In America vince la democrazia. Ma ora Trump è una belva ferita capace di tutto

di Massimo Cavallini - strisciarossa.it - 04/11/2026
Ieri il trumpismo è stato sconfitto. Ma, a dispetto della sconfitta e degli atteggiamenti suicidi di un Donald Trump sempre più psicologicamente instabile, non è affatto morto. Il culto sopravvive.

“Lame duck”, anatra zoppa. Così il “politichese” made in USA suole notoriamente chiamare i presidenti che – cosa tanto frequente da essere considerata una sorta di regola – escono sconfitti dalle elezioni di metà mandato. E sconfitto – sconfitto per cappotto – Donald J. Trump è indiscutibilmente uscito da questo “midterm”. I sondaggi della vigilia non mentivano. Ieri, a tardissima notte, ancora non c’erano numeri definitivi (il sistema elettorale americano è una obsoleta, lentissima e aggrovigliata babele). Ma questo già appariva ormai certo. il Partito Repubblicano – o, più propriamente, il partito del culto di Donald Trump – ha di fatto perduto nelle urne pressoché tutto il perdibile, consegnando ai democratici entrambe le chiavi del Congresso. Quella della House of Representatives e quella – molto meno scontata, alla vigilia – del Senato.

Democratici a valanga: conquistano Camera e Senato

Questo raccontavano i numeri che ieri, quando in Italia si approssimava l’alba, uscivano dalle urne. Donald Trump è, mentre all’orizzonte il sole annuncia un nuovo giorno, un presidente zoppo, zoppissimo. E tuttavia impossibile è rivedere in lui e nella sua sbilenca camminata verso un futuro molto difficile pronosticare, l’antica, classica metafora dell’anatra. Il Trump di questo “midterm” è in realtà un animale mai visto prima in natura, un mostriciattolo sciancato e feroce i cui movimenti sono, soprattutto dopo questa sconfitta, impossibili da prevedere. È, Donald Trump, una strana, inedita caricatura nelle cui parole e nelle cui tragicomiche e sempre più frequentemente surreali gesta si specchia – o, ancor meglio continua da ormai un decennio a specchiarsi – la crisi epocale della “più antica democrazia del mondo”.

Un’occhiata – per comprendere quanto difficile sia comprendere – a quello che di Donald Trump è stato, domenica scorsa, il comizio finale, l’ultimo appello, il “manifesto” destinato a mostrare agli elettori le ragioni per le quali dovevano votare repubblicano. O, meglio, votare per lui. “Pretend I’m on the ballot”, fate come se sulle schede ci fosse il mio nome, ha detto e ripetuto Trump, fin dall’inizio della campagna. E questo è quello che, non solo nel suo comizio finale, Donald Trump ha mostrato di sé. Questo è il Donald Trump che, in questi mesi, andato, comizio dopo comizio, chiedendo il voto degli americani.

Hanno contato nella sconfitta repubblicana soprattutto i dati dell’economia

Tutti i sondaggi – ed anche il semplice senso comune senza bisogno di indagini di sorta – sono in questi mesi andati rivelando, senza possibilità di equivoci, come in queste elezioni più che mai valesse il principio enunciato nel lontano 1992 da James Carville, il molto pittorescamente saggio capo propagandista della vittoriosa campagna presidenziale di Bill Clinton: “It’s the economy, stupid”. Quello che contava allora e che, più che mai, continua a contare oggi è l’economia. Non l’economia delle statistiche e dei bollettini di borsa, ma quella della “kitchen table”, della tavola di cucina, dove vanno di questi tempi cumulandosi generi alimentari sempre più cari e conti – a cominciare dal mutuo per la casa – sempre più difficili da pagare.

Trump si è, per molti aspetti, trovato di fronte, in questa campagna, alla medesima contraddizione che aveva tormentato il quadriennio del suo predecessore, Joe Biden, lo “Sleepy Joe” sul quale l’attuale presidente ama riversare ogni colpa, passata, presente e futura. Anche ai tempi di Biden l’economia vista dagli economisti andava nel migliore dei modi – o, quantomeno, molto meglio che in ogni altro paese sviluppato – mostrando, in termini numerici, una rapida uscita dalla crisi provocata dalla pandemia. Ed anche ai tempi di Biden l’economia, letta sulle etichette dei prezzi in mostra negli scaffali dei supermercati o alle pompe di benzina, appariva, se non in pessimo stato, quantomeno come una fonte di quotidiana angoscia.

