Dentro una democrazia, il livello di rabbia è sempre un segnale che, chi sta in alto, dovrebbe imparare a cogliere e comprendere. Non quando esplode, ma prima. Molto prima. Le proteste dei giovani, soprattutto quelle di Torino, Bologna, Milano, nascono da ragioni sacrosante che valgono molto di più degli scontri in piazza tra manifestanti e polizia, delle razzie di negozi e delle vetrine spaccate da meno di duecento ragazzi (tra cui, probabilmente, anche qualche infiltrato) su migliaia di partecipanti pacifici. E sono ragioni che partono da molto lontano. Sono iniziate tempo fa, hanno covato dentro le stagioni del disinteresse crudele, dell’indifferenza di chi ha inciso a sangue modelli di città, di Paese e di società sulla pelle di chi veniva spinto ai margini. Non solo geografici, ma anche sociali, economici, politici. Gli studenti, i giovani, italiani di prima e seconda generazione, ma anche gli altri che con loro condividono ansie, difficoltà, frustrazioni, rabbia e che si sono uniti alle proteste, hanno fatto saltare il tappo di una tensione che vibra da tempo.
La responsabilità di quella tensione è tutta in capo alla politica, a chi governa generando esclusione, a chi trasforma in legge i concetti veicolati da un linguaggio intriso di maleodorante classismo, di odioso paternalismo e di intollerabile razzismo. Viviamo dentro un Paese nel quale la politica, da molti anni, ha abdicato al suo ruolo educativo e di mediazione, frantumando anche la minima vocazione sociale, il minimo spessore culturale e umano. Siamo nell’era dell’odio e della politica da social, nella quale il dissenso va soffocato, in nome del mantenimento di un’esclusione che fa comodo a chi detiene il potere, non solo politico, ma anche economico. Le vetrine rotte, i danni, gli atti vandalici, seppur condannabili, non sono nulla rispetto al rumore delle ossa che intere fasce sociali sentono spezzarsi sotto il calcio violento di un potere spietato e autoritario. La protesta che monta, non solo in Italia, è la risposta a quel calcio, a quel tentativo di schiacciare le vite e i diritti di chi si è stancato di sopravvivere.
Dalla Spagna all’Albania, dalla Francia all’Italia, passando per altri Paesi, le motivazioni sono pressoché le stesse, perché investono ambiti che riguardano un pezzo sempre più ampio di cittadinanza, unito dalle identiche paure, dagli stessi problemi, ma ancora inconsapevole di essere classe, di condividere un interesse. Il caro vita, lo smantellamento dell’istruzione pubblica, il dramma della casa e degli affitti sono le linee comuni lungo le quali si ritrovano anche le altre ragioni: le disuguaglianze (anche nell’accesso a sanità e servizi essenziali), l’essere considerati cittadini di Serie B, la precarietà del lavoro, l’assenza di opportunità e di merito, l’essere trattati sempre e solo come un problema e, peggio ancora, come un problema di sicurezza. In tutto questo, si muove anche la stanchezza per un mondo che continua a tollerare e negare genocidi e ad armare guerre i cui costi ricadono sempre sui cittadini, sulle famiglie, sul lavoro di chi prova a tirare avanti in settori sempre più violati e sempre meno tutelati, come l’agricoltura.
Il problema di fondo, dunque, non sono le ragioni, che peraltro sono condivise, più o meno consapevolmente, anche da chi oggi punta il dito contro i danni. Il problema non sono nemmeno i ragazzi che, da qualche anno, le portano in piazza, unendole ad altre cause e subendo spesso la repressione della forza e delle leggi liberticide. Il problema è in alto, è in chi dovrebbe comprendere quelle ragioni e dar loro uno sbocco politico, incanalare la rabbia nella mediazione dei bisogni, nella realizzazione degli strumenti necessari a soddisfarli, a mitigare la sofferenza e il senso di esclusione di una parte sempre più ampia della società. Che è costretta a vivere ai margini. E che per anni ha guardato verso il centro con la debolezza dell’invidia, sperando in una risposta o in un’occasione che non è mai arrivata.
