La conta dei voti ai gazebo può fare molto male alla coalizione

di Antonio Floridia - ilmanifesto.it - 10/05/2026
Misurare il consenso di ogni forza politica, senza lasciarlo scegliere agli elettori «veri», porta naturalmente ad accentuare in anticipo le ragioni di distinzione

Un appello firmato da numerosi esponenti del mondo della cultura, letto sul manifesto, ha avuto il merito di portare alla luce un diffuso disagio intorno all’ipotesi che il candidato della coalizione progressista alle prossime elezioni venga scelto con le primarie.

Condividendo le tesi di fondo di questo appello («le primarie rischiano di dividere la coalizione e di indebolirne la credibilità», «spostano il confronto dal programma alla persona», «possono alimentare l’astensione») vorrei aggiungere qualche argomento, a partire da uno sguardo retrospettivo. Le primarie in Italia hanno dimostrato una buona efficacia quando sono state utilizzate per la selezione dei candidati sindaco, e per una ragione evidente: sui programmi amministrativi è più facile concordare, la scelta di un candidato avviene per lo più dentro questo perimetro. Non sempre è accaduto, peraltro: anche a livello comunale, ci sono state primarie molto divisive, che hanno lasciato uno strascico di lacerazioni e poi portato alla sconfitta.

Ma altra cosa, in ogni caso, sono i (pochi) precedenti di primarie di coalizione in cui la posta in gioco era la leadership della coalizione. Non a caso, oramai, è invalso l’uso di definire come «le primarie per Prodi», quelle del 1996, quando si trattò di legittimare una candidatura esterna alle forze politiche. Altra cosa le primarie del 2012 che, pur vedendo anche le candidature di Nichi Vendola, Bruno Tabacci e Laura Puppato, furono essenzialmente una resa dei conti all’interno del Pd tra Bersani e Renzi.

Domanda: nelle condizioni attuali che effetto produrrebbero primarie di coalizione in cui ciascuna forza politica avesse un proprio candidato? Semplice, servirebbero solo a sancire i rapporti di forza interni alla coalizione (e non lasciarlo decidere agli elettori con le elezioni «vere») e avrebbero effetti dirompenti.

Bando alle ipocrisie: tutti dicono «prima i programmi, poi la scelta del candidato», ma tutti sanno che non sarebbe così, è del tutto scontato che ciò non accadrebbe, e per due motivi: primo, perché la discussione su un programma comune – per stendere nero su bianco una serie di politiche condivise – è ancora ben lungi dal concludersi; secondo, perché di fatto le primarie servirebbero a misurare il consenso proprio sui punti che più differenziano, e non su quello che uniscono, le varie forze politiche. E quindi lo scontro trasmetterebbe all’opinione pubblica un’immagine di una coalizione lacerata, che invece di proporre e concordare un programma comune, lo affida all’ordalia degli elettori.

Invece di concentrare l’attenzione sul messaggio politico da lanciare al paese, si accentuerebbe il già insopportabile livello di personalizzazione della politica.
Uno scontro su questa base, poi, avrebbe anche effetti sugli elettori: primarie combattute su linee di partito, tra leader di partito, produrrebbe inevitabilmente un effetto di smobilitazione tra i sostenitori delle parti soccombenti.

Alcune considerazioni che riguardano anche il sistema elettorale: se restasse in vigore l’attuale legge, ma anche se – sciaguratamente – dovesse passare quella che ha in mente Giorgia Meloni, la competizione, (e il concreto comportamento egli elettori, per la stessa struttura della scheda), si svolgerà su linee di partito, il consenso si misurerà sui voti ai simboli del partito. Nei collegi del Rosatellum, si tratta di concordare un candidato comune, ma poi i voti che questi raccoglie sono semplicemente, quasi per intero, la somma dei voti alle singole liste che lo sostengono. È dunque interesse vitale di tutta la coalizione valorizzare al massimo la specificità del profilo di ciascuna forza politica. Svolgendo una competizione preliminare si vanificherebbe il valore aggiunto di una coalizione ampia e plurale, costringendo tutti sotto il grande ombrello del leader plebiscitato.

Speriamo che prevalga la saggezza. Conte, con la sua uscita sulle primarie, subito dopo il referendum, ha lanciato un messaggio politico importante e apprezzabile: il M5S ha fatto una chiara scelta di campo. Ed è comprensibile, e conveniente a tutti, che voglia comunque marcare la specificità del proprio ruolo.

Ma non è la conta delle primarie la risposta giusta: si impegni il M5S, come pare voglia fare, a dare un contributo alla discussione sul programma. E punti piuttosto a consolidare quei livelli di consenso che i sondaggi continuano a dargli (il che non è facile, con la congenita volatilità dell’elettorato M5S). È singolare che Conte, in varie occasioni, abbia detto, pressappoco, difendendo le primarie: «Non possiamo delegare tutto a una consorteria che decide in una stanza!». Ma, scusi, Conte, lei è un leader riconosciuto e legittimato dal suo partito, si assuma le sue responsabilità, o si sente anche lei parte di una «consorteria»?

E allora a cosa servono i leader, se non a orientare, dirigere, indicare obiettivi, e poi anche a trattare e mediare? E dunque, non possiamo che ripetere l’appello con cui concludevamo un precedente articolo: tutte le forze politiche e i loro leader si impegnino a lanciare nel paese una grande mobilitazione civile e democratica e, per quanto riguarda la leadership, trovino una soluzione, una mediazione, propongano una squadra di governo, e non solo un possibile candidato alla presidenza del consiglio (la cui nomina, peraltro, è una prerogativa del presidente della Repubblica). O vogliamo forse adeguarci in partenza alla logica del premierato?

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Liberacittadinanza invita a firmare l'appello contro le primarie.

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