4 novembre, la retorica della vittoria. Critica alle politiche di riarmo e alle complicità internazionali dell'Italia

di Laura Tussi - 05/11/2026
Il ricordo dei caduti non dovrebbe tradursi in una liturgia nazionalista, bensì in un impegno attivo per la smilitarizzazione, la cooperazione internazionale, la risoluzione diplomatica dei conflitti e il reindirizzamento delle risorse pubbliche verso i servizi essenziali quali la sanità, l'istruzione, il lavoro e la tutela sociale.
La ricorrenza del 4 novembre, nata per commemorare la fine del primo conflitto mondiale sul fronte italiano, viene costantemente rielaborata all'interno del discorso pubblico contemporaneo come una celebrazione istituzionale delle Forze armate e della retorica patriottica. Tuttavia, un'analisi critica della Prima guerra mondiale restituisce l'immagine di una carneficina di massa — costata centinaia di migliaia di vite umane — in cui le classi lavoratrici, contadini e operai furono impiegati come forza lavoro e carne da cannone a beneficio degli interessi geopolitici ed economici delle classi dominanti e delle potenze imperialiste dell'epoca.

Il passaggio dalla memoria del lutto alla celebrazione del militarismo solleva interrogativi cruciali sulla coerenza della politica estera italiana contemporanea. La partecipazione continuativa alle strutture della NATO, l'incremento delle spese destinate al riarmo e il sostegno politico-militare fornito a diversi scenari di crisi evidenziano una contraddizione di fondo rispetto ai principi costituzionali di ripudio della guerra. In particolare, il sostegno fornito all'Ucraina nel contesto dello scontro geopolitico con la Federazione Russa si inserisce in una dinamica di polarizzazione globale che spesso trascura la complessità interna dei fronti in lotta, inclusa la documentata presenza di formazioni paramilitari e di estrema destra all'interno del panorama bellico locale.

Parallelamente, la posizione dell'Italia nei confronti del conflitto in Medio Oriente e delle responsabilità attribuite a Israele in merito alla catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza richiama il tema della responsabilità giuridica ed etica internazionale. Nonostante la sospensione di alcune nuove autorizzazioni all'esportazione di materiale bellico, la persistenza di legami diplomatici, politici ed economici solleva forti critiche da parte dei movimenti pacifisti e dei settori della società civile che denunciano una complicità strutturale con politiche di occupazione e violazioni dei diritti umani.

Da una prospettiva critica e antimilitarista, le guerre non vengono interpretate come scontri tra popoli o democrazie, ma come la conseguenza di rivalità economiche e strategiche tra élite di potere.

In questo quadro, il ricordo dei caduti non dovrebbe tradursi in una liturgia nazionalista, bensì in un impegno attivo per la smilitarizzazione, la cooperazione internazionale, la risoluzione diplomatica dei conflitti e il reindirizzamento delle risorse pubbliche verso i servizi essenziali quali la sanità, l'istruzione, il lavoro e la tutela sociale.

Laura Tussi

Nella foto: Ogni 4 novembre si ripete il rituale delle celebrazioni, dei discorsi solenni, delle corone d'alloro e degli appelli alla pace. Anche il messaggio del presidente Mattarella richiama i valori della memoria, dell'unità nazionale e della convivenza pacifica. Parole importanti, soprattutto in un mondo attraversato da guerre e devastazioni. Ma proprio per questo non possono bastare.

C'è infatti una contraddizione che non si può continuare a nascondere dietro la retorica istituzionale: mentre si celebra la pace, l'Italia partecipa a un sistema internazionale nel quale crescono le spese per le armi che alimentano le guerre e l' odio.

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