Il sapere delle reti sociali e l’incompetenza dei tecnici di governo

di Giulio De Petra - centroriformastato.it - 04/03/2021
Chi ha frequentato, anche solo occasionalmente, le tante reti politiche e le coalizioni tematiche che si sono costruite nella società italiana durante i mesi della pandemia, dalla scuola alla sanità, dall’abitare alle pratiche di mutualismo, non ha potuto non accorgersi della straordinaria novità di queste esperienze

Con la nomina di viceministri e sottosegretari il governo Draghi esaurisce il percorso della sua costituzione e con le prime misure per il contrasto della pandemia inizia quello della sua azione. Non si esaurisce però l’onda lunga delle valutazioni e dei commenti che, per quanto riguarda la sinistra, si addensano intorno a due poli.

Il primo è quello di chi, rassicurato dal ‘profilo’ di Draghi e di parte dei ministri, saluta con favore il nuovo governo e, anche se non ne condivide completamente i programmi, considera tuttavia positivo avere a che fare con un interlocutore autorevole e competente, in grado di interpretare il cambiamento di rotta delle politiche economiche dell’Europa, e capace di superare, se non addirittura di contrastare le pulsioni populiste che hanno dato origine a questa legislatura.

Il secondo, all’opposto, è quello di chi considera Draghi l’esecutore, se non lo stratega, di una operazione di normalizzazione della anomalia politica italiana da parte dei centri di potere del capitalismo europeo, che sotto l’urto della crisi economica generata dalla pandemia, hanno bisogno di porre sotto tutela la provincia italiana e di consolidare l’integrazione del nord Italia con i sistemi produttivi di Germania e Francia.

Una valutazione comune è alla base di questi due punti di vista apparentemente così distanti. La grande considerazione, per gli uni positiva, per gli altri preoccupante, della figura di Draghi, della sua competenza, della sua capacità di comando espressa nei molti ruoli di vertice ricoperti nella sua vita professionale.

Ne siamo proprio sicuri?

Sappiamo per esperienza che le qualità con cui si esercitano ruoli di direzione dipendono dalla qualità, solidità, competenza delle strutture che si dirigono. Nel caso di Draghi la Banca d’Italia, il Ministero del Tesoro (che all’epoca era ancora una tecnostruttura di grande qualità), la Bce. Siamo sicuri che le capacità mostrate da Draghi reggano alla prova di un contesto, quello italiano attuale, in cui la qualità degli attori politici e la solidità e la competenza delle strutture burocratiche è di gran lunga inferiore?

Insomma il Draghi catapultato a capo di questo governo, che riceve la fiducia da questo parlamento, che viene osannato da tutti i media che leggono come un oracolo la più banale delle sue affermazioni, più che l’espressione di una grande competenza, ricorda il personaggio interpretato da Peter Sellers in ‘Oltre il giardino’, le cui affermazioni sull’avvicendarsi delle stagioni e sulla cura delle piante e dei fiori venivano considerate dagli analisti politici e dalla stampa come meditati programmi politici e raffinate analisi economiche.

Che quella di Draghi sia effettiva competenza nell’esercizio del governo e non solo simbolica autorevolezza acquisita in altri contesti sembra quindi tutto da dimostrare.

La simbolica autorevolezza del capo è, d’altro canto, la vera differenza sostanziale con il governo Conte, che, per interpreti e contenuti, non sembra invece molto diverso dal governo attuale (e stupisce in proposito la valutazione di chi oggi sembra rimpiangerlo come espressione avanzata della sinistra di governo). Differenza, quella della caratura simbolica di Draghi, determinante nell’avvicendamento dei due governi, e preziosa nei rapporti con con le agenzie della finanza internazionale, ma che non riuscirà a mascherare una sostanziale carenza di effettiva “competenza” proprio nella partita più significativa che l’Europa, e il governo Draghi, si troveranno ad affrontare: conseguire gli obiettivi affidati al Next Generation EU.

Quella del Next Generation EU non è infatti una questione che richiede solo una competenza “tecnica” nella formulazione rigorosa e plausibile di un piano, cioè di obiettivi, costi, azioni, risultati tali da poter essere verificati e valutati nella loro attuazione dalle strutture tecniche della commissione. O una questione politica, che esaurisce però la sua “politicità” nella selezione degli obiettivi, nella loro rispondenza a una idea di sistema produttivo e sociale, e nell’assegnazione delle poste finanziarie sulla base di mediazioni tra diversi interessi. È piuttosto una scommessa del capitalismo europeo che si giocherà in gran parte sulla rapidità e sull’efficacia del processo di attuazione delle diverse misure nel corpo vivo della società.