Con però una sostanziale differenza. Mentre ai tempi di Biden l’inflazione era, in massima parte, un’eredità della pandemia, ai tempi di Donald Trum è, al contrario, interamente addebitabile – ed addebitabile dopo che lo stesso Trump aveva annunciato che l’avrebbe “domata” in un paio di settimane – a disastrose ed innecessarie politiche tariffarie architettate dallo stesso presidente. Ed alla ancor più disastrosa guerra da Trump lanciata (giusto mentre andava boriosamente reclamando il Nobel per la Pace) contro l’Iran.
Orbene, che cosa ha detto Trump in questo suo ultimo comizio-appello? Come lo ha detto? E, soprattutto: dove l’ha detto? Ha scelto parole e luoghi che, in qualche modo, potessero acquietare le ansie degli elettori?

L’esatto contrario. Come teatro di questo suo definitivo discorso al Paese che governa da due anni (più i quattro del suo primo mandato) Trump ha scelto la famosa “Reflecting Pool” il lunghissimo specchio d’acqua che, a Washington D.C., va dal Lincoln Memorial fino al Washington Monument. Una ubicazione “iconica” che, nel corso degli anni, ha visto eventi – su tutti il famoso discorso del “I have a dream” di Martin Luther King, nell’agosto del 1963 – che hanno illuminato la storia degli Stati Uniti. Ma che, grazie allo stesso Trump, è oggi diventata, quella iconica presenza, uno dei più onnicomprensivi simboli delle miserie del trumpismo, una sorta di patetico ritratto del tragicomico distacco tra il “grande leader” – lo stesso che, come un tirannello terzomondista va pomposamente rimodellando la capitale a sua immagine e somiglianza – ed i sentimenti del popolo che, con messianici accenti, pretende di rappresentare.

Nei due anni passati il presidente si è comportato da sovranno pazzo

C’è tutto Trump, oggi, in quello specchio d’acqua. Ci sono le bizze di un sovrano capriccioso e ridicolo che, per una sua estetica e narcisistica fisima, ha deciso che il colore di quella “Reflecting Pool” doveva cambiare da azzurro a verde. C’è la sua endemica, strutturale corruzione (“cleptocracy on steroids” la chiamano in molti) ben riflessa nel fatto che i lavori di ristrutturazione sono stati affidati, a costi esorbitanti e senza alcuna gara d’appalto, ad una impresa “amica”. C’è la assoluta inettitudine con cui questa impresa “amica” ha poi trasformato quella “Reflecting Pool” in un paludoso ricettacolo di alghe verdastre, poi ripulite (mal ripulite, come tutti possono notare) ad ancora più esorbitanti costi. E c’è infine, a conclusione del tutto, il ridicolo tentativo di attribuire ad un complotto vandalico l’intera catastrofe.

Molti ricorderanno: a finire sotto accusa per quella diabolica congiura era stato, per ordine di un Departmnent of Justice da Trump trasformato in una sorta di comitato per personali vendette, un ex campione olimpico di canoa, David Hearn, le cui colpe erano tanto evidenti che neppure la U.S. Attorney for the District of Columbia, Jeanine Pirro – ex diva di Fox News e, di fatto, una marionetta manovrata da Trump – se l’è alla fine sentita di portarlo di fronte a un giudice.

Tutto questo impietosamente riflette oggi la “Reflecting Pool” di fronte alla quale Trump ha lanciato il suo ultimo appello. E di tutto questo – della bellezza di quello specchio d’acqua deturpato dalla mucillaggine, dello splendore dei cambiamenti da lui regalati ad una città che – così ama descriverla – prima di lui non era che una landa desolata. Ha parlato, Donal Trump, del monumentale arco di trionfo che, per celebrare se stesso, intende costruire giusto al di là del Potomac River, in direzione del cimitero di Arlington. E non ha ovviamente dimenticato di magnificare “his beautiful ballroom”, la faraonica sala ballo che intende costruire, sfidando le leggi sulla protezione del patrimonio architettonico, sulla macerie di quella che fu la Est Wing della Casa Bianca.

E l’economia? Ha parlato dell’economia, Donald Trump? Lo ha fatto, ma solo per ricordare, con un rapido accenno, come quella che si è aperta con la sua seconda presidenza sia, a tutti gli effetti, una nuova “golden age”, una nuova età dell’oro.

