LA LOGICA LAW AND ORDER DELLA DESTRA GENERA SOLO PAURA E VIOLENZA

di Nadia Urbinati - Domani - 21/07/2026
La sicurezza, per mezzo della paura e della violenza, è come un castello di carta che crolla per uno sbattere d’ali di un uccellino.

Dopo gli “anni di piombo”, questo è il periodo più segnato dalla paura. Una paura nuova che non viene dall’estremismo militante, dal brigatismo nero e rosso e dallo stragismo. Viene da chiunque, da ogni persona che ci passa accanto

 Paura e violenza nel nome della sicurezza. Una logica inossidabile per le destre che restano refrattarie alla cultura dei diritti e costituzionale. Non si tratta di destre conservatrici. Anche perché si vuole conservare ciò a cui si attribuisce valore.

 La destra non si identifica né con la Costituzione vigente né con il principio della limitazione dei poteri su cui essa si fonda. È quindi radicale e ha un piano di decostituzionalizzazione. Il suo radicalismo si esprime, lo vediamo in questi giorni affannosi, in un modo che è a un tempo prevedibile e sfrontato.

 PREVEDIBILE E SFRONTATO

Prevedibile, perché la centralità del potere esecutivo, rispetto a quello di rappresentanza e deliberazione (Parlamento) e di garanzia (giustizia), è la linfa della destra radicale da quando si è imposta sulla scena politica nel Novecento. Il governo secondo un modello militare: il capo, la gerarchia, il plebiscito delle schiere. Tutto questo non ha nulla a che fare con quel che si chiama governo della legge o stato di diritto.

 Sfrontato, perché questo voler porre al primo posto la sicurezza mediante politiche di marca autoritaria genera aspettative che nessun governo, neppure il più dispotico, riesce a soddisfare. Poiché, a ogni giro di vite, ci si accorge che dissenso e “insubordinazione” (un termine da caserma che da quattro anni viene usato da chi governa per parlare dei cittadini) non sono mai domati. E un altro giro di vite si rende necessario. Si comincia con la repressione dei marginali e, mano a mano che si procede, appare chiaro che tra i marginali possiamo essere tutti noi, o molti di noi. La maggioranza dei cittadini non è garantita ed è oggetto di scrutinio e di controllo (addirittura preventivo).

 GIUDICI DI SÉ E DEGLI ALTRI

La logica law and order genera proprio ciò che dice di voler combattere e sconfiggere: violenza e paura. Dopo gli “anni di piombo”, questo è il periodo più segnato dalla paura. Una paura nuova che non viene dall’estremismo militante, dal brigatismo nero e rosso e dallo stragismo. Viene da chiunque, da ogni persona che ci passa accanto. La società è meno politicizzata, più violenta, meno tollerante. In treno e in autobus, al mare e al supermercato, al bar e al parcheggio. Dovunque ci si trovi a interagire con un estraneo, ci si rende conto del livello di diffidenza, di ostilità e, soprattutto, della difficoltà a stabilire condizioni di dialogo.

 Tutti sono giudici di sé e degli altri, e a ogni piccolo dissapore può succedere di tutto: maleparole, grida, mani sventolate di fronte al viso, minacce. È un’esperienza quotidiana. E, guarda caso, le camionette e i blindati davanti alle stazioni o ai parchi non danno tranquillità, ma aumentano i timori.

 SIAMO TUTTI REPRESSORI

Ma se così è, le strategie law and order sono inefficaci, perché l’ordine arriva sempre troppo tardi e la legge non vive di gendarmi a ogni angolo. Perché si sia e ci si senta sicuri occorre che la cittadinanza sia civica, che ciascuno operi con spirito di cooperazione e dialogo, non di diffidenza né di potenziale inimicizia. Senza questa condizione, e non potendo lo stato repressivo essere presente in ogni momento, i cittadini si preparano alla logica del “far da sé”.

 Non è questo un segno di debolezza di questo esecutivo securitario? Lo è certamente. E, pertanto, predispone il rimedio, che è improvvido e perverso: avvalla la mentalità secondo cui ognuno dovrebbe impersonare lo stato, non nella sua anima civica, bensì nella sua anima securitaria, diventando un ausilio di repressione. Mario Roggero è un caso paradigmatico. Lo è necessariamente e prevedibilmente. Proprio perché lo stato non può essere dovunque, tutti siamo potenziali repressori. Con l’esito, ovvio e banale, che l’asticella della paura si alza e quella della sicurezza si abbassa (quante armi circolano e quante teste calde le possiedono?).

 Da un lato, quindi, forze dell’ordine istruite a essere dure e a trattare i cittadini come potenziali delinquenti. Dall’altro, cittadini istruiti a farsi ausiliari delle forze dell’ordine. La sicurezza, per mezzo della paura e della violenza, è come un castello di carta che crolla per uno sbattere d’ali di un uccellino. La tentazione prevedibile è cambiare il regime per cementare quel castello. E questo piano, se dovesse aver successo, non ci renderà più sicuri, ma solo meno liberi.

Questo articolo parla di:

archiviato sotto: