Melonellum: ora si tenta di “esorcizzare” la Corte

di Mauro Volpi - ilfattoquotidiano.it - 22/08/2026
Si vuole portare a casa il prima possibile a dispetto dei dubbi di legittimità una brutta legge approvata a fine legislatura per avvantaggiare la maggioranza in carica?

Dopo che il Fatto quotidiano ha dato notizia dei 150 avvocati che si apprestano a impugnare il Melonellum nella maggioranza dei distretti giudiziari, con l’obiettivo di sollevare la questione della sua legittimità costituzionale, è piovuto qualche commento che cerca di ridimensionare il “pericolo”. Da ultimo Tommaso Frosini sul Mattino del 20 agosto ha tentato di smontare i possibili contenuti dei ricorsi prendendone in considerazione tre.

Il primo è la previsione della soglia del 42% dei voti per ottenere il premio di maggioranza del 55% dei seggi (più quelli attribuiti nelle circoscrizioni estere), che a dire di Frosini sarebbe “compatibile” con le sentenze della Corte costituzionale. Qui va detto che la Corte non ha affatto stabilito in misura fissa una soglia minima né l’entità del premio, ma si è riservata il potere di verificare di volta in volta se la previsione del premio viene a comprimere i principi costituzionali della rappresentatività e dell’eguaglianza del voto. La valutazione dipende dal contesto concreto. E qui vi sono due considerazioni essenziali: l’aumento dell’astensionismo (più di un terzo nel 2022) fa sì che il 42% dei votanti richiesto sia esiguo corrispondendo a circa il 25% degli elettori; l’invocazione della possibilità del pareggio con la legge vigente deriva dalla previsione di un ridotto margine di distacco tra le coalizioni, che rende ancora più ingiustificata l’attribuzione del peso dei voti per la più forte coalizione di minoranza in misura pari a più di una volta e mezzo rispetto a quello dei voti (la maggioranza) andati a tutte le altre coalizioni e liste.

Il secondo punto contestato sono le liste bloccate, che secondo i minimizzatori sarebbero “scardinate” dall’emendamento di maggioranza al Senato. È una bufala: le preferenze riguarderebbero una minoranza esigua di parlamentari e sarebbero escluse per i votanti dei partiti medi e piccoli in virtù della previsione dei capilista bloccati e dell’attribuzione del premio ai listoni di 70 deputati e 35 senatori interamente bloccati.

La terza questione riguarda il rispetto dell’equilibrio di genere che, per Frosini e altri, sarebbe garantito dall’emendamento al Senato. Ma così non è per l’effetto combinato tra capilista bloccati e pluricandidature, che consentirebbe di dare ampio spazio ai candidati uomini, come quelli collocati in ordine successivo alla donna capolista pluricandidata in tutti i collegi oltre a quello di elezione.

Occorre aggiungere che vengono dimenticati altri profili di possibile incostituzionalità. Il primo è rappresentato dall’attribuzione di un premio di maggioranza nazionale al Senato senza alcuna considerazione dei voti effettivamente ottenuti nelle circoscrizioni regionali, in diverse delle quali la prima coalizione nazionale potrebbe essere minoritaria, con aperta violazione della “base regionale” stabilita per l’elezione del Senato dall’articolo 57 della Costituzione. Il secondo deriva dall’introduzione di un premierato di fatto con legge ordinaria con indicazione obbligatoria dei candidati alla presidenza del Consiglio (a pena di esclusione di liste e coalizioni che non la prevedono), che comprimerebbe i poteri del Presidente della Repubblica nella formazione del Governo e la libertà di voto dei parlamentari, determinando il soppiantamento della forma di governo parlamentare. E qui va detto che bisogna farla finita con la retorica della scelta del Governo da parte degli elettori, i quali in realtà non potrebbero scegliere né gran parte dei parlamentari, né la maggioranza, ma solo la prima minoranza resa maggioritaria dal premio, e per lo più vedrebbero notevolmente ridotta la valenza rappresentativa del proprio voto.

Infine una proposta ai minimizzatori dell’impugnativa alla Corte costituzionale: perché non sostenere che le elezioni debbano tenersi solo dopo la sentenza evitando il rischio che parti della legge siano dichiarate illegittime all’indomani del voto compromettendo la legittimazione del Parlamento neoeletto? O si vuole portare a casa il prima possibile a dispetto dei dubbi di legittimità una brutta legge approvata a fine legislatura per avvantaggiare la maggioranza in carica?

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