Ecco perché, se non cambia davvero postura e politica, il campo largo sarà sconfitto

di Massimiliano Civino - strisciarossa.it - 02/04/2026
La debolezza del campo largo nasce dall’idea che sia possibile rinviare il chiarimento strategico e costruire un’unità a partire dalla sola opposizione alla destra.

La politica, quando smette di avere una lingua, continua a parlare, ma parla come parlano le rovine: emette suoni, non produce più mondo. È questa, oggi, la condizione della sinistra italiana. Non la mancanza di leader, non soltanto la debolezza organizzativa, non solo la perdita di consenso. Il punto è più profondo, e perciò più grave: la sinistra non possiede più una sintassi comune del conflitto. Le sue parole maggiori, lavoro, giustizia, pace, uguaglianza, diritti, popolo, Europa, Stato, circolano ancora nello spazio pubblico, ma non compongono più una frase storica. Si urtano, si sovrappongono, si neutralizzano. In questa afasia mascherata da pluralismo consiste la vera Babele.

Il campo largo non  dà risposte alla crisi

Il cosiddetto campo largo non è la risposta a questa crisi. Ne è la forma più compiuta. Perché non si tratta, come troppo spesso si ripete, di una coalizione incompleta in attesa di maturazione. Si tratta di una convergenza tattica che pretende di supplire con la geometria delle alleanze a ciò che manca sul piano della teoria, della rappresentanza sociale e della visione storica. In altre parole, si prova a unire ciò che non è stato prima pensato insieme. E quando la politica tenta questo salto, quando pretende di fare dell’elettoralismo il surrogato dell’egemonia, produce quasi sempre il contrario di ciò che promette. La sintesi non si realizza, l’alternativa resta incompiuta, e il risultato è una condizione di equilibrio instabile che tende a prolungarsi senza mai risolversi.

La pluralità, in sé, non è una virtù. Può essere, al contrario, il nome elegante della dispersione. Una forza politica è plurale quando riesce a tenere insieme differenze dentro una forma. Diventa fragile quando queste differenze si limitano a coesistere senza mai trasformarsi in sintesi. E allora la domanda decisiva non riguarda l’assetto delle alleanze, ma la possibilità stessa che la parola “sinistra” continui a designare un campo riconoscibile di interessi, bisogni, esperienze.

Il tempo del compromesso non si tramuta in progetto

 

Se quel nome non organizza più un’esperienza collettiva, se non rende visibile un conflitto, sopravvive solo come etichetta residuale, come memoria, come simbolo elettorale. Ed è precisamente questa la condizione in cui oggi si muove l’opposizione italiana.

Il campo largo, osservato da vicino, non appare dunque come una coalizione larga, ma come una coalizione lunga: lunga perché rinvia sempre al domani il chiarimento che dovrebbe avvenire oggi, lunga perché trascina le proprie incompatibilità da una scadenza all’altra, lunga perché dilata il tempo del compromesso senza mai trasformarlo in progetto.

Il Partito democratico continua a oscillare tra la memoria di un riformismo sociale e l’eredità di una lunga stagione di compatibilità neoliberali. Il Movimento 5 Stelle non ha mai sciolto del tutto il nodo della propria origine populista, restando sospeso tra critica politica e assenza di una vera critica economica. Alleanza Verdi-Sinistra introduce elementi di radicalità che però non riescono a diventare asse egemonico. Questo insieme non condivide una diagnosi comune della crisi né un’idea condivisa di società. E quando una coalizione manca di entrambe, resta inevitabilmente esposta alla prova dei fatti.

La somma delle sigle non è la somma dei consensi

I fatti, infatti, parlano già. Le elezioni locali hanno mostrato che la somma delle sigle non produce automaticamente una somma di consensi. Gli elettorati non si trasferiscono, non si fondono, non si riconoscono reciprocamente. Dove l’alleanza funziona, lo fa in modo contingente. Dove non funziona, rivela una fragilità più profonda. La coalizione resta una costruzione di vertice, incapace di sedimentarsi in una forma sociale più ampia.

A questo quadro si è aggiunto un episodio recente che molti hanno interpretato come segno contrario, la vittoria del No al referendum sulla giustizia. Si è detto, e in parte è comprensibile, che quel risultato dimostrerebbe l’esistenza di uno spazio politico comune, di una possibilità di mobilitazione condivisa, di una crepa nel sistema di potere della destra. Ma proprio questa lettura rischia di essere fuorviante.

