intese, segnando in questo modo un ribaltamento nei rapporti di forza: è il calendario elettorale a doversi ora piegare alle esigenze dell’autonomia, dimostrando quanto sia radicato e trasversale l’obiettivo di portare a casa la riforma.
L’autonomia è infatti divenuta l’ago della bilancia della coalizione, essendo la contropartita del consenso della Lega alla nuova legge elettorale (che si presenta come una versione ridimensionata del premierato). La maggioranza ha quindi messo la sordina al dibattito sulle conseguenze della riforma, confinandolo alla dimensione tecnica degli addetti ai lavori. Dal canto suo l’opposizione regge la candela, evitando di menzionare il dissenso rispetto all’autonomia differenziata come uno dei temi intorno ai quali si andrebbe a costruire la visione comune del campo largo.
In questo modo ad essere messi fuori gioco sono i cittadini. Senza rendersene conto si ritroveranno presto con una macroregione del Nord che detta le proprie regole in settori cruciali come la protezione civile e la sanità, ma ne fa pagare il conto all’Italia intera (sulla quale continua a gravare il rispetto delle regole di bilancio europee).
Il risultato è un paradosso politico: un Paese a sovranità auto-limitata, sotto la guida di un governo che del sovranismo ha fatto la propria bandiera. E quando la parola tornerà alle urne sarà troppo tardi.


