Alla vigilia delle elezioni regionali del 23-24 novembre, il governo ha rimesso in moto l’autonomia regionale differenziata, aggirando le due sentenze della Corte Costituzionale sulla legge Calderoli e i vincoli che queste hanno introdotto. Per questo ha firmato pre-intese con quattro regioni – Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria – lasciando di stucco i presidenti di altre regioni, come Occhiuto della Calabria, che avevano chiesto prudenza e voce in capitolo. In sostanza, Calderoli procede verso l’autonomia differenziata con quattro regioni del Nord e scrive nelle pre-intese che l’avvio formale sarà entro il 31/12/2025.
Ora a Occhiuto sarà chiaro che, oltre alle prestazioni sanitarie che la sua regione paga già ogni anno per l’assistenza ai calabresi al Nord (ben 308 milioni nel ‘24), i presidenti leghisti di Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria stanno dando l’assalto alla diligenza del bilancio sanitario nazionale per ottenere più potere e più quattrini. A spese, è ovvio, del Mezzogiorno.
Il Sistema Sanitario Nazionale verrebbe così indebolito e i sistemi regionali sarebbero sempre più divaricati tra loro, dimenticando la lezione del Covid che suggeriva di costruire un più forte sistema sanitario pubblico nazionale, a partire dall’assistenza territoriale, che è più o meno nelle stesse condizioni di quando non riuscì a frenare un afflusso ingestibile di malati negli ospedali. Le case della salute, quando ci sono, non hanno personale sanitario per funzionare decentemente.
Questo regionalismo miope ed egoista spingerà, se entrerà in funzione, alla privatizzazione della sanità e all’affondamento del pilastro sanitario nazionale, secondo il quale ciascuno deve ricevere cure secondo le sue esigenze, in qualunque parte d’Italia, e ciascuno deve contribuire secondo la sua capacità.
Zaia ha calcolato che dopo l’accordo formale saranno disponibili 300 milioni, Fontana ha detto 600, e a loro avviso aumenteranno; del resto, Calderoli lo ha confermato. In una finanza pubblica come quella italiana e in una situazione economica di stagnazione (che non è diventata recessione solo per i fondi del PNRR), se qualche regione prende di più, altre riceveranno di meno e la solidarietà verrà cancellata. Eppure, questa è anche una previsione della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale, visto che non sono previste risorse aggiuntive.
Passate le elezioni, le amministrazioni regionali devono chiedere subito alla Corte Costituzionale se siano legittime queste pre-intese, che puntano ad approfondire la divaricazione tra le regioni in contrasto con le sue stesse sentenze. Queste avevano vietato di parlare di intere materie trasferite e stabilito che anche le singole funzioni possono essere trasferite solo con motivazioni e condizioni precise (la Corte parla di istruttorie ad hoc), condizioni che queste pre-intese ignorano, essendo sostanzialmente fotocopie l’una dell’altra, il contrario delle specifiche ragioni regionali. Meglio fermare il percorso prima che prenda consistenza.
Calderoli ha firmato le pre-intese su preciso mandato di Giorgia Meloni. Dalle pre-intese emerge un attacco ai contratti nazionali di lavoro nella sanità, con la possibilità di introdurre differenziali retributivi per il personale solo in alcune regioni, a svantaggio delle altre, provocando un esodo di personale dal Mezzogiorno; Occhiuto predisponga una nuova richiesta di medici cubani. Possibile che la Cisl resti in silenzio di fronte a questo scempio?
Nuova è la forza con cui Giorgia Meloni ha rilanciato il “premierato” nel comizio di Padova. Sarebbe un errore sottovalutarne occasione e contenuti. È in difficoltà l’approvazione della legge elettorale che Giorgia Meloni riteneva potesse iniziare a costruire un premierato di fatto in attesa della riforma costituzionale. Le difficoltà sono essenzialmente due: la prima è che il nome del Presidente del Consiglio sulla scheda elettorale è in aperto contrasto con i poteri del Presidente della Repubblica, che ha facoltà di scelta sul Premier, quindi è incostituzionale; la seconda è che nella maggioranza, Salvini e Tajani (Lupi può accontentarsi di molto meno) dovrebbero rinunciare a indicare le loro candidature di bandiera, perdendo voti e ruolo a favore di Fratelli d’Italia.
Questi ostacoli hanno spinto Giorgia Meloni a rilanciare il premierato con tutta la sua carica eversiva nei confronti della Costituzione, nella convinzione che la legge Nordio – che attacca l’indipendenza della magistratura – possa essere approvata dal referendum popolare. Tocca a noi smentire questa previsione, perché dopo l’approvazione della legge Nordio il cammino potrebbe essere spianato per altri colpi di mano del governo, come premierato e autonomia differenziata, in barba alla Corte Costituzionale.
La legge Nordio contro i magistrati è l’ariete che punta a sfondare le difese e i difensori della Costituzione. Sottovalutarne la portata e il pericolo sarebbe un grave errore politico.