Così si riesce a fermare un processo, mai a determinarlo

Quel risultato non mette in discussione la crisi del campo largo. La illumina da un’angolatura diversa. Il voto ha espresso una convergenza reale, ma limitata al rifiuto di una riforma percepita come problematica. Non si è tradotto in una visione condivisa né in un progetto politico positivo. Ha mostrato che esiste ancora una sensibilità democratica capace di attivarsi in presenza di un pericolo, ma non ha prodotto una direzione comune.

Questo scarto è decisivo. Una coalizione che trova unità soprattutto nei momenti di opposizione non ha ancora costruito le condizioni per esercitare una funzione di governo nel senso pieno del termine. La capacità di bloccare un processo non coincide con la capacità di orientarlo. Il referendum ha quindi reso visibile una disponibilità al rifiuto, ma non ancora una disponibilità alla costruzione.

È qui che riemerge il nodo più profondo. La crisi non è anzitutto organizzativa, ma interpretativa. La sinistra fallisce perché non riesce più a leggere il proprio tempo. Scambia effetti per cause, sintomi per struttura, tratta la corruzione come origine anziché come conseguenza, e riduce la crisi a cattiva politica invece che a un ordine sociale determinato. E così si muove dentro la crisi senza mai afferrarne la logica.

Crescono ricchezze e povertà, produttività e insicurezza

 

Viviamo in una fase in cui la ricchezza cresce e, insieme, cresce la povertà. In cui la produttività aumenta e, insieme, aumenta l’insicurezza. In cui la tecnica si sviluppa e, insieme, si restringono gli spazi della decisione democratica. Questa contraddizione, strutturale e non contingente, viene però percepita come inevitabile, non come il prodotto di rapporti sociali storicamente determinati. E quando la crisi viene letta così, la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente.

Il risultato è un’opposizione che insiste sulla redistribuzione senza affrontare il problema della produzione, che amplia il discorso sui diritti ma fatica a incidere sui rapporti di potere che li rendono concreti, che difende le regole democratiche senza interrogarsi a fondo sui meccanismi materiali che ne limitano l’efficacia. In questo modo, la critica resta parziale e la proposta inevitabilmente fragile.

Non va rinviato il chiarimento sulla strategia

La debolezza del campo largo nasce anche da qui, dall’idea che sia possibile rinviare il chiarimento strategico e costruire un’unità a partire dalla sola opposizione alla destra. Ma una coalizione che non riesce a definire il proprio terreno autonomo di iniziativa resta legata alla presenza dell’avversario più di quanto riesca a emanciparsene.

A tutto questo si aggiunge un dato che la sinistra continua a sottovalutare, la trasformazione antropologica prodotta da decenni di crisi. Non si è diffuso soltanto impoverimento. Si è diffusa l’idea che nulla possa davvero cambiare. È venuto meno il principio-speranza che rende possibile l’azione politica. E senza questa tensione verso un altro possibile, la politica si riduce a gestione dell’esistente, a cronaca, a tecnica.

La sinistra pensi a sé come a una forza storica e alternativa

 

ll campo largo, se non affronta questo nodo, resterà un dispositivo elettorale privo di orizzonte. Potrà anche ottenere successi parziali, frenare alcune derive, vincere battaglie difensive, come nel caso del referendum, ma non riuscirà a modificare la direzione complessiva della fase. Perché un ciclo storico non si esaurisce nella somma degli episodi, ma si trasforma solo quando emerge una forza capace di interpretarlo.

La sconfitta che si prepara non nasce dunque dalla divisione. Nasce dall’equivoco per cui la divisione sarebbe il problema principale. La divisione è il sintomo. La causa è più severa. È l’assenza di una sinistra che abbia ancora il coraggio di pensarsi come forza storica, e non come gestione competitiva dell’esistente.

E il referendum, lungi dal mettere in discussione questa diagnosi, la rende ancora più evidente: una sinistra che sa ancora opporsi, ma non ha ancora costruito le condizioni per proporre una direzione alternativa.

Finché questa distanza non verrà colmata, la Babele continuerà a parlare. Ma non dirà nulla che il mondo non abbia già deciso senza di lei.

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