“La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco”, ha ripetuto 3 volte in un tweet la senatrice democratica dell’Illinois Tammy Duckworth. “Sette americani sono morti”. Oggi il numero è più alto. Almeno 13 militari americani hanno già perso la vita nell’escalation della guerra con l’Iran, con molti altri feriti e il conflitto ancora in espansione. La Duckworth sa qualcosa in maniera diretta degli effetti della guerra. Nel 2004 un proiettile a propulsione (RPG) ha colpito l’elicottero che lei pilotava durante il suo servizio in Iraq. La cabina di pilotaggio fu colpita provocando gravi ferite che le fecero perdere entrambe le gambe, causandole anche gravi danni al braccio destro. Quando è stata diffusa la notizia del montaggio rilasciato dalla Casa Bianca che utilizzava scene tratte da Top Gun, Braveheart e Breaking Bad, mescolate con bombardamenti americani in Iran, la Duckworth era ovviamente e giustamente arrabbiata.
Le parole dure e dirette di Duckworth contrastano nettamente con il tono proveniente dalla Casa Bianca. Mentre soldati americani muoiono e civili in tutto il Medio Oriente vengono sepolti, l’amministrazione Trump invia messaggi suggerendo che la guerra è un montaggio cinematografico senza conseguenze in cui gli americani ne escono vincenti. La guerra è però reale. Si pensi al bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città iraniana di Minab. Indagini giornalistiche hanno trovato forti prove che un missile Tomahawk statunitense ha colpito nei pressi dell’edificio durante attacchi contro una base navale vicina. L’attacco ha ucciso circa 170 persone, in gran parte bambine, rendendolo uno degli episodi civili più mortali del conflitto. Le immagini sono devastanti: aule crollate, bambini sepolti sotto il cemento, genitori che cercano tra le macerie gli zaini e le scarpe delle figlie.
Rispondendo alle domande dei giornalisti Trump ha respinto ogni responsabilità, affermando che “sono stati gli iraniani”. Nel frattempo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che il Pentagono sta ancora indagando. Questo divario tra negazione e indagine mostra una realtà inquietante. La guerra produce fatti sul terreno più velocemente di quanto i leader possano spiegarli — o accettarli. I civili muoiono, le responsabilità si confondono e la verità diventa un altro campo di battaglia.
E la tragedia di Minab è solo una parte di un bilancio umano molto più ampio. In Iran parecchie migliaia di persone sono state uccise nei bombardamenti, con vittime distribuite in diverse città colpite da attacchi contro basi militari e infrastrutture. I vertici del regime iraniano sono anche stati uccisi e persino l’attuale leader Mojtaba Khamenei è stato ferito. In Israele, i missili iraniani hanno provocato almeno una ventina di morti e centinaia di feriti tra i civili, colpendo città e obiettivi strategici. In Libano il bilancio è ancora più pesante, con oltre mille morti nel contesto delle operazioni israeliane contro Hezbollah e dell’allargamento del conflitto regionale.
La guerra è reale. Eppure Trump continua a descrivere il conflitto in termini di vittoria: vincere rapidamente, vincere decisamente, vincere in modo schiacciante. La sua retorica riduce spesso una complessa realtà geopolitica a una narrazione semplice di vittoria e sconfitta, eroi e nemici, dominio e trionfo. I nemici vengono demonizzati, i risultati semplificati, le conseguenze minimizzate.
Questo linguaggio trasforma la guerra in qualcosa che assomiglia a un videogioco: premere un pulsante, lanciare un attacco, eliminare il nemico, dichiarare vittoria. La guerra non finisce quando un leader dice “abbiamo già vinto” e non si ferma quando cambia la comunicazione politica. La guerra non si riavvolge quando muoiono civili o gli alleati esitano. La guerra è caotica, imprevedibile e difficilmente controllabile.
La crisi dello Stretto di Hormuz lo dimostra chiaramente. Dopo aver minacciato un’azione militare decisiva e aver parlato di vittoria, l’amministrazione ora parla di negoziati e possibili colloqui, riconoscendo implicitamente che il conflitto non può essere acceso e spento come una console. Trump però continua a mandare messaggi contraddittori, a volte asserendo che gli iraniani vogliono negoziare e allo stesso tempo di avere già la vittoria in tasca, esigendo una resa incondizionata.
La storia dimostra che le guerre iniziano con sicurezza e finiscono con conseguenze imprevedibili. I leader promettono vittorie rapide, stabilità ma spesso trovano conflitti lunghi caratterizzati dal caos. Promettono sicurezza e producono più violenza. Le parole di Duckworth tagliano il rumore perché ricordano una verità fondamentale: la guerra si misura in bare, non in titoli. Ogni soldato americano ucciso, ogni bambina iraniana sepolta, ogni civile israeliano ferito, ogni famiglia libanese sfollata è la prova che la guerra non è intrattenimento, non è propaganda e certamente non è un videogioco. È realtà — dura, irreversibile e spietata. E la realtà non si cura di montaggi cinematografici o slogan trionfalistici. Conta solo i morti.
Secondo informazioni del Wall Street Journal, Trump si sarebbe stancato della guerra e starebbe cercando una rampa per ripetere che avrebbe vinto e quindi tutto è tornato normale. Ciò spiegherebbe le frequenti dichiarazioni di Trump che gli iraniani sono ansiosi per negoziare, essendo, secondo lui, stremati e desiderosi di finire gli attacchi. In realtà il problema risiede nell’inaffidabilità di Trump. Da non dimenticare che fu proprio il 47esimo residente che durante il suo primo mandato stracciò l’accordo siglato da Barack Obama e l’Iran. Chi garantisce agli iraniani che anche se un nuovo accordo venga firmato sarà rispettato? Che garanzie chiederebbero gli iraniani considerando l'inaffidabilità di Trump?
Domenico Maceri