Finora la destra è partita in anticipo per la campagna referendaria, puntando a organizzare un vero e proprio plebiscito per il Sì alla Nordio; l’opposizione è in ritardo. Bisogna assolutamente recuperare, perché spiegare cosa è in gioco nel referendum richiede tempo e molto lavoro. Giorgia Meloni si è convinta che da quel varco possa passare anche il premierato e, se per riuscirci deve “mollare” alla Lega l’autonomia differenziata, pazienza. L’opposizione politica e la società civile che difendono la Costituzione devono reagire all’altezza della sfida, a fianco dell’ANM.
Le pre-intese sono testi che impegnano i vertici politici, ma l’obiettivo è farli diventare realtà. E pazienza se la Corte ha fatto sentenze contrarie: sarebbe un altro capitolo del contrasto verso una magistratura “impicciona” e invasiva, perfino un argomento elettorale da usare in modo spregiudicato.
L’intervento dei magistrati su atti e decisioni che questo governo pensa di avere il diritto di adottare (dimenticando di avere avuto in regalo il 15% dei seggi parlamentari in più rispetto al 44% di voti ottenuti) è il nemico da battere e ridimensionare a ogni costo. Perfino a costo di rotture, perché l’intervento di controllo della magistratura è considerato un’invasione di campo (Giorgia Meloni lo ha detto chiaro). Trump ha fatto scuola e i profili eversivi si moltiplicano negli Usa come in Italia.
Basta ricordare l’attacco del governo allo sciopero generale della Cgil del 12 dicembre, deridendolo anziché cercare di capirne le ragioni. La verità è che, per fortuna, la Cgil sta cercando di rappresentare le sofferenze e le angosce del mondo del lavoro, di guidare la critica e la protesta. Cosa dovrebbe fare un sindacato? Abbandonare a sé stessi i siderurgici dell’Ilva, con il risultato di indebolire drasticamente il sistema produttivo e occupazionale italiano? Per questo bisogna sostenere fortemente lo sciopero e le manifestazioni del 12 dicembre, ma questa battaglia non è separata dalla sfida referendaria sulla legge Nordio che attacca l’indipendenza della magistratura.
Sono tutti aspetti legati tra loro dal filo rosso (o nero?) di una destra che concepisce il ruolo di governo come un atteggiamento di rottura verso la Costituzione e le istituzioni della Repubblica. Infatti, non riconosce pienamente neppure la Costituzione, perché antifascista e democratica, mentre questa destra ha in mente una “capocrazia” che assomiglia molto alle autocrazie.
Sul piano economico, questo governo sequestra il drenaggio fiscale di lavoratori e pensionati e lo redistribuisce a chi lo appoggia sotto forma di mancette e bonus che prima criticava. In sostanza, procede su una linea neo-corporativa, del tipo “a te sì, a te no”. Ma questa politica economica, che pure cerca di mantenere il controllo del bilancio pubblico, ha la contropartita che non si fa nulla per il futuro: non si mettono risorse sull’innovazione e sulla formazione, si vivacchia, male, e solo i soldi del PNRR consentono di evitare per ora la recessione. Ma continuando a erodere il grosso dei redditi da lavoro e da pensione, l’Italia è condannata sempre più alla povertà, alla frattura sociale, al declino. Non basta più contrastare le singole iniziative delle destre e del governo, occorre fare risaltare una piattaforma alternativa che dimostri che un’altra politica economica è possibile per ottenere risultati importanti.
Infine, allarma anche l’attacco al Presidente della Repubblica. Se il capogruppo di FdI mette il Quirinale nel mirino, è evidente che Giorgia Meloni pensa di procedere comunque nelle sue scelte, anche se eversive dal punto di vista costituzionale, malgrado le osservazioni e i dubbi che il Presidente della Repubblica potrebbe opporre in quanto garante della Costituzione vigente e della preoccupazione democratica sempre più diffusa.
Non illudiamoci, l’attacco alla Presidenza della Repubblica è un atto di bullismo politico in vista di un attacco ad ampio raggio alle istituzioni democratiche disegnate dalla Costituzione, repubblicana e antifascista.
La vittoria del No nel referendum costituzionale bloccherebbe l’attacco all’indipendenza della magistratura e questo sarebbe già importante in sé, ma scoraggerebbe anche un disegno più ampio, economico, sociale e istituzionale, che punta a colpire istituzioni e organizzazioni sociali e finirebbe per spaccare l’Italia.
Per questo deve finire il ritardo nella costruzione del Comitato unitario delle associazioni e delle personalità per il No, che avrà bisogno di tempo per parlare con le persone, per spiegare, per mobilitare, per arrivare appunto alla vittoria del No nel prossimo referendum costituzionale. Non va mai dimenticato che questo referendum non ha quorum: è valido con qualsiasi numero di votanti. Quindi, chi vota partecipa e decide.
Inoltre, il quesito sulla scheda è scritto in oscuro burocratese per responsabilità di Nordio e dei suoi collaboratori. Quindi, per il voto occorre avere fiducia in una interpretazione che spiega il NO in modo convincente. Anche per questo non possiamo perdere tempo.


