La Dea Ragione

di Corrado Fois - liberacittadinanza.it - 10/10/2022
La saggezza si nutre di ragione, il buon senso comune dell’esperienza, il bisogno guida chi ignora. Cicerone

Ragionare. C’è un momento topico in cui questa nobile attività diventa essenziale. Quando mutano nello stesso periodo le circostanze, cioè gli eventi in cui ci è dato operare, ed il contesto cioè il quadro generale in cui gli eventi si collocano.

Il tempo in cui cambia il paradigma. Od ancora di più, in cui il paradigma si scinde e si moltiplica.

Esattamente in questo momento topico l’essere umano comprende come la Natura od il Creatore, a seconda della fede, siano giusti. Hanno separato il nostro cervello in due emisferi distinti e cooperanti, il lobo emotivo e quello razionale. Funzioni interagenti che la struttura dell’encefalo consente di tenere separate. Questa distinzione ha una sua perfezione. Separa le influenze emozionali dall’analisi fattuale consentendo di avere un processo decisorio che tiene conto, in bilanciamento variabile, di ragione e sentimento. Una notevole discriminante che è resa sempre più forte dalla conoscenza e dall’uso delle due funzioni, distinte.

L’emisfero emotivo – infatti - è un regalo che accomuna Tutti, ovviamente con le qualità differenziate dentro la quantità del tutto. L’emisfero logico al contrario è una costruzione che ciascuno di Noi può coltivare e affinare, in pieno libero arbitrio. Essere razionali non è funzione vitale primaria mentre lo sono l’amare, avere paura, sentire empatia. La Natura, nella sua espressione più pura, non prevede l’astrazione razionale poiché essa non è esiziale.

Questo poter separare emozioni/reazioni naturali e ragione crea le differenze tra esseri umani.

Infatti il fattore distintivo tra soggetti simili sta nella capacità di interpretare, ragionando, fatti e tendenze e dare al contempo ascolto alle proprie pulsioni emotive, riconoscendole. La dialettica che ne deriva consente di scegliere, decidere, fare, compiutamente.

Chi si propone di governare qualsiasi struttura e per questo compito viene scelto, ha come primo dovere di operare la dialettica di cui parlavamo in chiave di superamento soggettivo. In altre parole: deve essere in grado di mettere in secondarietà le emozioni, personali per natura, e privilegiare la ragione che, basandosi sull’analisi e valutazione fattuale, produce valenze oggettive e generali.

Se governa partendo da sé, riducendo la valutazione contestuale od addirittura rinunciandovi, avremo l’ennesimo leader, di governo come di opposizione, che misura il mondo a partire dal suo naso, dalle sue intuizioni e dalle sue pulsioni. Il classico leader emotivo.

Egli si piazzerà intorno claques, cerchi magici, club dell’amicizia e bocciofile politiche tutte orientate a garantire le sue ansie e la sua inevitabile superficialità. Queste consorterie sono l’espressione, tangibile quanto pericolosa, del bisogno che ha il leader emotivo di circondarsi di confortanti cortigiani. Il perché è semplice: non sa esattamente come ha scelto una posizione od una strategia, fidandosi appunto del suo naso. Il celebrato fiuto politico o per gli affari. Così potrà anche avere successo, ma sarà episodico od a ciclo breve, perché non sapendo come ha imbroccato la giusta il leader emotivo non è minimamente in grado di riprodurne il processo.

La riproducibilità di un processo nasce dalla applicazione del criterio scientifico, cioè la manifestazione strutturata della ragione essendo essa, la scienza, basata su analisi fattuale, metodo, sperimentazione e ri-valutazione. Di questo approccio il leader emotivo è sprovvisto o lo considera inutile fidandosi prevalentemente dei suoi convincimenti. Dell’esperienza. Del bisogno.

All’opposto abbiamo il leader di sostanza che agisce con metodo e razionalità.

Valuta condizioni e contesto, elabora scenari, articola con metodo la decisione. Perciò è in grado di riprodurre schemi di successo. La sua linea di condotta elimina il caso/naso riducendo ogni margine di imprevedibilità alla decisione come all’esecuzione. Egli ha sempre ben chiaro che il caos esiste in natura e la terza o quarta conseguenza di ogni azione è una derivata, non lineare. Il leader di sostanza sa che il rischio, per i nessi di casualità, di buscar el levante jendo por el ponente è sempre da aver presente. Lo evita od almeno lo riduce.

Dietro i due archetipi di leadership ci sono robuste scuole di pensiero che hanno generato nei secoli recenti, schieramenti culturali e politici.

Il leader emotivo nasce dalla scuola idealista, il leader di sostanza dal materialismo scientifico. Il primo produce consenso personale sulla base del proprio carisma ( nulla di più situazionale se non sei Gesù Cristo ) e di modelli ideali; il secondo stimola e produce consenso basato su chiari obiettivi, annunciati per tempo e dotati di misure di verifica pubblica e fattuale del risultato.

Il massimo sarebbe avere un leader di sostanza, nel processo decisorio, ed emotivo, nella capacità di comunicare ed emozionare. In tempi recenti – nella parte Occidentale del pianeta - ne conto, a mio personalissimo avviso, due emblematici. In politica Franklin Delano Roosevelt, nell’industria Adriano Olivetti.

La suddivisione tra questi archetipi può anche essere superabile.

Esiste infatti il processo di maturazione/trasformazione nell’esercizio della leadership, che si esprime col passaggio da L. emotivo a L. di sostanza. Raramente nell’ambito della stessa persona che dovrebbe cambiare prevalenza cerebrale, più facilmente si riscontra nella sostituzione del leader. Tale maturazione dello stile di leadership è inevitabile perché conseguenza dell’evoluzione di qualsivoglia struttura. Essa, di fatto ed inesorabilmente, o cresce per dimensione ed è quindi necessario evolvere lo stato nascente diventando istituzione, od implode e si spegne.

Quest’è il caso dei 5Stelle e, parallelamente, di Fratelli d’Italia toccando i due opposti dello schieramento, Conte e Meloni. Tralascio le valutazioni soggettive sui due e provo a linearizzare questa, possibile, maturazione.

Conte eredita uno stato nascente, esattamente come lo tratteggiava Alberoni ( Movimento ed Istituzione- Il Mulino 1977 ). Lo sintetizzo in stile wikipedia : Stato nascente identifica un periodo entro il quale un gruppo di persone, accomunate da speranze comuni, si unisce per creare una forza nuova cioè il movimento che si contrapponga all’istituzione vigente. In questa fase il leader emotivo è l’elemento centrale, sviluppando attrazione e coinvolgendo in termini di mobilitazione.

Tuttavia, per la natura tipica di ogni struttura cui si accennava, il movimento che sintetizza lo stato nascente si evolve, si amplia, si rende complesso da gestire. Od altrimenti scompare. In questa nuova forma estesa ed articolata abbisogna di regole e di processi codificati. Diventa dunque istituzione nella sua più evidente natura di solidificazione.

Esattamente a quel punto si riduce la portata emotiva della struttura che vede crescere il bisogno di ragione e metodo. I vettori che producono e poi guidano le necessarie regole di funzionamento.

A cosa serve a questo punto il leader emotivo? Relativamente a poco, certo molto meno.

Dunque egli dovrebbe anteporre al proprio ego, che lo ha supportato nella situazione deflagrante, la scelta collettiva sottraendosi all’esercizio della leadership diretta per porre la sua capacità di sollecitazione a servizio dell’emergente leadership di sostanza. Sia che questo accada in sé stesso – rinunciando alle proprie abitudini mentali - o nel ricambio, lasciando il campo ad un successore. E chi diamine lo fa davvero? Finora nessuno.

Grillo, che è un lettore più attento di quanto si immagina e molto conosce, ha dichiarato proprio questo suo nuovo ruolo nella fase di solidificazione istituzionale dei 5Stelle. Lo ha fatto accettando i suoi limiti caratteriali e passando mano. Lo ha anche detto chiaramente, ma lo ha reso fattuale? No. Perché porsi al servizio significa secondarietà vera. A che diamine serve uscire di palcoscenico per continuare a puntualizzare tutto dal palchetto in galleria? A perpetuarsi.

Conte ha, oggi, tutta la difficoltà di costruire e poi affermare una leadership di progetto e di sostanza avendo davanti una platea abituata agli slogan facili, emozionanti ed alle spalle uno zio brusco ed irrazionale che parla ogni volta che gli tira. Difficile ruolo.

E la Meloni? .. che c’entra la sora Giorgia in questa analisi? Per le due ragioni chiave che abbiamo visto fin qui.

Prima ha fatto emergere il suo movimento con la stessa tenacia e passione di Grillo. Come lui si è schierata, ha preso ruoli estremi per attirare attenzione, ha detto frasi ad effetto per sollecitare e mobilitare la sua parte. Insomma.. è stata partigiana. Povera cara chissà che choc!

Ora: avendo vinto il ruolo per cui si è candidata, capo di coalizione, si trova ad avere l’ingombro di sè stessa, del suo trascorso anche recente. La mucca nella stanza ce l’ha prima di tutto proprio lei.

Per adeguarsi al nuovo ruolo dovrebbe trasformarsi da leader emotivo che strilla .. sono una donna sono una mamma.. in un premier consapevole e logico che negozia al tavolo internazionale il ruolo del Governo e del Paese in un contesto completamente mutato. Francamente troppo anche per uno bravo come Arturo Bracchetti che in scena cambia sei abiti in due minuti.

Se desse ascolto alla Dea Ragione sora Giorgia dovrebbe fare un passo indietro.

Come? Potrebbe andare dal Presidente, raccogliere l’offerta di mandato esplorativo e poi proporre un altro nome come capo dell’esecutivo, anche situazionalmente, anche solo per un biennio di assestamento. Il nome c’è, pronto: Tajani. Ne abbiamo ragionato in altro pezzullo.

Ritagliando per se stessa un ruolo prestigioso ..Viminale e vice premier? … non perderebbe la faccia, acquisirebbe al contrario davanti al Paese un ruolo di statista che oggi non ha, mostrando al contempo una logica ferrea ed una scelta fattuale di posizionamento internazionale. Ed aggiungo, francamente metterebbe il Paese al riparo da esami più o meno legittimi, ma di sicuro inevitabili, che fanno solo perdere tempo, in un tempo che non ha più tempo.

Quale sarebbe il problema di tale scelta? Nessuno oggettivo. Quale risultato pubblico? Consenso ovunque. Quale opportunità politica? Entrare nella storia della Repubblica per il grande realismo e l’altruismo non solo per essere la prima donna premier. Potrebbe essere così la prima donna presidente, entro qualche anno.

Lo farà? No… per fortuna altrimenti ci troveremmo un governo di destra per almeno due lustri.

Perché non lo farà? Perché pochi fanno davvero i conti con i fatti ed ancora meno con la propria presunzione. Non lo farà perché pensa, ed a ragione, di essersi guadagnata quel ruolo con impegno e fatica e lo ritiene il culmine della sua carriera, per la serie: se non ora quando? Perché crede come tutti i leader emotivi, dunque centrati su sé stessi, che nessuno sappia far meglio.

Ed a mio avviso, soprattutto perché i suoi valori personali sono prodotto della coniugazione tra la mitologia dell‘individualismo ed i dettati della controriforma cattolica. Il che ne fa una persona astratta, propensa alla illuminazione piuttosto che alla valutazione. Poco ragionevole, dunque.

Si sa la Dea Ragione frequenta principalmente gli illuministi ed i loro cugini seminati dal pensiero di Engels qui e là nel socialismo internazionale, quello sopravvissuto, ad esempio in Irlanda e forse in Portogallo.

La dea Ragione figlia poco di questi tempi, in politica, ma produce sempre gente solida che crede nella realtà fattuale, che cede il passo ai più opportuni, che valuta contesto e conseguenze.

Figure complesse che praticano il materialismo scientifico nel processo decisorio, anche se magari hanno una grande fede personale. Una grande emotività. Mille sogni. Cosi come era, vedi un po', Trostkj che i compagni di allora, cent’anni fa, chiamavano il poeta e che ha inventato l’armata rossa vincendo una rivoluzione.

Conte e Meloni – per tornare al nostro assai piccolo - devono guardarsi bene dentro.

Oggi hanno oggi ruoli davvero importanti, sia al prossimo governo che all’opposizione. Sono indubbiamente i leader dei due poli (a meno che non ci si aspetti Letta, mah!). Davanti a questo compito così cruciale hanno bisogno, prima di tutto, di umiltà e concretezza. Doti davvero rare perché sono prodotte dalla ragione.

Se posso permettermi un suggerimento ad estranei, sarebbe il caso che i due – ognuno nel suo campo – si confrontino con qualche vera testa pensante e riflettano sul contesto internazionale economico e geopolitico, perché hanno da intraprendere una strada non in nome loro, ma dei milioni di persone che li hanno indicati. Ed è una strada davvero pericolosa, complessa e contraddittoria. Dentro i nostri confini ed ovunque nel mondo. Una strada che richiede scelte e strategie articolate a prescindere dal proprio particolare.

Mi auguro che entrambe, dato che li avremo in scena per un bel po', cerchino quella parte difficile della mente che si chiama razionalità. La applichino. Evitino cerchi magici e cortigiani, si arricchiscano di persone che li costringono, di fronte ad ogni decisione importante cioè oggi quasi tutte, al metodo ed alla concretezza. Alla lungimiranza.

I governanti, dovunque, sembrano averla dimenticata. Tutti rischiamo di pagarne le conseguenze.

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