Oggi, però, l’invidia sta diventando rabbia e rischia di divenire odio. Perché il centro è diventato insopportabile, ovunque, in qualsiasi città. Si ingozza di soldi e lustrini, è sempre più esclusivo, accoglie solo chi ha i mezzi e sputa via gli scarti, quelli che un tempo ne potevano far parte e oggi vengono cacciati via, guardati male, trasformati in un problema di decoro. Questo è il modello costruito dalla politica e dai ceti economici, da una borghesia rozza e ricca, ma culturalmente piatta e svuotata, che hanno trovato sponda in una informazione deprimente e asservita. Il governo italiano è l’emblema assoluto di questa incapacità, di questo vizio di non comprendere e di non ascoltare i bisogni della cittadinanza. Lo dimostra il fatto che, dopo gli scontri, la risposta si esprime tutta nell’accusa alla “sinistra”, invitata in modo infantile a condannare la violenza delle piazze, e ancor peggio nell’idea di aumentare gli strumenti repressivi, di restringere ulteriormente i diritti e la libertà di dissenso. Forse il vero obiettivo del governo, incapace di prevenire l’annunciata azione distruttiva di duecento ragazzini.
Insomma, nella reazione della presidente del Consiglio e della sua accolita, l’elemento sociale, la questione dei bisogni di un Paese ridotto all’osso da anni di non governo, di propaganda, di cancellazione delle vere priorità, non entrano minimamente in gioco. Si preferisce parlare di ordine pubblico, perché è la sola cosa di cui si ritiene essere capaci. Reprimere. Con la polizia libera di picchiare dei ragazzini, con l’esercito e i droni a dare prova di controllo e di muscoli. Reprimere. Come si prova a reprimere il pensiero, l’opinione avversa, ad esempio il sostegno a un popolo che sta subendo genocidio dal governo criminale di uno Stato verso il quale l’Italia mostra una ignobile deferenza e una alta tolleranza della sua violenza scientificamente costruita.
Non c’è spazio per il dibattito, né per i segnali che le proteste, sia degli studenti che degli agricoltori, stanno dando. Per il governo Meloni, la crisi non esiste. Per la destra italiana e per quella europea, la questione di classe non esiste. Non comprendono, perché nemmeno si sforzano di guardare in basso, nella società reale, laddove, al di sotto di chi fa profitti o munge le vacche della politica, esiste una classe sociale sempre più ampia e variegata, che condivide difficoltà comuni e di cui la politica, incluso il centrosinistra, finge di non accorgersi o si interessa poco o niente. Da anni.
Ci si è sadicamente divertiti a sgomberare centri sociali e luoghi di aggregazione che facevano da cuscinetto al disagio e all’abbandono sociale, sono state attaccate e derise tutte quelle realtà che esperivano solidarietà e accoglienza. E oggi, di colpo, ci si sveglia. E ci si sveglia solo davanti alla violenza, indignandosi per le vetrine o per i furti nei negozi, ma dimenticando quanta violenza generano i prezzi che quelle vetrine e quei negozi, ingiustificatamente, riportano. Le città sono diventate gabbie dentro le quali si arranca. Non solo se hai un lavoro precario, ma anche se hai un lavoro normale, il cui salario però non viene aggiornato allo stesso modo e alla stessa velocità con cui si aggiorna, al rialzo, il costo della vita. Non quello dei lustrini e delle firme, ma quello del carburante per poter lavorare, quello di un affitto o quello del latte, del pomodoro, del pane e di qualsiasi altro bene essenziale. Ma anche quello della cultura e delle occasioni di svago, che spesso sono un miraggio e che pure dovrebbero essere alla portata di tutti.
Dentro quelle gabbie l’ansia diventa angoscia e l’angoscia può diventare o rassegnazione o rabbia. E ci siamo tutti, lì dentro, anche i ragazzi, i figli e le figlie. La rabbia allora scava radici profonde e, se nessuno la ascolta, esplode. È inevitabile. Allora, non comprendere le origini di quel malessere crescente, rispondere con la repressione e l’autoritarismo, oltre a essere sciocco e inutile, è molto pericoloso. Perché la rabbia sociale non si ferma, e più trova indifferenza o reazioni scomposte, più si alimenta travolgendo tutti. E senza una strada politica, questo grande e composito flusso di protesta non si può mai sapere a cosa potrebbe portare e con quali conseguenze. Ci vorrebbe razionalità, quella che però latita, drammaticamente e in modo evidente, tra le seggiole dorate del potere.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org