Qualche giorno prima, in un comizio in Georgia, Donald Trump aveva, del resto, spiegato molto più in dettaglio – e con straordinario candore, alla faccia di chi lo definisce un patologico bugiardo – che cosa lui intenda per “età dell’oro”. Lo aveva fatto rispondendo – con un molto mussolinano “me ne frego” o, più specificamente, ed in termini letterali, con un replay del famoso “Frankly my dear, I don’t give a damn”, francamente, mia cara me ne infischio, con cui, in “Via col vento”, Clarke Gable-Reth Butler suggella il suo addio a Scarlett O’Hara-Vivien Leigh – ad una domanda sul quel caro energia, i cui effetti, grazie soprattutto alla chiusura dello stretto di Hormuz, il famoso “uomo della strada” sente ogni volta che, lungo la strada, deve riempire il serbatoio dell’auto.

“The United States oil and gas business is making hundreds of billions of dollars. I don’t give a damn, I’m going to say it — we’re making a freaking fortune”. Le compagnie petrolifere americane stanno facendo miliardi di dollari. Io me ne infischio, e ve lo dico. Noi (l’unico ‘noi’ che per Trump conti qualcosa n.d.r.) stiamo facendo “una fortuna da paura”.

Nessuna anatra – zoppa o non zoppa – aveva mai starnazzato in questa maniera. Nessun animale politico – pennuto o meno – s’era, prima di Donald Trump mai abbandonato, come Trump è andato facendo in quasi tutti i suoi comizi, a inspiegabili fantasie omoerotiche alimentate da libidinose descrizioni dei posteriori di alcuni candidati repubblicani. Quello, in particolare di Jon Husted, senatore uscente dell’Ohio – che ha perso il suo seggio – da Trump tirato per misteriose ragioni in ballo in quasi tutti i suoi comizi, in Ohio o altrove.

“I examined his ass”, ha detto e ripetuto Trump. “Ho esaminato il suo culo – mi dispiace ma non c’è altra parola italiana che possa fedelmente tradurre il termine “ass” – e poi le sue spalle, le sue mani, i suoi piedi, la sua splendida linea mandibolare…”. E se, a questo punto a qualcuno, in Italia o altrove, torna in mente la famosa “mascella volitiva” del duce, molto difficile diventa smentirlo.

Ha Donald Trump, in questa campagna del midterm, infine rivelato – non per scelta, ma per senile smemoratezza – il suo autentico orientamento sessuale? Probabilmente no. Probabilmente ha soltanto cercato di ribadire, nella sua sgangherata retorica (quella che lui usa chiamare “the weave”, la tessitura) gli ideali di maschia virilità che, misurata in livelli di testosterone, il suo “segretario alla guerra”, Pete Hegseth, va consolidando nel nome di quello che chiama “warrior ethos”, lo spirito del guerriero, nelle Forze Armate di cui Trump è il “commander in chief”.

Di certo c’è una cosa. Dopo aver detto ai suoi seguaci “pretend I’m on the ballot”, fate come se nelle schede ci sia il mio nome, nel corso della campagna elettorale Trump ha detto è fatto tutto quello che poteva fare e dire per perdere. Più che un’anatra zoppa, il Trump che esce da questo midterm appare la caricatura tragica del demagogo squilibrato, o dell’aspirante nuovo re del quale – con in mente l’esempio di George III, il “re pazzo” – i padri fondatori della democrazia americana temevano il ritorno.

Trump ieri ha perso. E perso rovinosamente. La democrazia ha vinto. Ma la domanda – quella alla quale gli storici dovranno, domani, cercare una risposta – resta quella di sempre. Non come abbia fatto Trump a perdere questo midterm, ma come abbia fatto, quest’uomo, a diventare due volte presidente degli Stati Uniti d’America.

Ieri il trumpismo è stato sconfitto. Ma, a dispetto della sconfitta e degli atteggiamenti suicidi di un Donald Trump sempre più psicologicamente instabile, non è affatto morto. Il culto sopravvive. E Trump – il nuovo re pazzo le elezioni sono valide solo in caso di sua vittoria – ha di fronte a se altri due anni di governo.
Altro che “anatra zoppa”. Trump è una belva ferita. Ne vedremo delle belle…

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