Dopo l’approvazione dell’oscena legge elettorale imposta dalla presunta maggioranza (minoritaria nel Paese), il problema su cui tutti i non meloniani, non vannacciani, non leghisti e non tardo-berlusconiani (e possibilmente nemmeno troppo renziano-calendiani), hanno urgentemente da decidere, appare terribilmente semplice. O si sta al gioco con coalizioni, primarie, programmi più o meno faticosamente messi insieme, e quelli sicuramente vincono. Oppure, un eccezionale e irripetibile Fronte per la Costituzione (dal Pd a Potere al popolo) ci restituirà intanto la democrazia.
Di fronte all’alta e comunque inaccettabile probabilità che la già profonda ferita impressa alla nostra democrazia diventi mortale toccando perfino il Quirinale, seguire percorsi normalmente seguiti significa non essere all’altezza del dramma in atto. Perfino stilare un programma di governo, in queste condizioni e in questo frangente, può apparire fuori luogo. Di quale governo, infatti? Di un governo che sia insediato dal cosiddetto premio di maggioranza, cioè di un governo illegale? Accadde già una volta, nel 2006, con il secondo governo Prodi, e gli effetti furono devastanti (e durevoli). Non parliamo poi di primarie, nel cui svolgimento sarebbe implicito il riconoscimento della legittimità della norma eversiva che impone l’indicazione nella scheda di un “capo coalizione”. L’idea di affidare allo svolgimento di primarie l’indicazione di una tale figura, pensando con ciò di determinare la scelta tra indirizzi divergenti tra i partiti attualmente, urta contro l’effettiva difficoltà di rendere la scelta veramente chiara e coerente.
Seguendo una tale prassi, è molto improbabile, anzi quasi escluso, che il miracolo dello scorso marzo, ossia il massiccio afflusso alle urne di votanti nuovi e di già non votanti, possa ripetersi. Si può ripetere soltanto se, qui e ora, il messaggio sarà lo stesso: la democrazia non si tocca, e si risana dove è stata ferita o anche semplicemente indebolita. Bisogna insomma cessare di seguire consolidate abitudini in una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo. La rete dell’impegno civico, già protagonista nella vittoria popolare e democratica di marzo, dovrebbe tornare a esserlo nella progettazione e nella formazione del Fronte. Dai partiti, in tale prospettiva, sembra lecito e giusto attendersi lo stesso atteggiamento quasi “collaterale” che essi seppero saggiamente tenere in occasione di quel vittorioso referendum.
Quanto al programma (non “di governo” per la ragione già messa in evidenza, e tanto più considerando che la nostra Costituzione prevede l’elezione di un Parlamento ), il solo punto che la situazione rende attuale e sensato è l’immediata abrogazione del Melonellum e il ritorno al voto libero, uguale e rappresentativo di tutte le articolazioni della volontà popolare. In tale contesto, la figura più indicata per “obbedire” alla norma che impone un capo coalizione designato, sembra essere piuttosto quella di un autorevole e noto costituzionalista: sfidando e sbeffeggiando, cioè, la norma stessa.
Quanto all’arco di forze politiche il cui concorso sia necessario per animare il Fronte basta forse richiamare lo schieramento di forze grandi e piccole, parlamentari e non, che sostennero il “No” nel referendum: dal Pd, cioè, a Potere al Popolo. La differenza, forse, è che la bizzarra “sinistra per il Sì” era allora una contenuta minoranza entro il Pd, mentre oggi una ancora più bizzarra specie di sinistra interventista appare molto più forte, radicata e condizionante ai vertici di quel partito. Rassegnarsi o adattarsi a vedere cose abituali, già sperimentate, già viste, non appare permesso dai fatti. Perché dietro le cose già viste ci sono mostri, che incombono.