Molte di queste misure, ed in particolare in quelle che lo caratterizzano maggiormente, come l’orientamento al digitale e all’ambiente, non sono solo costruzione di infrastrutture o incentivi da erogare ai settori produttivi, ma profondi e impegnativi processi di trasformazione sociale. Nell’attuazione di questi processi il conseguimento dei risultati attesi, gli unici ad avere effettivo valore politico, sarà inevitabilmente condizionato, ostacolato, contrattato dagli attori sociali che ne saranno direttamente coinvolti.

E quale competenza possono avere le burocrazie nazionali ed europee sulle dinamiche di corpi sociali che in tutta Europa sono in corso di radicale trasformazione? Quale capacità di governo di questi processi possono avere tecnici e politici accomunati dalla autoreferenzialità dei rispettivi mondi di riferimento? Quale possibilità di lettura della realtà sociale può avere la scienza triste di questa economia e di questa finanza?

2. Troppo, anche a sinistra, ci si occupa della formulazione dei contenuti possibili del piano e troppo poco del suo impianto, che la burocrazia europea sta modellando sulla base di metodi e strumenti che non prevedono, nei percorsi di attuazione, nessuna presenza attiva degli attori sociali coinvolti. Come conseguire e verificare i risultati attesi sui livelli di inclusione sociale senza dare potere ai soggetti esclusi? Come riorganizzare la produzione senza contrattarne le modalità con chi lavora? Come intervenire sull’impronta ambientale delle filiere produttive senza un ruolo attivo dei territori coinvolti? Come immaginare di misurare il miglioramento dei servizi pubblici dalla loro “digitalizzazione” invece che dalla capacità di rispondere a necessità collettive?

E quindi la questione politica davvero interessante non è se considerare la presunta competenza del governo Draghi una fortuna o un danno. Ma riconoscere e mettere a fuoco l’opportunità politica generata dalla sua sostanziale incompetenza nella lettura dei processi di trasformazione sociale che si apriranno con l’attuazione del piano, e che già si sono manifestati durante i mesi della pandemia.

Ma siamo in grado, a sinistra, di leggere correttamente questa opportunità, o c’è anche una nostra evidente incapacità a leggere e interpretare le trasformazioni sociali e le sperimentazioni politiche che la pandemia ha accentuato e reso visibili?

C’è una categoria interpretativa che ben dimostra questa incapacità.

È quella della “rabbia sociale” così spesso evocata anche a sinistra (tanto più spesso da chi per condizioni di vita poco corre il rischio di frequentarla) come uno spettro il cui potenziale manifestarsi giustifica l’esistenza politica di chi quella rabbia presume di interpretare e rappresentare.

Nulla di più lontano dall’evocazione rituale della “rabbia sociale” è stato invece quello che è accaduto nella società italiana in questi ultimi mesi. Chi ha frequentato, anche solo occasionalmente, le tante reti politiche e le coalizioni tematiche che si sono costruite nella società italiana durante i mesi della pandemia, dalla scuola alla sanità, dall’abitare alle pratiche di mutualismo, non ha potuto non accorgersi della straordinaria novità di queste esperienze, capaci di accumulare energie politiche con “razionalità sensibile e sapienza delle relazioni” (come ha scritto Roberto Ciccarelli), capaci di immaginare e praticare esperienze di autogoverno in grado di confrontarsi con i politici di turno, sia nazionali che locali, con la forza della loro “rabbia”, ma anche con la potenza del loro sapere sociale e della loro competenza operosa.

Molte e diverse tra loro sono queste reti, per caratteristiche soggettive, linguaggi utilizzati, radicamento sociale, competenze accumulate. Dal Forum Disuguaglianze Diversità, alla Società della Cura, dall’Assemblea della Magnolia alla Rete dei Numeri Pari, dalla rete Il Mondo che Verrà alle coalizioni che si sono formate in torno ai temi della sanità, della scuola e delle migrazioni. Esperienze diverse e interconnesse, anche per le storie personali di chi ne fa parte. Ognuna di queste – e molte altre – esperienze ha elaborato e prodotto sapere sociale, ha generato pratiche di autogoverno, ha sedimentato grumi di organizzazione intersezionale. E ognuna si sta interrogando sull’esito politico della sua azione, su come e dove investire la forza politica accumulata. La stessa CGIL, sia pur timidamente, si interroga sulla possibilità di trasformarsi nell’interazione con queste pratiche, e riscopre il valore dell’intuizione politica della “coalizione sociale” promossa troppo precocemente dalla FIOM.

Tutte queste esperienze sono chiamate oggi a un più forte, diretto e coordinato protagonismo politico. È la loro competenza “altra” che può entrare in gioco nel processo di attuazione del piano, una competenza capace di riorientare gli obiettivi e contrattare i risultati, con la rabbia di chi è in grado di contrastare qualunque intervento sociale deciso da tecnici e politici dall’alto della loro incompetenza, con la forza di chi sa, invece, cosa si potrebbe fare, e sa anche come farlo.

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