Al di là dell’emergenza: il nodo dell’intervento pubblico

di Alfonso Gianni - jobnews.it - 09/05/2020
La nuova mano forte della Confindustria vuole giocare le sue carte non solo nel nostro paese, ma in Europa e nel mondo, per guidare a modo suo la fase successiva all’attuale recessione

Vecchi e nuovi esponenti delle classi dirigenti si danno la mano per cercare di disegnare il futuro del nostro paese una volta che, superata la pandemia, si troverà di fronte ad una recessione senza precedenti, peraltro già iniziata. La Confindustria vuole gestire le cose in prima persona. Si fa quindi partito e il suo nuovo Presidente, Carlo Bonomi, fin dalle prime dichiarazioni assume toni decisamente aggressivi sia nei confronti dei sindacati che del governo.

Come avevamo già osservato subito dopo la sua designazione a nuovo Presidente della Confindustria, Carlo Bonomi si presenta come l’alfiere del cosiddetto “quarto capitalismo” ove non dominano più le grandi imprese, che peraltro in Italia sono scomparse in più comparti, quanto le medie e le piccole, legate a filiere che non hanno confini nazionali, capaci di muoversi nei diversi contesti socio politici con la dovuta agilità, ma con un baricentro territoriale ben piantato nel fitto tessuto produttivo del triangolo Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna (le regioni, non a caso, che vogliono l’autonomia differenziata). Questa visione si mostra attenta ai nuovi settori che si aprono o potrebbero aprirsi come quel Green New Deal che da Davos, passando per la Commissione europea, ci porta fino al Manifesto di Assisi, ove la modernizzazione di industria 4.0 vorrebbe unirsi alla responsabilità sociale dell’impresa, alla sensibilità ambientale e a una presunta attenzione verso il messaggio cristiano.

Più parole che fatti, come sappiamo. La nuova mano forte della Confindustria vuole giocare le sue carte non solo nel nostro paese, ma in Europa e nel mondo, per guidare a modo suo la fase successiva all’attuale recessione. Le lamentele di Bonomi sullo spirito antiindustriale che avrebbe pervaso anche forze di governo non vanno viste come una boutade, ma come un pezzo della rappresentazione che si intende inscenare. Infatti si sostanziano, da un lato, in una critica al governo su molteplici piani, il cui primo sarebbe quello dei ritardi sull’apertura delle attività con la pandemia ancora in corso, dall’altro lato in un attacco al ruolo dei contratti nazionali di lavoro e alle eventuali richieste di aumenti salariali.

Non è un caso che Bonomi abbia anche dichiarato che non accetta che si vogliano scaricare su aziende e banche le responsabilità dell’attuale situazione. Il quadro si chiarisce con l’intervista ad Abete su il Sole24Ore di venerdì 8 maggio. Luigi Abete è stato presidente della Confindustria ed ora lo è della Banca nazionale del lavoro. Si può quindi dire che incarni in sé questa alleanza fra banche e imprese preconizzata da Bonomi. L’intera sua intervista è tesa a scongiurare un pericolo: quello delle nazionalizzazioni. “Condivido l’allarme lanciato dal presidente designato Bonomi – afferma Abete –. Accanto al tema centrale del recupero della competitività delle imprese c’è quello del rischio di nazionalizzazione”. Quello che preoccupa Abete è in particolare il modo “strisciante” con cui le nazionalizzazioni potrebbero imporsi quali effetti degli interventi statali a seguito della emergenza pandemica. “Dopo 30 anni c’è il rischio che lo Stato da regolatore torni ad essere gestore e si vada a sostituire al mercato”.

Ad Abete non manca né il dono della franchezza né quello della chiarezza. Meglio così, almeno si sa con chi e con cosa abbiamo a che fare. La Confindustria e il mondo finanziario hanno come al solito afferrato per tempo e comunque prima di una sinistra che stenta a ritrovarsi, quale è e sarà il punto di scontro nei prossimi mesi: il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia, la sua quantità, la sua durata e soprattutto la sua qualità. Lo scontro è del resto vivo anche sul piano delle idee. Basti pensare alla recente intervista a Repubblica di Marianna Mazzucato, che parla esplicitamente, come del resto nei suoi libri, di Stato imprenditore (e non solo innovatore) da un lato, e dall’altro agli articoli dell’economista liberista Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society (un nome, un programma).

Eppure la presenza dello Stato nelle imprese da un po’ di tempo a questa parte non costituisce affatto una novità. Guardiamo a cosa succede in Borsa: calcolando solo le capitalizzazioni della dozzina di aziende di cui lo Stato esercita il controllo – attraverso il ministero dell’Economia o la Cassa depositi e prestiti – il peso sul valore complessivo del listino di Piazza Affari è superiore al 30%. Se si escludono le banche (ma del Montepaschi di Siena lo Stato possiede oltre i due terzi del capitale) e le compagnie di assicurazione, tale percentuale sale ben oltre al 40%. Se si aggiungono le utilities controllate dai Comuni arriviamo al 46,5%. Siamo lontani dal 70% degli anni Settanta, ma siamo quasi alla metà del valore del listino della Borsa. Quindi Abete e Bonomi lanciano prediche fuori tempo massimo? Non è esattamente così.

Ai nuovi dirigenti della Confindustria e del mondo bancario l’intervento statale piace se è in funzione crocerossina e possibilmente a tempo. Ma lo aborriscono se esso assume le caratteristiche di una imprenditoria pubblica che guida la linea di marcia dell’economia. Da qui gli anatemi contro l’improbabile rinascita dell’Iri. Ciò che li preoccupa è quindi la qualità dell’intervento pubblico, che potrebbe imprimere una linea di sviluppo se non integralmente alternativa almeno sensibilmente diversa da quella voluta dal capitale privato, interno e internazionale. Vorrebbero che passata la buriana, nel quale lo stato presta sangue a banche e imprese, tutto ritorni come prima.

Questo è quindi l’oggetto dello scontro politico e sociale che avremo di fronte nei prossimi mesi. Uno scontro che riguarda l’economia come la sanità, il lavoro e il reddito, come la salute e la durata della vita in buone condizioni, perché è chiaro che le modalità e la velocità dell’espansione di questo virus, la ricorrenza in tempi sempre più stretti e frequenti di epidemie di vario genere, hanno un nesso molto preciso con il modello di sviluppo capitalistico impresso a livello mondiale in particolare negli ultimi decenni. Se non lo si cambia nuovi virus si presenteranno all’orizzonte.

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